Esortazione ai medici della peste

Per concessione della Succession Albert Camus, Bompiani rende disponibile gratuitamente uno dei lavori preparatori alla Peste, da scaricare con pochi clic sul sito della casa editrice.
Per concessione della Succession Albert Camus, Bompiani rende disponibile gratuitamente uno dei lavori preparatori alla Peste, da scaricare con pochi clic sul sito della casa editrice.

Entrare nella testa di un medico durante la pandemia del 2020 è attualmente il rompicapo preferito della società civile. L’interpretazione della giornata tipo in trincerato nosocomio scivola sui social network, nella TV generalista, tra i media d’informazione. Solo un uomo è riuscito ad attraversare il cuore del camice bianco durante la catastrofe. Solo un uomo è riuscito a sviscerare i limiti del genere umano dinanzi alle ineguagliabili vendette della natura, meravigliosa Medea. Albert Camus, nell’aprile 1947, pubblica sulla rivista Cahiers de la Pléiade dell’editore Gallimard due testi anticamera del suo romanzo più incisivo, La peste: Esortazione ai medici della peste e Gli archivi della peste. Oggi, per concessione della Succession Albert Camus, Bompiani rende disponibile gratuitamente il primo degli scritti, da scaricare con pochi clic sul sito della casa editrice. 

Pagine profetiche, cucite dal vate del decadimento rivoltoso dell’umanità, ormai pervasa dal mito di Sisifo e tenuta in piedi da aneliti di dignità. Esortazione ai medici della peste è un colpo di sciabola sulle paure di chi lavora giocando a dadi con la vita e la morte. Lo scenario esterno di Camus non è sovrapponibile a quello della lotta al covid-19: le condizioni igienico sanitarie della città descritta, l’algerina Orano, immersa nella peste bubbonica in un’epoca di moderato sviluppo tecnologico, sono disperate rispetto alle infette località hi tech del ventunesimo secolo. Rimbombano con acuto acume tre elementi di elegiaca continuità: la compiaciuta capacità dell’uomo di sottovalutare il passaggio della catastrofe, dimostrando scarso feeling coi segnali offerti dall’ecosistema; l’abilità di insinuarsi nel disordine inventando truffaldine attività di guadagno individuale; le emozioni incollate sulle pareti diroccate del cuore dei medici, baluardi di una chimera distesa su un cratere di magma.

Le prime avvisaglie di tragedia vengono regolarmente sottovalutate: all’alba de La peste, Camus racconta la dilagante e misteriosa morte dei topi, che giacciono sulle strade tra i passanti distratti, troppo occupati a seguire i ritmi tribali della giornata. Gli inconcepibili mercati di fauna pregiata in Asia, ai giorni nostri, generano un passaggio di malattie tra diverse specie fino ad arrivare all’umano e danno la spinta al business mafioso da miliardi di dollari dei bracconieri. Homo homini lupus e non solo. Il topo di Orano e il pipistrello del mercato di Wuhan entrano in contatto fendendo i faldoni della storia. I primi focolai dell’epidemia vengono nascosti come polvere sotto il tappeto per preservare il ciclo della produzione o i circuiti astratti della finanza: quando si pensa “non è un mio problema”, “bisogna andare avanti a tutti i costi”, “andrà tutto bene”, è l’inizio della fine. 

A pandemia conclamata, vi è sempre in agguato lo sciacallo: contrabbando di medicinali, di cure palliative oppure di mascherine e tute. Camus lo identifica nel romanzo col personaggio di Joseph Cottard, meschino approfittatore, agile contrabbandiere. Il corso degli eventi odierno porta ai casi-simbolo delle commesse plurimilionarie per la produzione di mascherine e test sierologici senza gare d’appalto ad aziende privilegiate, incaricate direttamente dell’onere da parte delle regioni Lazio e Lombardia. 

Il terzo file rouge tra le profezie dell’opera allegorica emerge con intensità proprio nel testo inedito Esortazione ai medici della peste: i tormenti psicanalitici degli eroi dello scenario, i medici. L’autore sceglie, nel romanzo, di racchiuderli dentro l’inconscio del magnanimo e indefesso dottor Bernard Rieux. Nello scritto preparatorio, invece, accarezza direttamente i combattenti della prima linea mettendoli di fronte a un’atavica paura, che non credevano di poter provare, venendone travolti.  

E non vi è luogo che non vada purificato anche dentro di noi, fin nei recessi del cuore, per mettere dalla nostra parte le poche circostanze favorevoli che ci restano.

Ai rintocchi inaugurali della catastrofe, l’uomo deve aprire la gabbia dentro di sé e purificare il proprio essere, prelevando fiotti di necessario coraggio. Il medico può fungere da esempio per la schiera di pazienti schiacciati come mosche dalla malattia, trasmettendo inesauribile speranza.

La prima cosa è che non abbiate mai paura. Si sono visti uomini fare assai bene il loro mestiere di soldati pur avendo paura del cannone. Ma questo perché la palla di cannone uccide indistintamente il coraggioso e il pavido. In guerra molto è dovuto al caso, ma non così nella peste. La paura corrompe il sangue e riscalda l’umore, lo dicono tutti i libri […] Sicché voi, medici della peste, dovete fortificarvi contro l’idea della morte e conciliarvi con essa, prima di entrare nel regno preparatole dalla peste. Se trionferete qui, trionferete ovunque e vi vedranno tutti sorridere in mezzo al terrore. La conclusione è che vi occorre una filosofia.

La ragione come sterilizzante perpetuo per mettere le mani sulla paura e soffocarla. L’emisfero sinistro del cervello che governa il destro, garantendo l’efficacia dell’azione, perfettamente calibrata dalla forza d’animo generata dalla filosofia pragmatica, nemica dei dogmi. Un medico che si trasforma in filosofo compiendo lo stesso estremo sforzo di sperimentazione della capacità di elevazione dell’umano, immerso da Nietzsche in Così parlò Zarathustra

Dovrete quindi essere sobri in ogni cosa, che non significa affatto essere casti, che sarebbe un altro eccesso. Coltivate una moderata allegria affinché la tristezza non venga ad alterare il liquido del sangue preparandolo alla decomposizione. Non vi è nulla di meglio, a questo scopo, che consumare vino in quantità apprezzabili, per alleviare un poco l’espressione affranta che vi verrà dalla città in preda alla peste.

L’incommensurabile sobrietà sul teatro di guerra. L’elisir di bacco nelle notti scuoianti senza luna, in cui i corpi dilaniati dalla malattia spingono nelle tempie come il Nilo in piena. Le metamorfosi di Ovidio a guidare il passo: «Il vino prepara i cuori e li rende più pronti alla passione». Il medico è filosofo. Il filosofo domina le passioni. Le passioni esondano col vino, migliorando l’esperienza del combattente. Legge non scritta del tempio classico. Il medico ha bisogno di passione incontenibile per districarsi tra le funeste catacombe. 

Frontespizio di una edizione della Metamorfosi, datata 1632

Camus sostiene che la misura sia la prima nemica della catastrofe. Cita Nemesi come emblema di stimabile vendetta: le punizioni infallibili della dea colpivano solo gli esseri squilibrati, sprofondati negli eccessi di peccati indicibili. La catastrofe è portata dall’eccesso degli squilibrati d’oggi. L’autore lancia un poderoso guanto di sfida agli eroi della prima linea, invitandoli a sconfessare le affermazioni di Tucidide, che notò come durante la peste di Atene i medici non furono d’aiuto a causa della loro scarsa conoscenza della malattia. La nuova pandemia, come i vecchi flagelli, è portatrice di fitta oscurità. Tocca all’eroe sanitario incendiare la storia con le fiaccole dell’intellighenzia e dell’equilibrio. 

Dovete diventare padroni di voi stessi. E, per esempio, saper fare rispettare la legge che avrete scelto, come quella del blocco e della quarantena. Uno storiografo provenzale narra che un tempo, quando uno di coloro che erano sottoposti alla quarantena scappava, gli veniva fracassata la testa. Non è questo che auspicate. Ma non dimenticate con ciò l’interesse generale. Non venite meno a tali regole per tutto il tempo in cui saranno utili, quand’anche il cuore vi inducesse a ciò. Vi è chiesto di dimenticare un poco quel che siete senza tuttavia dimenticare mai quel che dovete a voi stessi. È questa la regola di una serena dignità

Un medico immune alla stanchezza, mosso da incessante visionarietà, in grado di controllare e controllarsi. Le regole sono la fune issata sul cratere di magma, utile a far passare il cieco malato che deve muoversi tassativamente secondo la guida sanitaria. Farsi rispettare con implacabile rigore per il bene della collettività. Questo chiede Camus ai salvatori di ieri, di domani. Un compito arduo nella società del “non perdertelo, vivi e mostra”, che non riesce a tenere a bada le pulsioni materialistiche, affondando in un individualismo effimero, godibile, sanguinoso.   

Un animo in pace è il più saldo. Siate saldi di fronte a questa strana tirannia. Non favorite una religione vecchia quanto i culti più antichi. Uccise Pericle, il quale rivendicava quale unico merito di non aver fatto vestire a lutto alcun cittadino, e non ha mai cessato, da quell’omicidio illustre fino al giorno in cui si abbatté sulla nostra città innocente, di decimare gli uomini e di esigere il sacrificio dei bambini. Quand’anche questa religione ci venisse dal cielo, si dovrebbe allora dire che il cielo è ingiusto. Se siete giunti a questa conclusione, non dovete trarne alcun orgoglio. Vi incombe invece di pensare spesso alla vostra ignoranza, per essere certi di rispettare la misura, che sola è in grado di dominare i flagelli.

Albert Camus

Saldezza di concetto e pace interiore nell’agire: l’autore sembra rivolgersi a tutti i giovani studenti di medicina non ancora laureati scagliati in trincea ospedaliera come soldatini sul Piave. “La strana tirannia” può essere vinta, tralasciando i culti antichi che hanno ucciso Paride, comandato le Crociate, bruciato Giordano Bruno. In questi scenari il medico impara sul campo che il cielo è vuoto. Il potere orbita esclusivamente nelle sue mani, nella sua filosofia, nelle sue passioni. Null’altro. La misura come antidoto all’ignoranza, gettata a palate sul tempo perso degli uomini in comoda quarantena. Gli “attuali e talentuosi” scrittori dell’antropocene, che hanno immaginato scenari apocalittici in metropoli preda di misteriose malattie, si posizionano tra la fantascienza e il plausibile accrescendo i propri conti bancari. A Camus non possono nemmeno pulire le scarpe: l’intellettuale d’Algeria riesce a raccontare al mondo con oltre settant’anni d’anticipo non l’atrocità della malattia, presentata in funzione parabolica, bensì gli errori dell’essere umano reiterati all’infinito.

L’ego, il subconscio, l’autodeterminazione a tutti i costi: l’uomo s’accorge puntualmente in ritardo della catastrofe, poiché distratto da sé stesso. Ecco il senso recondito da mito della caverna di Platone di Esortazione ai medici della peste e di La peste: aprire gli occhi all’umanità, che deve scorgere nella raggelante selva l’opportunità di rivoluzionarsi, costruendo un futuro virtuoso. Dieci anni dopo l’uscita dei profetici scritti, nel 1957, Camus riceve il Premio Nobel per la letteratura a Stoccolma con la seguente motivazione:

Per la sua importante produzione letteraria, che con serietà chiarificante illumina i problemi della coscienza umana nel nostro tempo.

Che sia un intellettuale di tale portata a condurvi fuori dal vostro inferno, non verso il paradiso: ai piedi del purgatorio. Come Virgilio con Dante, come un medico-filosofo e il suo paziente.

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