OGGETTO: La terza guerra dell'oppio
DATA: 03 Giugno 2025
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
AREA: Asia
Il disavanzo commerciale alle origini del conflitto anglo-cinese e la nascita della sinofobia, a distanza di 150 anni, sembrano ancora influenzare i rapporti tra Cina e Occidente. Non è un caso che la guerra dei dazi e la guerra al Fentanyl siano così strettamente collegate.
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Se nel serrato confronto tra Cina e Stati Uniti sui dazi traspare una certa malizia e perfino malcelata soddisfazione da parte di Pechino nel ribattere colpo su colpo all’aggressività tariffaria della Casa Bianca, ciò è in gran parte riconducibile alla narrazione storiografica delle ottocentesche Guerre dell’Oppio che il Partito Comunista ereditò dal Kuomintang. In effetti, anche allora, il casus belli fu prettamente economico e non certo di natura “morale” né, tantomeno, l’intervento armato necessario a difendere i principi liberali. La cruda verità è che la Gran Bretagna sul finire del XVIII secolo aveva accumulato un forte disavanzo commerciale in argento nei confronti della Celeste Porta (28 milioni di sterline dell’epoca mentre, per farsi un’idea, l’interscambio annuale tra India e Cina ne valeva appena 2) a causa del commercio del tè. Sebbene i profitti fornissero grandi dividendi agli azionisti della Compagnia delle Indie Orientali, generando cospicue entrate doganali alla Corona, dall’altra parte non riuscivano più a controbilanciare i costi sostenuti per governare l’India. L’oppio del Bengala pareva la merce perfetta per sostituire l’argento e porre rimedio allo squilibrio della bilancia commerciale; d’altronde veniva già ampiamente utilizzato dai cinesi per uso medico, ma l’aggiunta del tabacco lo trasformava in una vera e propria droga popolare che, come una piaga, iniziò a diffondersi nel Paese allarmando la corte imperiale che ne proibì l’importazione, scatenando l’ira degli “onesti” commercianti inglesi.

Che ancora oggi la guerra dei dazi e la guerra al Fentanyl siano strettamente collegate lo dimostra l’operato della stessa amministrazione americana che, per bocca dello stesso presidente Trump, ha imposto le prime tariffe del 20% sulle merci cinesi proprio come ritorsione per l’ingresso illegale dell’oppioide sintetico made in ChinaPechino si è difesa rispondendo d’esercitare già severi controlli sul Fentanyl e i suoi precursori chimici e che si tratti d’un problema interno agli Stati Uniti dove, a causa della spregiudicatezza criminale di alcune case farmaceutiche – come dimostrato dallo scandalo della Purdue Pharma con l’OxyContin – i medici abbiano prescritto antidolorifici oppiacei in quantità eccessive generando una vasta platea di ex-pazienti che ne alimentano la domanda. Lo stesso vicepresidente J. D. Vance, nella sua autobiografia, descrive bene il contesto sociale degradato in cui vivono molte famiglie a basso reddito con scarsa scolarizzazione e assenza di servizi che, unito al diffuso fenomeno del vagabondaggio, conducono ogni anno migliaia di persone alla dipendenza (e spesso alla morte) da droghe pesanti. La gravità e diffusione del fenomeno è infatti suffragata dal fatto che gli Stati Uniti, con appena il 5% della popolazione mondiale, consumano l’80% della produzione globale di oppioidi. La Cina del resto – come all’epoca la Compagnia delle Indie non si sporcava direttamente le mani con la droga limitandosi ad allestire e gestire le piantagioni di papavero spedendone le casse fino a Calcutta – si proclama estranea al traffico di droga che oggi viene gestito da trafficanti locali e Cartelli messicani. Uno di quei tipici casi in cui la Storia ironicamente si ripete mutando forma e attori eppur lasciando pressoché identiche le medesime dinamiche di fondo.

Se da un lato la storiografia cinese posteriore ha avuto buon gioco a dipingere le due Guerre dell’Oppio – e il successivo intervento delle Potenze occidentali in seguito alla Rivolta dei Boxer – come il subdolo e spregevole tentativo d’assoggettare il Paese con l’uso della forza contro un popolo obnubilato dalla droga dando il via al cosiddetto “secolo dell’umiliazione”, allo stesso modo oggi in molti sostengono l’improbabile identica tesi che il Fentanyl sia smerciato in grandi quantità per distruggere le fondamenta della democrazia e la volontà combattiva degli americani con il preciso scopo d’instaurare un “nuovo secolo cinese”. Come il traballante Impero Qing, già in crisi per le tensioni tra l’etnia manciù e quella han e paralizzato da un’asfissiante e incompetente burocrazia, non crollò a causa della diffusione dell’oppio; allo stesso modo i problemi economico-sociali degli Stati Uniti non sono riconducibili al Fentanyl, sebbene con una media di 80mila morti l’anno, si possa effettivamente parlare di numeri da scenario bellico. Trump però non è certo il primo presidente a dichiarare una propria “guerra alla droga” inserendo i Cartelli nella lista delle organizzazioni terroristiche preludio legale a operazioni extragiudiziali oltreconfine; ma Reagan che, a causa della scioccante constatazione che un flusso di miliardi di dollari usciva dal Paese per finire riciclato in compiacenti banche straniere in mano ad ex-alleati divenuti fin troppo scomodi, scatenò le agenzie federali contro i narcotrafficanti. Campagna, poi, culminata durante il mandato del suo successore – ed ex-capo della Central Intelligence – con l’invasione di Panama e le manette a Noriega. D’altronde il massiccio consumo d’oppiacei negli Stati Uniti non è certo una novità e, anzi, ha una lunga e precisa cronistoria iniziata con la Guerra del Vietnam, dove molti soldati ne furono iniziati all’uso, proseguita tra le montagne birmane, dove la Cia chiudeva entrambi gli occhi sostenendo gruppi etnici come gli Shan e i più organizzati Wa – ex cacciatori di teste dediti alla coltivazione del papavero a capo d’uno Stato semi-indipendente – per finanziare stazioni di spionaggio lungo l’intero confine e vere e proprie operazioni clandestine anti-cinesi e, infine, culminata con quella d’Afghanistan, dove la produzione eradicata dai Talebani riprende vigore proprio durante la ventennale occupazione americana. 

Altra analogia sinistramente speculare è il diffondersi d’una accesa sinofobia che incominciò a diffondersi proprio come preludio alla Seconda Guerra dell’Oppio (1856 – 1860) dopo che i Qing rifiutarono di rivedere gli “iniqui trattati” stipulati in seguito alla prima sconfitta. La mancata accettazione d’aprire ulteriori porti e vie fluviali sottoponendole a un regime di extraterritorialità a Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti venne sublimata all’opinione pubblica come la giusta resistenza del “mondo libero” contro un “impero del male” di cui non ci si poteva fidare e che, in seguito al saccheggio del Palazzo d’Estate e al Trattato di Tianjing, originò il mito d’una futura “vendetta cinese” ingegnosa quanto terribile. È in questo clima che inizia a diffondersi in Occidente la figura del cinese come un essere subdolo predisposto al tradimento e alla crudeltà, mentre le stesse riforme dei primi del ‘900 invece che essere viste come un lento cammino verso la modernizzazione del Paese divennero la prova stessa della volontà di Pechino di servirsi della tecnologia occidentale per rivolgerla contro le potenze europee. 

Nasce così dalla penna di Sax Rottmer la figura del terribile Fu Manchu – poi trasposto nel celebre film La maschera di Fu Manchu -, in cui il perfido dottore, genio sinistro che incarna la secolare furbizia orientale, mira a impadronirsi del mondo intero. Alla fortunata saga dell’arci-criminale, in un certo modo antesignano della Spectre di Ian Fleming, si aggiungono presto una sfilza di narrativa di serie b americana dagli allarmanti titoli come L’invasione cineseOcchi a mandorlaBreve storia della presa della California e dell’Oregon da parte dei cinesi nell’anno 1899 e Pericolo giallo, suffragati dall’apparizione delle prime comunità di lavoratori cinesi all’estero in seguito al permesso concesso dall’imperatore ai sudditi di poter espatriare. La stessa “minaccia cinese” che oggi, mutatis mutandis, viene riproposta non come classico esempio di potenza mondiale emergente che inevitabilmente si scontra con gli Stati Uniti nella competizione per le risorse mondiali in una battaglia prettamente economica ma, invece, di nuovo sublimata in “scontro di civiltà” all’ultimo sangue. Il moderno Fu Manchu fa quindi di nuovo capolino in salsa comunista cercando d’avvelenare gli occidentali non solo inondandoli di prodotti “velenosi”, contraffatti e di bassa qualità ma anche direttamente, ça va sans dire, con l’ultrapotente oppio del XXI secolo, ovvero il Fentanyl e lo stesso fervore sinofobico si riscontra del resto anche negli altisonanti titoli dei libri di Peter Navarro – Death by ChinaThe coming China WarsCrouching Tiger -, il “sedicente economista” alla base della strategia di ritorsione tariffaria della Casa Bianca.   

In effetti, se un tempo i produttori di oppio erano indiani, gli intermediari inglesi e i consumatori asiatici, oggi il paradigma pare rovesciato: i produttori sono cinesi, gli intermediari messicani e i consumatori americani. Eppure sussiste una sostanziale differenza dal momento che i Cartelli messicani sono veri e propri clan criminali mentre i “narcotrafficanti” ottocenteschi facevano parte a pieno titolo del sistema economico, finanziario e industriale delle più potenti nazioni dell’epoca. I proventi dei loro traffici hanno dato origine a rispettabili aziende come la Shell e la successiva triangolazione tra India, Cina e Turchia ha fornito i capitali a dinastie come quella dei Forbes e dei Roosevelt, contribuendo a creare il sistema bancario statunitense, finanziando la costruzione della rete ferroviaria nord-americana e, infine, il primo nucleo del capitalismo globale contemporaneo. 

Non a caso in Cina le Guerre dell’Oppio sono state fin da subito strumentalizzate dai maoisti in chiave anti-imperialista, sebbene ritenute non ingiustamente come necessaria seppur dolorosa prima tappa verso nascita della Repubblica popolare. La stessa retorica che oggi si respira visitando i ruderi del Palazzo d’Estate di Pechino o dei forti bombardati dalle cannoniere inglesi a Canton, impedisce a Xi Jinping di poter negoziare non muscolarmente con l’amministrazione Trump proprio a causa di quel virulento nazionalismo anti-occidentale che è stato pazientemente instillato a partire dagli anni Venti e perfino rinvigorito dopo gli eventi di Piazza Tienanmen. Un atteggiamento troppo morbido rischia infatti di rovesciarsi in pericolosa dissidenza anti-governativa. Una storia insomma ricca di reciproci fraintendimenti e di legittima rivalsa che, causa anche della rinnovata e feroce propaganda anti-cinese di questa amministrazione, rischia di sfociare in una trappola reciproca dalla quale sarà difficile districarsi in maniera indolore.

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