OGGETTO: Il secolo talebano
DATA: 12 Maggio 2023
SEZIONE: Geopolitica
AREA: Asia
175.000 afghani sono morti per niente: e adesso, mentre la costruzione del nuovo mondo talebano è cominciata, il loro Paese è in condizioni peggiori che nel 2001.
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I Talebani hanno vinto la guerra. Il governo afghano aveva già perso nel 2014, all’epoca della controversa elezione di Ashraf Ghani, sfociata, tra le frodi, gli attentati e i tentativi americani di mediazione, in una disunitissima coalizione di unità nazionale. E gli Stati Uniti hanno perso – perché di sconfitta si tratta, sebbene condizionata – nel febbraio 2020, quando il solito, colorito Trump cercava di impacchettare alla meglio l’accordo umiliante con un nemico infinitamente più debole eppure imbattuto per vent’anni. Ma la caduta di Kabul, il 15 agosto scorso, sigilla una vittoria totale, di quelle a cui non siamo abituati in quest’epoca di guerre non dichiarate, a bassa intensità e alta confusione. I Talebani hanno vinto per debellatio: in tutta la nazione le forze governative si arrendono, spesso senza nemmeno combattere, e il presidente scappa per salvare la pelle. Portandosi appresso valigie piene di banconote, denuncia Nikita Ishchenko, il portavoce dell’ambasciata russa, e traccia così il ritratto del collaborazionista più stereotipato. Che sia vero o no l’avvilente dettaglio, Ashraf Ghani è una figura al tempo stesso ridicola e tragica.

Negli ultimi mesi, mentre i Talebani conquistavano il paese, le sue dichiarazioni sconnesse dalla realtà somigliavano a quelle di Muhammad Saeed al-Sahhaf, passato ai meme come Alì il Comico, il ministro dell’informazione iracheno che ancora negava la sconfitta con i carri armati americani a cento metri dal palazzo di Saddam. Ghani l’accademico, il professore della Johns Hopkins, il funzionario della Banca Mondiale, lì nella sua torre d’avorio, circondato da tecnocrati istruiti in Occidente, ingegneri di ritorno dalla Silicon Valley; odiato dagli afghani delle campagne, i mullah, i capi tribali, che non lo capiscono e che lui rifiuta di capire, senza amici nel suo stesso governo, l’approvazione popolare in caduta libera già dopo i primi mesi. Ghani il riformatore, che ha studiato una vita le strategie di ricostruzione degli Stati distrutti – Fixing failed states è il titolo di uno dei suoi libri – e ha applicato gli studi di una vita alla tela bianca dell’Afghanistan post-invasione, con l’intento di trasformarlo in una nazione moderna, ricca, efficiente. Una nazione che, comunque sia, non sarebbe mai stata l’Afghanistan. Ha fallito, e il suo fallimento dimostra plasticamente una verità che chi, come lui, ha letto abbastanza libri dovrebbe avere il coraggio di ammettere: i libri non servono a niente, perché sul fondo delle cose c’è un nucleo identitario che sfugge all’ordine ragionevole del linguaggio e dei numeri. Durante la storia dell’Afghanistan, tutti i tentativi di modernizzare il Paese dall’alto si sono scontrati con una controforza insita nella struttura stessa della società, l’Islam tradizionalista, le tribù suddivise lungo linee etniche. Ghani lo sapeva bene, eppure è caduto nella stessa trappola del re innovatore Amanullah Khan, dei socialisti all’epoca della Repubblica Democratica.

All’opposto del presente generico, dell’Occidente universale in cui crede Ghani, c’è quella scandalosa forza rivoluzionaria del passato, la grazia dei secoli oscuri – Pasolini – che i Talebani in qualche modo incarnano. Oltre la trascendenza, però, i Talebani hanno vinto concretamente. E sono cambiati. Certo, non rispetto alle ingenue pretese degli occidentali – istruzione per tutti, parità fra i sessi, liberalizzazione: promesse di circostanza a cui né loro né noi possiamo onestamente credere. Sono cambiati politicamente: nonostante restino un gruppo a maggioranza pashtun, hanno saputo navigare l’intrico delle etnie afghane meglio del governo ufficiale, e hanno guadagnato un certo supporto anche nel nord del Paese, dov’erano tradizionalmente più deboli; hanno fatto leva sull’orgoglio nazionale nella lotta contro l’invasore straniero; hanno imparato l’arte della realpolitik e intrecciato rapporti diplomatici con Russia, Iran e Cina. La guerra li ha rafforzati: i Talebani sono, adesso, una vera organizzazione di governo, molto più di quanto lo fossero nel 2001. Tutto merito degli americani.

Il presidente Biden ha, in effetti, ammesso lucidamente gli errori degli ultimi vent’anni. “Il nostro sforzo di sconfiggere secoli di storia e cambiare l’Afghanistan non ha avuto successo”, dice. Di una lettura così onesta dei fatti Trump e Bush non sarebbero stati capaci. Gli Stati Uniti, come società, non ne sono ancora capaci. Oltre la rabbia dell’undici settembre, la missione in Afghanistan è stata animata da un’ottusa miopia, la stessa di Ghani. I governi americani e quelli afghani si sono ingannati a vicenda: gli uni esportavano la democrazia come copertura delle loro operazioni antiterrorismo, gli altri la democrazia facevano finta di importarla, mentre si consolidava soltanto il potere personale di figure ambigue come Hamid Karzai. Al netto della catastrofe politica, alcuni obiettivi militari sono stati raggiunti, l’attività di Al Qaida e dell’ISIS nella zona è stata repressa – almeno per ora: difficile immaginare come si collocheranno i Talebani all’interno del frammentato mosaico di terrorismo internazionale e jihadismo. Obiettivi raggiunti: ma a quale prezzo, per la popolazione afghana? I loro morti – circa 175.000 – sono morti per niente. Il loro mondo è peggiore adesso che nel 2001. Il mondo, e dovremmo averlo imparato a questo punto, può peggiorare ma non migliora mai.

La conquista della terra, che sostanzialmente consiste nello strapparla a quelli che hanno la pelle diversa dalla nostra o il naso leggermente più schiacciato, non è una cosa tanto bella da vedere, quando la si guarda troppo da vicino. Quello che la riscatta è solo l’idea. Un’idea che la sostenga, non un pretesto sentimentale, ma un’idea e una fede disinteressata, qualcosa, insomma, da esaltare, da ammirare, a cui si possano offrire sacrifici.

Questo lo scrive Joseph Conrad, in Cuore di tenebra. Ed è il punto di tanti fenomeni storici: il colonialismo ispirato dal positivismo vittoriano, l’attività missionaria, il marxismo – che è, in effetti, pensiero occidentale e straniero, oltre che in Afghanistan, anche in Russia, dove è rimasto sulla superficie di una società radicalmente mistica e tradizionale – e anche il conflitto fra NATO e “Stati canaglia”. Dietro c’è sempre un’idea redentrice, un’ottima ragione per le pessime azioni. Dall’altra parte c’è la tragedia esistenziale di chi viene convertito, trascinato nella modernità, di chi riceve in dono non richiesto la democrazia e l’Occidente, come la racconta Chinua Achebe nel suo Le cose crollano:

L’uomo bianco […] dice che le nostre usanze sono malvagie, e lo dicono anche i nostri fratelli che hanno abbracciato la sua religione. […] L’uomo bianco ha premuto il coltello sulle cose che ci tenevano uniti e ci siamo divisi.

L’Afghanistan è, ad oggi, martoriato dai tentativi secolari di salvarlo, un accanimento terapeutico che attraversa tutto lo spettro delle ideologie, dall’autoritarismo monarchico al socialismo, al capitalismo tecnocratico. Dice C.S. Lewis che la tirannia peggiore è quella esercitata da chi crede di agire per il bene delle sue vittime. In questo senso Ghani, coi suoi grandi progetti di aumento della produttività e razionalizzazione delle finanze, e i Talebani, col loro ministero per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, quasi si assomigliano. Sono quelli, dice ancora Lewis, che ci tormentano con l’approvazione della loro coscienza. Perché, in politica, chi cerca il paradiso spesso finisce col creare l’inferno in terra. E l’Afghanistan, negli ultimi quarant’anni di guerra ininterrotta, ha attraversato tutti i gironi.

(originariamente pubblicato il 21 agosto 2021)

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