OGGETTO: La necessità di pensare il metaverso
DATA: 30 Marzo 2023
SEZIONE: Postumano
FORMATO: Visioni
AREA: Altrove
L'affermazione di tecnologie pervasive determina l'urgenza di aprire un dialogo interdisciplinare che ponga al centro l'uomo.
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Il concetto di metaverso, oggi, rappresenta di fatto solo un’idea. L’idea di un mondo dove l’unica realtà ammessa è quella virtuale e che, nel compiersi, rischia di dismettere la dimensione umana. Tutto ciò, oltre ad essere inquietante, richiede uno sguardo critico e attento per evitare di inciampare nella trappola della disumanizzazione e della deresponsabilizzazione. In modo altrettanto critico, è bene chiedersi se questo futuro sia davvero auspicabile e se siamo pronti a gestire le conseguenze potenziali di una tale sostituzione. Il metaverso descritto, nel 1992, da Neal Stephenson in Snow Crash rappresenta una sorta di oasi virtuale, un’alternativa alla realtà opprimente e angosciante del mondo fisico.

In questo senso, può essere visto come una forma di fuga, una via di salvezza per l’umanità in un’epoca di crisi e sconvolgimenti. Tuttavia, il fatto che il metaverso sia stato immaginato come un mondo distopico, in cui la vita reale è caratterizzata da disperazione e sofferenza, solleva importanti questioni filosofiche ed etiche. In particolare, il metaverso ci costringe a confrontarci con la nozione stessa di realtà. Sebbene, infatti, esso possa essere visto come un’alternativa alla realtà fisica, non può essere considerato un semplice “mondo virtuale”, poiché agisce sulla nostra percezione della realtà. Il metaverso è, infatti, in grado di plasmare le nostre emozioni, i nostri pensieri e persino la nostra stessa identità. Di fronte a questa imprudente tendenza, è alto il rischio dello sviluppo di una distopia del post-umano, dove l’online tende a inglobare interamente l’offline. Il pericolo è proprio quello di rimanere intrappolati in una realtà virtuale, lontani dal mondo reale e dalle esperienze umane essenziali, come il contatto con le persone e la natura, la scoperta di nuovi luoghi e culture, il senso di comunità. 

La digitalizzazione, se non usata con saggezza, può infatti condurre alla derealizzazione e alla disincarnazione del mondo. Del resto gli ammiragli del Big Tech sembrano spingerci proprio in questa direzione, verso la profezia zuckerberghiana di un nuovo “sistema operativo” delle società mondiali. Appare ovvio che non possiamo permettere che questo accada senza una riflessione critica e una comprensione approfondita delle implicazioni di una simile transizione. Piuttosto, senza farci abbagliare, dovremmo guardare oltre gli elogi semplicistici del metaverso e considerare seriamente i suoi potenziali rischi. Senza cadere nella trappola di pensiero che la tecnologia possa sostituire la realtà e abdicare alla nostra umanità e alla dimensione sociale della vita, dovremmo utilizzarla per ampliare le nostre esperienze, migliorare e ottimizzare le attività umane. In un’epoca come la nostra, dove la tecnologia domina sempre più fortemente le nostre esistenze, è auspicabile trovare un punto di equilibrio per evitare di diventare schiavi della tecnica stessa e preservare ciò che ci rende veramente umani.

L’abbandono progressivo della sfera fisica in favore del regno virtuale ha un effetto dirompente sulla percezione della realtà, sino quasi a sbiadire i suoi confini stabili. La sovrabbondanza di informazioni, nella loro effimera natura, mina la stabilità delle forme e ci priva del contatto tangibile con l’Esistente. La tendenza a divenire ciechi verso le cose silenziose e ordinarie, che pure ancora ci permettono di attingere alla presenza, è la conseguenza di questo processo. Come osserva il filosofo Heidegger, la nostra alienazione dal cosmo deriva dall’aver dimenticato l’Essere. L’ossessione per l’acquisizione di informazioni e dati ci porta a consumare e produrre più informazioni che cose materiali, e l’effetto finale è la dissoluzione della realtà stessa, ridotta a semplice agglomerato di informazioni. In questo mondo in rapido mutamento, la sfida è quella di mantenere viva la nostra umanità nonostante la proliferazione della tecnologia e la dipendenza dal mondo virtuale. Ci troviamo di fronte a una scelta cruciale: sfruttare la tecnologia per enfatizzare la nostra umanità o lasciare che essa ci sottragga le nostre facoltà sensoriali e corporee? La tecnologia, se non tenuta a freno, può condurci verso un mondo orwelliano o verso una disabilitazione esistenziale, dove l’uomo diventa solo un’entità digitale?

Al contrario, se utilizzata con saggezza, può elevare la nostra esperienza umana e arricchire la nostra conoscenza del mondo? Considerare le implicazioni esistenziali della tecnologia ci può aiutare a preservare l’integrità della nostra umanità per garantirci un futuro umano, non soltanto digitale. Di fronte a questi interrogativi e alle allettanti promesse digitalizzate del meta-uomo, ritengo sia un nostro dovere mantenere il digitale radicato nella dimensione terrestre del tangibile. D’altronde, questa accelerazione digitale, virtuale, rischia di condurci verso una dimensione di disabilitazione corporea. Come il caos informativo ha gettato nell’inquietudine il nostro sistema cognitivo, la virtualità aumentata rischia di amputare parte del nostro sistema sensoriale. Di qui esistenziale. La vita non è fatta solo di pixel. Come afferma il filosofo Byung-Chul Han “il digitale ha bisogno del corporeo”. Solo attraverso il corpo possiamo sperimentare la reale dimensione del tempo, dello spazio e dell’esistenza. Solo attraverso i sensi possiamo verificare la verità del mondo. Non dobbiamo abbandonare l’esperienza concreta del mondo per una realtà virtuale priva di autenticità. Dobbiamo invece mantenere una dimensione umana e concreta, fondata sul contatto tangibile con la realtà. Solo così potremo evitare di diventare schiavi della tecnologia, essere al suo servizio piuttosto che al contrario.

Questa, sebbene in numerosi ambiti possa risultare benefica per il progresso e l’ottimizzazione della vita umana, può per altri dimostrarsi anche fortemente privativa. Non possiamo dimenticare che rappresenta uno strumento creato dall’essere umano stesso, un’estensione protesica dello stato attuale dell’anima nell’ambito dell’esistenza. Ciò nonostante, sembra che l’essere umano stia progressivamente smarrendo la propria capacità di agire in modo autonomo. Ma chi decide di condurci, di concerto con il nostro consenso, verso il meta-universo? Come il filosofo Paolo Flores d’Arcais ha sottolineato “il potere non può rinunciare a espandere il suo dominio e a governare in ogni dove. Il meta-potere non ha limiti: governa ovunque, persino sulle anime”. In questo senso, ciò che assume un ruolo di primaria importanza è l’influenza culturale, la quale può preparare il terreno per modificare la cultura e i valori verso un nuovo modello giuridico, suggerendo l’adozione del metaverso come nuova frontiera dell’esistenza umana. In ultima analisi, come sottolinea il filosofo Michel Foucault, la legge è uno strumento di potere fondamentale in tutte le avventure di potere. Per questo motivo, dobbiamo interrogarci su chi controlla la narrativa della nostra epoca e come vengono utilizzati questi nuovi strumenti tecnologici, chiedendoci se siamo in grado di preservare la nostra autonomia e il nostro potere di agire come esseri liberi e responsabili.

Dai tempi antichi, il diritto di rado ha prescritto in anticipo comportamenti umani non ancora manifestatisi. Di solito, la produzione di norme deriva dall’emergere di nuove condotte, che necessitano di essere disciplinate in modo positivo o negativo. In questo contesto, l’etica ha il compito di occuparsi delle zone non coperte dalla regolamentazione giuridica. L’etica deve saper leggere le fondamenta antropologiche comuni alle società, che diventano ineludibili: l’educazione, il lavoro, la cura e altre tematiche dove l’accelerazione tecnologica e gli imprevisti si inseguono continuamente e ossessivamente. È inoltre imprescindibile comprendere le mutazioni sociali, invece di adottare ragionamenti fondati su idealtipi stereotipati. La tensione tra tecnologia e diritto, tra l’incessante processo di sviluppo tecnologico e la necessità di regolamentazione giuridica adeguata, è una sfida sempre più pressante. Come osserva il filosofo e matematico Norbert Wiener, “la tecnologia è un’arma a doppio taglio”, capace di apportare grandi benefici ma anche di generare effetti collaterali indesiderati. In questo scenario, il diritto deve fare in modo di accorciare le distanze tra l’emergere di nuovi fenomeni e la loro regolamentazione così da evitare che potenti aziende impongano i propri interessi commerciali.

Ma non solo il diritto: anche l’etica deve trovare un ruolo di primo piano. Se la regolamentazione giuridica spesso arriva in ritardo rispetto ai fenomeni che dovrebbe disciplinare, l’etica può offrire una guida fin dall’inizio, anticipando e delineando i terreni antropologici fondamentali. L’educazione, il lavoro, la cura: questi sono solo alcuni dei temi in cui la tecnologia e il diritto si scontrano con le mutevoli esigenze della società, ma sono anche i terreni in cui l’etica può svolgere un ruolo cruciale. Il metaverso, in particolare, rappresenta una sfida impegnativa. Sviluppato principalmente dalle Big Tech, è spesso presentato come un mondo futuristico e rivoluzionario, ma la realtà è più complessa. È indubbio che il suo potenziale avvento sollevi una serie di questioni di natura etica e filosofica che richiedono una riflessione interdisciplinare. In particolare, occorre interrogarsi su quale sia il giusto livello di “virtualità” che gli individui dovrebbero permettersi in questo nuovo mondo per garantire un progresso e uno sviluppo sostenibile della società. Ovvio che questa riflessione non può limitarsi al solo campo del diritto ma deve coinvolgere anche il settore scientifico e accademico. Si tratta infatti di un ambito di studio che richiede competenze multidisciplinari e una costante interazione tra le diverse discipline per individuare le migliori soluzioni che favoriscano lo sviluppo della società della partecipazione, sfruttando al meglio l’innovazione e il progresso tecnologico e i conseguenti effetti economici e sociali. Solo attraverso un approccio interdisciplinare sarà possibile affrontare, in modo completo e concreto, rischi e interessi in gioco di questo “nuovo universo parallelo”. Individuando le migliori soluzioni per garantire un utilizzo etico e sostenibile del metaverso, senza lasciare che i colossi tecnologici dettino i termini del gioco, aiuterà a preservare i diritti e le libertà degli individui.

L’idea di un metaverso che sia progettato, sin dall’inizio, nel rispetto dei principi etici e dei diritti digitali può sembrare al momento difficile da conciliare con gli interessi dell’industria tecnologica, che tende a concentrarsi sulla governance del mondo virtuale e sulla massimizzazione dei profitti. Per evitare che il metaverso sia controllato dalle Big Tech, dobbiamo progettarlo ponendo l’uomo al centro non solo come mero utente. In questo modo il metaverso può rappresentare una nuova frontiera per l’espansione della libertà umana e della creatività e, pertanto, il suo futuro dipende in gran parte dalla nostra capacità di rispondere alle sfide etiche e filosofiche che esso pone. Ricordiamo che le tecnologie stesse non sono né distopiche né utopiche, piuttosto sono le persone che le utilizzano a determinare se le loro applicazioni saranno orientate al bene o al male. In questo senso, una maggiore attenzione all’etica e alla filosofia potrebbe essere fondamentale per guidare la progettazione e lo sviluppo del metaverso in modo da massimizzare i suoi benefici per l’umanità e minimizzare i rischi potenziali. Le principali aziende tecnologiche stanno investendo enormi somme di denaro nella creazione dei metaversi. Se il metaverso è controllato dalle Big Tech, può diventare uno strumento di manipolazione e controllo, un nuovo mezzo per esercitare il potere sulla società. Al contrario, se il metaverso verrà progettato per l’uomo e non per le grandi aziende, esso può rappresentare una nuova frontiera per l’espansione della libertà umana e della creatività.

Una delle sue caratteristiche meno ovvie è la sua capacità di funzionare come la nostra mente che lo rende significativamente diverso dai suoi predecessori. Se la televisione e i social media sono tecnologie persuasive, in grado di influenzare gli atteggiamenti e i comportamenti delle persone, il metaverso è invece una tecnologia trasformativa, capace di modificare la percezione stessa della realtà. Per raggiungere questo obiettivo, le tecnologie del metaverso hackerano i diversi meccanismi cognitivi chiave: l’esperienza di essere in un luogo e in un corpo, i processi di sintonizzazione e sincronia cervello-cervello e infine la capacità di sperimentare e indurre emozioni. Chiaramente, queste possibilità definiscono scenari totalmente nuovi con esiti positivi e negativi. In questo senso, il metaverso può essere visto come un nuovo terreno di battaglia per la libertà e l’autodeterminazione umana. Dobbiamo interrogarci sulla tipologia di realtà che intendiamo costruire per noi stessi e per le generazioni future, e come possiamo garantire che il metaverso non diventi uno strumento di controllo e dominio. Solo attraverso un dialogo aperto e multidisciplinare, che coinvolga filosofi, scienziati, giuristi e cittadini, possiamo sperare di costruire un metaverso che sia all’altezza delle nostre aspirazioni e dei nostri valori più profondi.

Senza dubbio, la speranza collettiva è che il mondo non si trasformi in un luogo tanto alienante e oppressivo da spingere gli individui a fuggire in mondi virtuali, creando avatar di sé stessi che combattono con spade laser contro magnati della tecnologia in completi gessati chiusi in sale riunioni virtuali. Tuttavia, tale visione può già essere paragonata alla realtà che ci circonda, una realtà in cui questi magnati si muovono e agiscono già in modo robotico e deumanizzato, riducendo l’umanità ad una serie di algoritmi. Dobbiamo quindi impegnarci affinché questo futuro non si realizzi. Piuttosto, la tecnologia dovrebbe essere vista come uno strumento per appoggiarsi alla “realtà” della realtà aumentata, incoraggiando tutti a riconnettersi con le persone intorno a noi quale attività radicata nella nostra evoluzione umana di due milioni di anni. Deve servire a ottimizzare l’esperienza umana e non a sostituirla. Ciò non significa che la tecnologia debba essere abbandonata del tutto, piuttosto va utilizzata per migliorare e amplificare queste esperienze, non per subentrare a esse.

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