"L’Italia ha perso una grande occasione di mantenere quel ruolo storico di potenza di mediazione". L'analisi di Giulio Sapelli

Secondo il consigliere della Fondazione Enrico Mattei, e noto economista, dovremmo tornare a guardare i grandi maestri: da Giorgio La Pira a Federico Caffé.
Secondo il consigliere della Fondazione Enrico Mattei, e noto economista, dovremmo tornare a guardare i grandi maestri: da Giorgio La Pira a Federico Caffé.

La pandemia e la crisi ucraina non hanno intaccato la solidità del mondo ordoliberista e globalitario, ma ne hanno mostrato la natura più autentica. La natura di una società open, ma non aperta, dirigista e caotica, intollerante e permissiva, che si è imposta in questi anni attraverso le meraviglie progressive della tecnica che ne garantisce la solidità e la capillarità nella società occidentale. È il centro della “restaurazione liberale”, per il mondo unipolare e l’idea di società di mercato, che segna definitivamente il tramonto della questione sociale e delle necessità di una economia mista di stampo welferistico. Di fronte a questa deriva tornare a Keynes non è più sufficiente, occorre andare oltre, guardare a Federico Caffè, alla necessità di una economia capace di incarnare le istanze popolari e le esigenze nazionali in una ottica di cooperazione internazionale tra gli stati per trovare risposte comuni alla crisi energetica, alla necessità di una alternativa al modello unico. Per parlare di questi temi abbiamo intervistato il Professor Giulio Sapelli, consigliere della Fondazione Enrico Mattei, intellettuale e studioso tra i più lucidi dell’intelligenza italiana che, ne in suoi ultimi saggi sui mercati e i cambiamenti del capitalismo italiano, ha analizzato le principali questioni del presente, dal governo Draghi all’Euro, passando per lo studio dei rapporti dell’Italia con le altre potenze, mostrandosi come un alfiere delle istanze socialcristiane che non vedono nella società una mera proiezione delle logiche mercatistiche.

Che ne pensa del PNRR, si tratta di un ritorno alle istanze del welfare state oppure di una continuazione del sistema neoliberista e dirigista di questi anni?

Il PNRR è il tipico meccanismo del modello ordoliberista, con una forte impronta neocameralistica e dirigistica, che possiamo considerare come il pilota automatico di tale visione, che attraverso la definizione delle quote che vanno alle singole nazioni su determinati temi, attingendo debito sul mercato mondiale attraverso una operazione finanziaria, si muove come una mutualizzazione del debito tra i paesi aderenti al trattato di Maastricht. Un progetto che quindi non ha nulla a che vedere col welfare state, nonostante stimoli la domanda interna, ma si muove con forme neocameralistiche, che vogliono ricostruire l’apparato dall’alto, con meccanismi che ricordano una visione dirigistica, che Enrico Barone nel suo Lo stato socialista aveva sintetizzatomolto bene e che ebbe molta influenza nell’economia sovietica. Una nuova forma di economia centralizzata che si avvale delle nuove scoperte della tecnica in una forma inedita, sfruttando anche l’intelligenza artificiale, per la pianificazione economica, ma che non ha nulla a che fare con l’idea di stato sociale.

Vede possibile un ritorno della questione sociale, come la avevano intesa pensatori keynesiani e socialcristiani come La Malfa, Caffè e La Pira? E quali fattori dovrebbero permettere questo cambio di paradigma?

L’unico modo per un ritorno ad una politica di stato sociale è una eventuale vittoria di movimenti come quelli di Mélenchon in Francia (ovviamente si tratta di un paradosso), miranti a rappresentare i ceti produttivi e le classi lavoratrici. Perché solo la ricostituzione di un movimento operaio improntata verso il socialismo, o sul laburismo cristiano, potrebbe garantire questo tipo di ritorno. Per riportare in auge la questione sociale bisognerebbe andare oltre Keynes, che era ancora nell’orbita della visione classica, superandolo nella prospettiva di una riformulazione della politica economica, come avevano tentato Federico Caffè e soprattutto, Claudio Napoleone, che insieme a Franco Modigliano è stato un mio grande maestro degli anni giovanili. Ma siamo lontanissimi da questo tipo di cambiamenti, poiché manca sia un’idea di orizzonte politico, sia il pensiero economico che possa incarnarlo.

E quali dovrebbero essere invece le premesse di questo cambiamento?

Leggere e riscoprire la Caritas in veritate di Benedetto XVI. Tutti i problemi e tutti gli spunti per risolverli sono presenti in essa. Dalla poligamia delle forme di allocazione, alla necessità di una economia comunitaria come fu pensata da Adriano Olivetti, passando per la dottrina sociale della Chiesa. Tutto è presente nella Caritas in veritate.

Come consigliere anziano della Fondazione Enrico Mattei, quanto è attuale il pensiero del fondatore dell’ENI sull’esigenza di una politica energetica nazionale? E l’autosufficienza energetica, in questi giorni evocata, è possibile o si tratta solo di slogan?

Non è possibile sicuramente l’autosufficienza energetica, soprattutto sul tema delle fonti fossili. È improprio parlarne, quando invece bisognerebbe guardare ad una coordinazione energetica. Come Mattei, del resto, faceva sostenendo i movimenti anticoloniali, promuovendo una integrazione virtuosa e positiva con i paesi del terzo mondo, instaurando un rapporto di collaborazione di tipo paritario con essi lontano da logiche oppressive, promuovendo invece lo sviluppo di nuove capability per costruire un apparato di tipo welfaristico in queste nazioni, cercando un modello di cooperazione e sviluppo tramite l’energia. L’attualità di Mattei sta nel far continuare la politica energetica anche in momenti di controversie internazionali. Oggi, nonostante la guerra, l’Ucraina non smette di comprare energia dalla Russia, mostrando quanto siano inefficaci e insignificanti le sanzioni per colpire l’economia russa, come è già accaduto con altri stati soggetti a tali misure. L’industria energetica ieri e oggi, in questa fase di graduale decarbonizzazione, deve proiettarsi in una ottica di integrazione e scambio tra i paesi.

Che opinione si è fatto della questione ucraina?

Tutto era già scritto. Il vero problema è che i giornalisti, gli analisti e gli esperti non leggono le fonti russe, nonostante siano state tradotte nelle principali lingue. La Russia è dominata da un conglomerato di funzionari, militari, di politici che si sono raccolti intorno al partito Russia unita, che non hanno più nulla a che fare con l’impostazione data da Eltsin e dal KGB, che avevano permesso che la Russia fosse depredata dal capitalismo predatorio e neoliberista, negli anni ‘90. Il nuovo establishment russo agisce in risposta, contro questa politica eltsiniana, proponendo la visione imperialista, tipica del neozarismo dell’amministrazione putiniana, imperniata di misticismo nazionale e dalla visione di una grande Russia, molto vicina al mondo ortodosso, fomentata dal patriarca Kirill. Basterebbe leggere autori come Dugin o Sucharov, che si oppongono a questa depredazione della Russia in nome di una visione mistico-metapolitica, per capire cosa stia accadendo nel Cremlino. Questo nazionalismo è stato esacerbato dalle spinte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, che hanno commesso lo stesso errore compiuto in precedenza con la Serbia quando, riconoscendo e conglomerando la Croazia, diedero vita alle guerre balcaniche. Oggi la politica di espansione della Nato e dell’unione europea verso paesi antirussi culmina questi errori e tensioni internazionali, iniziati con gli anni ‘90, di rafforzare il fronte baltico a dispetto di un rafforzamento del confine meridionale, lasciato alla deriva durante le primavere arabe, trasformando il mediterraneo non più in un lago atlantico ma in uno scenario altamente contendibile per le superpotenze. Quindi chi studiava il potere russo vedeva già in nuce l’aggressione dell’imperialismo putiniano e le sue tragiche conseguenze, capendo come le alternative golliste ed europee di integrare la Russia nel disegno europeo ed occidentale siano naufragate, di fronte anche all’approccio contraddittorio dell’amministrazione Biden, permettendo la trasformazione di Mosca in una ottica imperialista molto preoccupante.

Che ne pensa della cosiddetta “fine del multilateralismo”prodotta dalle più recenti crisi internazionali e che scenari vede per il futuro?

Innanzitutto, il multilateralismo non esiste e non è mai esistito, poiché in questi anni si è instaurato un unipolarismo nordamericano fondato, non sul realismo kissingeriano, ma sul binomio dei diritti umani, con la mano sinistra, e sui bombardamenti sulle nazioni che contrastano questo unipolarismo, con la destra. Basti pensare ai bombardamenti dell’Iraq, alla fine di Gheddafi e a tutte quelle politiche dissennate che sono state attuate in Siria e che hanno dato luogo al crollo del Libano, mettendo in grave crisi il Medioriente. L’Europa deve liberarsi dall’egemonia statunitense, che è intervenuta in maniera incisiva sullo scenario comunitario, per arginare ed indebolire i duplici rapporti con la Cina e con la Russia, della Francia e della Germania nell’era Merkel. È significativo in questo quadro l’avvicinamento degli Usa all’India, che per fortuna è una grande democrazia, nonostante il suo forte nazionalismo.  In questo schema l’Italia ha perso una grande occasione di mantenere quel ruolo storico di potenza di mediazione, dimenticando l’insegnamento di La Pira che, mentre gli americani bombardavano Hanoi, si recava in missione di pace da Ho Chi Minh, mostrandosi come un vassallo fedele, ma autonomo, del mondo atlantico.

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