La rivolta della black America

La morte di George Floyd ha fatto esplodere proteste nelle maggiori città americane ed europee: cerchiamo di capire cos'è il movimento Black Lives Matter.
La morte di George Floyd ha fatto esplodere proteste nelle maggiori città americane ed europee: cerchiamo di capire cos'è il movimento Black Lives Matter.

Minneapolis, 26 maggio 2020. Una data che è già entrata nei libri di storia: George Floyd, 46enne afroamericano, viene ucciso nel corso di un controllo delle forze dell’ordine. Le sue ultime parole “I can’t breathe” (let. Non riesco a respirare) scuotono l’opinione pubblica, fungendo da leitmotiv per lo scoppio dei più gravi disordini socio-razziali nella storia degli Stati Uniti.

Le proteste si espandono rapidamente da Minneapolis a Los Angeles, passando per New York e Washington D.C. Ed è proprio in quest’ultima città, la capitale degli Stati Uniti, che pochi giorni dopo si registra un altro evento storico, senza precedenti.

La notte del 29 maggio, gli inquilini della Casa Bianca vengono scortati nel bunker dell’edificio per ragioni di sicurezza. Fuori dal complesso, infatti, si è radunato un assembramento pericoloso e la città è stata messa a ferro e fuoco. L’integrità fisica del presidente e dei suoi familiari potrebbe essere a rischio. Prima di Trump, nessun’altro capo di stato degli Stati Uniti era mai entrato nel bunker, né vi erano state circostanze tali da far valutare tale eventualità.

Il bilancio degli scontri è un bollettino di guerra: in 15 Stati è stata impiegata la Guardia Nazionale, per un totale di più di 5mila truppe per le strade, oltre 5mila persone sono state arrestate, in 12 metropoli è stato dichiarato il coprifuoco.

Black Lives Matter (BLM) sta guidando le proteste sin dalla morte di Floyd, sebbene il fattore incendiario sia stato il coinvolgimento del movimento Antifa che Trump vorrebbe bollare come organizzazione terroristica. Ovunque si trovino comunità di afroamericani, BLM è lì per spingerle alla mobilitazione, alla sedizione, alla rivolta: ChicagoDallasNew YorkLas VegasLos Angeles Minneapolis.

BLM e gli Antifa stanno mostrando un incredibile grado di coordinamento sia a livello domestico, dove guidano manifestazioni e scontri, che a livello internazionale, come palesato dal fatto che si sta tentando di esportare la causa antirazzista nel resto dell’Occidente. I risultati del lobbismo del duo BLM-Antifa sono oggettivamente straordinari: migliaia di persone stanno prendendo il controllo delle piazze, protestando contro la brutalità poliziesca e il razzismo istituzionale, da Londra ad Auckland, da Berlino Perth, da Atene a Bruxelles. La situazione potrebbe esplodere in tutti quei teatri sensibili che, proprio come gli Stati Uniti, presentano problematiche di convivenza inter-etnica legate al fallimento dei loro modelli di integrazione ed ospitano numerosi ghetti: Svezia, Germania, Belgio, Inghilterra, Francia. Non è un caso che all’Eliseo vi sia preoccupazione circa i segnali di possibili mobilitazioni nelle banlieu parigine.

Ma quali sono le ragioni del potere di BLM, tanto culturale quanto politico? Chi sono e cosa vogliono questi attivisti? Procediamo con ordine.

BLM viene fondato ufficialmente nel 2014 come movimento apolitico e apartitico di denuncia sociale, da e per gli afroamericani. L’obiettivo è la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, americana ed internazionale, del mondo dello spettacolo e della politica sulla presunta natura etno-centrica della brutalità poliziesca delle forze dell’ordine statunitensi. Sebbene questa tesi sia facilmente screditabile, poiché confutata dai dati disponibili sulle attività della polizia, pubblici e quindi liberamente accessibili, e sia anche duramente criticata da esponenti della comunità afroamericana, come Deroy Murdock e Candace Owens, la battaglia delle narrative è stata vinta da BLM.

Due sono stati gli eventi alla base della nascita di BLM: la morte di Trayvon Martin nel 2012 e la morte di Michael Brown nel 2014.

Martin era un 17enne afroamericano, deceduto la notte del 26 febbraio in seguito ad una violenta colluttazione con George Zimmermann, un vigilante di quartiere e non un poliziotto. Zimmermann fu assolto dalle accuse di omicidio l’anno seguente e fu proprio in quell’occasione che, in rete, iniziò a circolare l’hashtag #BlackLivesMatter.

Brown era un 18enne afroamericano, morto in seguito ad un controllo di polizia degenerato in un alterco combattuto a colpi d’arma da fuoco la notte del 14 agosto. La città di Ferguson, teatro del fatto, è precipitata in un vortice di pura anarchia per un anno intero.

Ed è a Ferguson che BLM ha fatto la sua prima comparsa ufficiale, apparendo come murale nelle pareti della città e sulle magliette dei rivoltosi.

BLM è un’organizzazione de-territorializzata e de-centralizzata: non ha un corpo dirigenziale riconosciuto e riconoscibile, agisce come una rete transnazionale composta da tante, piccole cellule autonome fra loro che sono in costante comunicazione ed utilizzano la rete come canale di proselitismo e dialogo. Ognuna di queste cellule, che nascono e muoiono spontaneamente, sorge con un solo obiettivo: difendere la causa di BLM.

La causa in questione è la battaglia alla presunta struttura di potere bianco-centrica delle società occidentali, che verrebbe mantenuta per mezzo della repressione e del razzismo sistemico e perpetuata attraverso la segregazione spaziale e le disuguaglianze economiche. Ogni paese dalla composizione multietnica è, quindi, passibile di essere oggetto delle attenzioni dei BLM. In Australia e Nuova Zelanda, ad esempio, BLM è molto attivo e lotta contro la discriminazione anti-aborigena, così come in Inghilterra è impegnato nella contro il razzismo diretto verso gli afro-caraibici.

La comunicazione fra le cellule è fondamentale: un evento accaduto a Minneapolis può essere strumentalizzato per spingere gli attivisti di altri paesi a scendere in piazza e mostrare solidarietà – che è ciò che sta accadendo in questi giorni, con l’espansione delle proteste in Europa e Oceania.

Sebbene il razzismo continui a costituire il pilastro portante dell’agenda di BLM, negli ultimi anni lo spettro delle attività si è allargato, abbracciando le lotte delle comunità lgbt, dei palestinesi e degli ambientalisti radicali.

Le proteste dei BLM non sono sempre pacifiche ed il dialogo è particolarmente teso con tutte quelle persone ritenute pericolose per le loro idee: repubblicani, conservatori, nazionalisti bianchi. In questi tre casi, i BLM utilizzano ogni mezzo che hanno a disposizione per impedire loro di organizzare eventi, anche la forza.

Nel 2016, lo staff elettorale dell’allora candidato alla presidenza Donald Trump dovette annullare un comizio a Chicago per via di un’imponente contro-manifestazione annunciata da BLM che, secondo i servizi segreti, avrebbe provocato gravi incidenti qualora repubblicani e attivisti fossero arrivati al contatto.

La natura radicale ed antidemocratica di BLM si è, perciò, manifestata sin dai primordi. Questo è il motivo per cui la Federal Bureau of Investigation (FBI) ha iniziato ad indagare sulla galassia che circonda, e di cui fa parte, il movimento a partire dal 2017.

I risultati delle indagini sono preoccupanti: l’attivismo di BLM ha alimentato la rinascita culturale dell’ideologia del potere, gettando le fondamenta per la proliferazione di movimenti di autodifesa e di estrema sinistra che, dietro il paravento della lotta contro la brutalità poliziesca, commettono atti terroristici e crimini vari. È il caso, per citarne alcuni, del Huey P Newton Gun Club di Dallas, noto per le attività di pattugliamento armato dei quartieri neri, e del Guerrilla Mainframe, la prima entità ad essere bollata come BIE.

BIE è la sigla utilizzata dalla FBI per identificare i cosiddetti Black Identity Extremists (let. Estremisti dell’identitarismo nero) ed appare per la prima volta in un rapporto ufficiale datato 3 agosto 2017, inviato ai dipartimenti di polizia di tutto il paese per metterli in guardia da un nuovo tipo di violenza politica, consumata dai neri ai danni di poliziotti bianchi. E sarebbe stato proprio BLM ad essere la causa di questo fenomeno, avendo cristallizzato nell’immaginario collettivo afroamericano la falsa convinzione che le forze dell’ordine starebbero portando avanti un “genocidio nero”.

La causa di BLM è stata, ed è, patrocinata (e quindi anche sostenuta finanziariamente) dall’industria dell’intrattenimento americana, dal mondo dello sport ed anche dal Partito Democratico. Quest’ultimo, nell’agosto 2015, attraverso il Comitato Nazionale Democratico (Democratic National Committee), ha approvato una risoluzione che ha sanzionato il supporto ufficiale del partito a BLM.

L’assenza di una struttura centralizzata e territorializzata non è un ostacolo alla filantropia degli sponsor di BLM, che viene ampiamente foraggiato grazie alle donazioni dei grandi privati, soprattutto attori, musicisti, politici. In questi giorni, ben 16 organizzazioni che lavorano nella raccolta fondi hanno aperto campagne per sostenere l’ultima battaglia del movimento: pagare la cauzione a tutti coloro che sono arrestati, o che lo saranno. Per dare l’idea della mobilitazione in favore di BLM, si pensi che uno solo di questi enti, il Minnesota Freedom Fund, ha raccolto da solo 20 milioni di dollari.

Sono tante le celebrità che stanno donando a questi enti: gli attori Seth Rogen, Steve Carell e Don Cheadle, e le cantanti Janelle Kehlani e Noname.

Curiosamente, il noto speculatore finanziario ungherese George Soros è stato accusato di essere fra i sostenitori di BLM, sebbene sembri accertato che la Open Society Foundation non abbia mai effettuato donazioni dirette al movimento. Le accuse, provenienti dall’estrema destra e poi rilanciate in questi giorni dall’attivista politica afroamericana Candace Owens, sono gravi: Soros avrebbe donato 33 milioni di dollari a BLM negli ultimi sei anni.

Il sito PolitiFact ha voluto indagare sulle denunce della Owens e le conclusioni sono tutt’altro che a favore del magnate ungherese. Infatti, sebbene non vi siano evidenze di finanziamenti diretti, la Open Society effettua donazioni sostanziose e a cadenza regolare a numerose organizzazioni che collaborano con BLM. Ad esempio, la britannica Release Leads, che ospita periodicamente eventi BLM, solo nel 2018 ha ricevuto 280mila dollari.

La Owens e i complottisti, questa volta, potrebbero non avere torto.

Non si possono comprendere la nascita e gli obiettivi di BLM senza volgere lo sguardo agli anni ’60, l’epoca della rivoluzione controculturale che ha posto le basi per la decostruzione dei punti cardine della civiltà occidentale. Gli Stati Uniti sono stati il paese più colpito dal moto rivoluzionario, i cui effetti continuano ad essere visibili a più di 40 anni di distanza: femminismo, studi di genere, studi culturali, lotte iconoclaste contro i simboli dell’identità nazionale, e tensioni razziali.

È in quest’epoca di cambiamento che possono essere trovate le radici di BLM: l’ideologia del potere nero, il movimento dei diritti civili, la lotta delle Pantere Nere, l’ascesa delle chiese nere, la crescita della Nazione dell’Islam.

È in quest’epoca che ha avuto inizio lo scontro frontale tra la White America, quella dei wasp, e la Black America, essendo l’ultima non più disposta a subire passivamente maltrattamenti, segregazione multiforme, razzismo istituzionalizzato e linciaggi. La decisione di Pantere Nere e Nazione dell’Islam di prendere la via delle armi ha cambiato per sempre la storia delle relazioni fra bianchi e neri e ciò che sta accadendo oggi è la prova più evidente di ciò. BLM è l’ultima espressione di un cambio di paradigma iniziato sessant’anni fa.

Members of the Black Panthers line up at a rally at DeFremery Park in Oakland, Calif.

Sarebbe sbagliato, quindi, considerare BLM come la semplice conseguenza delle morti di Martin e Brown, perché abbiamo visto che i presupposti ideologici erano ben radicati nella storia statunitense.

Ma c’è un altro evento che ha contribuito alla nascita di BLM e alla successiva ri-fioritura del nazionalismo nero: l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. Secondo un’indagine del Pew Research Center, il principale lascito dell’era Obama è stato l’aumento della polarizzazione sociale ed economica. Le conseguenze della polarizzazione sul piano etnico sono state inevitabili e hanno travolto, in maniera particolare, gli afroamericani: più insicuri, più poveri, più vulnerabili alla radicalizzazione, più fragili al richiamo dell’identitarismo e della violenza politica, più strumentalizzabili da parte di quelle forze interessate ad ottenere il loro consenso.

Anche i bianchi, però, non sarebbero stati immuni da questa polarizzazione e il ritorno in scena del suprematismo sarebbe una delle tante manifestazioni di questo malessere, della percezione di essere una maggioranza sotto attacco e senza punti di riferimento nella cultura e nella politica. L’ascesa di Trump, lo stragismo del nazionalismo bianco, il ritorno in scena del potere nero, le violenze del movimento Antifa, ognuno di questi fatti è accomunato dalla stessa radice e la tradizionalmente scarsa propensione al dialogo tra le parti che ha caratterizzato la storia degli Stati Uniti sta favorendo la radicalizzazione di bianchi e neri.

I disordini scaturiti dalla morte di George Floyd potrebbero essere solo l’anticipazione di ciò che potrebbe accadere in futuro: una seconda guerra civile.

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