OGGETTO: Trump e il ritorno al futuro
DATA: 03 Marzo 2021
SEZIONE: inEvidenza
Mentre tutti lo danno per spacciato l’ex Presidente degli Stati Uniti ha fatto sapere dal palco del Conservative Political Action Conference che vuole tornare per vincere.
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Fra il 25 e il 28 febbraio a Orlando, Florida, si è tenuta l’ultima edizione della Conservative Political Action Conference,l’appuntamento del mondo repubblicano a cadenza annuale durante il quale politici, diplomatici, accademici e commentatori di orientamento conservatore si incontrano per fare il punto sull’eterna lotta che li contrappone ai Democratici. Il grande e indiscusso protagonista è stato Donald Trump, che sul palco della CPAC ha fatto la prima apparizione pubblica post-presidenziale e – contrariamente alle aspettative degli analisti – ha ottenuto un riscontro enorme in termini di apprezzamento da parte della platea. Perché Trump era ed è l’uomo indispensabile, colui che ha saputo de facto cogliere – meglio di chiunque altro – la rabbia dei wasp, gettando le basi per la trasformazione dei Repubblicani nei rappresentanti del ceto produttivo statunitense.

Il trumpismo, lo spiegavamo sulle nostre colonne digitali in tempi non sospetti, non sarebbe morto al Campidoglio: la demonizzazione sarebbe divenuta storicizzazione celebrativa, e i Repubblicani avrebbero subito più benefici che danni, perché “Trump non era soltanto il presidente degli operai e degli evangelici, ma anche dei milioni (decine) di reietti a cui nessuno ha mai dato voce e che lui ha portato alle urne – redneckwhite trash, nazionalisti bianchi, nostalgici sudisti e complottisti apolitici che mescolano l’americanismo nella sua forma più bieca al cospirazionismo esasperato”. 

Perciò il Tycoon è tornato, neanche il tempo di permettere a Joe Biden di abituarsi alla poltrona dello Studio Ovale, e ha già illustrato ai seguaci il piano d’azione da qui ai prossimi quattro anni: guerra alla cultura della cancellazione (cancel culture), battaglia contro la censura dei Signori del Silicio, mobilitazione totale in vista delle elezioni di metà mandato del 2022 e sguardo fisso al vero orizzonte, ovverosia le presidenziali del 2024. Presidenziali che i Repubblicani debbono vincere, a qualunque costo, pena la loro estinzione dal panorama politico e culturale. 

“Con il vostro aiuto ci riprenderemo la Camera. Vinceremo il Senato. E, poi, un presidente repubblicano farà un ritorno trionfale alla Casa Bianca. E io mi chiedo: chi sarà?”

Donald Trump

Un mese dell’amministrazione Biden, del resto, già è bastato a scardinare una parte significativa dei quattro anni di Trump – dalla lotta all’ideologia di genere alla visione sul cambiamento climatico, passando per i dossier Iran e Arabia Saudita – e un’eventuale rielezione, quindi il monopolio della Casa Bianca sino al 2028, significherebbe la fine definitiva per i Repubblicani.

https://twitter.com/IntDissidente/status/1350129510486781952

L’ex presidente ha criticato l’intera agenda bideniana, dalla politica estera all’etica, riaffermando e difendendo l’operato della propria amministrazione e preannunciando ai presenti la sua intenzione di continuare a difendere il diritto alla vita, i valori giudeo-cristiani e la libertà di pensiero. Ma nel lungo monologo di Trump c’è stato spazio per parlare di tutto: dalla Cina alla politica energetica della nuova amministrazione, dal futuro della pensiero conservatore al presunto pericolo socialista che minaccerebbe l’orizzonte dell’America. Il monologo potrebbe essere considerato, a tutti gli effetti, il manifesto politico del fino a ieri fumoso trumpismo.

“Siamo impegnati a difendere la vita innocente e a sostenere i valori giudeo-cristiani dei nostri [padri] fondatori e che sono il nostro pilastro. Abbiamo innalzato il pensiero libero, abbiamo resistito al politicamente corretto e rigettiamo le follie della sinistra. Nello specifico, noi rigettiamo la cultura della cancellazione.”

Donald Trump

Curiosamente, ma non sorprendentemente, l’ex Presidente ha scherzato – ma neanche troppo – con la platea manifestando quella che è la sua ferrea volontà: vincere di nuovo le elezioni, per “la terza volta”. Un chiaro segnale inviato al movimento Qanon, tutt’altro che morto, e a tutti quei votanti che continuano a credere nella teoria dei brogli elettorali – il 65 per cento dei repubblicani. 

Trump, in breve, ha comunicato al partito e all’elettorato di essere pronto a scendere nuovamente in campo e di non aver cambiato idea su nulla, neanche sul tema controverso dei mai provati brogli, confermando una totale coerenza e linearità con il passato e lasciando intendere quelle che potrebbero essere le sue direttrici nel caso di una rielezione.

“È giunto il tempo di rompere i monopoli dei grandi della tecnologia e di restaurare la competizione leale. […] E se il governo federale rifiuterà di agire, allora ogni stato dell’unione in cui abbiamo i voti dovrebbe punire con sanzioni significative i giganti della tecnologia, come Twitter, Google e Facebook, ogniqualvolta silenzino le voci conservatrici”.

Per evitare l’estinzione sulla scena politica Trump ha indicato così la strada da seguire, citando i numeri delle ultime elezioni: consenso verso i Repubblicani in aumento significativo tra le minoranze etniche – specialmente afroamericani, latini e nativi –, ovverosia tra quei gruppi che hanno in mano le redini dell’America; un’America che sarà sempre meno White e sempre più Black e Latino; un’America che potrebbe essere riconquistata soltanto ad una condizione: saper cogliere la transizione in corso.

I Repubblicani dovranno dunque, secondo la strategia dell’ex presidente, continuare a corteggiare l’influente – ma sempre più ristretto – elettorato bianco-evangelico, ma dovranno anche rivolgere un’attenzione crescente ai bisogni e agli interessi di afroamericani, latini, nativi e dei bianchi delle periferie, i reietti che hanno costruito la mitologia trumpiana. I Repubblicani dovranno diventare il partito dei lavoratori contrapponendosi all’elitismo Democratico, ma anche difendere concretamente le minoranze che i Dem sembrano continuare a capire solo superficialmente, come dimostrano appunto i dati elettorali. Per sopravvivere, dunque, i Repubblicani, se vorranno concedere a Trump una seconda chance, dovranno affrontare un lungo e serio percorso di introspezione rinnovatrice.


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