Un’indagine sul populismo (di oggi e di domani)

Le diverse fasi del populismo, dalla Brexit alla recente sconfitta elettorale di Trump, aprono interrogativi circa il futuro del fenomeno che ha rivoluzionato la politica degli ultimi dieci anni su scala mondiale. Da Marco Tarchi a Massimo Cacciari passando da Ernesto Galli Della Loggia abbiamo chiesto: il “momento populista” è davvero finito?
Le diverse fasi del populismo, dalla Brexit alla recente sconfitta elettorale di Trump, aprono interrogativi circa il futuro del fenomeno che ha rivoluzionato la politica degli ultimi dieci anni su scala mondiale. Da Marco Tarchi a Massimo Cacciari passando da Ernesto Galli Della Loggia abbiamo chiesto: il “momento populista” è davvero finito?

Il fenomeno populista ha avuto i suoi alti e bassi; dalla vittoria del Leave del 2016 alla sconfitta di Trump nel 2021. Negli ultimi anni i Paesi occidentali sono stati indistintamente interessati dal fenomeno populista che ne ha occupato la scena politica e mediatica. Alain De Benoist lo ha definito “momento populista”, ovvero un momento di transizione non destinato a durare in eterno e che alla fine dei giochi registrerà un “bilancio pieno di contrasti”. Non vi è dubbio che l’apice di tale momento sia stato raggiunto nel 2016 in Gran Bretagna con il referendum sulla Brexit dove la vittoria del Leave ha rappresentato la rottura dell’argine a cui ha fatto seguito negli Stati Uniti l’affermazione di Trump su Hillary Clinton. Tale fermento non ha risparmiato gli altri Stati Europei dove, tuttavia, l’affermazione di questi nuovi soggetti politici ha decisamente deluso le aspettative, per come dimostra il risultato registrato nelle elezioni europee del 2019 in cui le forze “filo-europeiste” hanno conquistato un’ampia maggioranza di seggi, circa i due terzi, del nuovo Parlamento europeo.

Molteplici sono state le varianti che hanno determinato sia il mancato obbiettivo delle forze populiste in quella circostanza, che il loro successivo declino relativo in termini di consensi. Tra queste, molto interessante risulta quella esposta dal politologo Prof. Marco Tarchi nel corso dell’incontro “Eclissi della democrazia liberale?” (organizzato dalla Federazione “Revolvere”, secondo cui

“il Trumpismo si è rivelato una sorta di boomerang per la maggior parte delle forze populiste europee che hanno puntato sulla carta Trump facendone una sorta di sostituto ideologico”.

L’epilogo di Capitol Hill – prosegue Tarchi – ha ulteriormente peggiorato la situazione per tali forze che con tanta fatica erano riuscite a guadagnarsi la legittimità nei vari Paesi europei entrando nel gioco politico che conta, pur tenendo posizioni alternative rispetto a quelle che venivano percepite come “politicamente corrette”. Ciò, a livello mediatico, ha nuovamente sbilanciato il rapporto tra populismo e democrazia, confinando i populisti tra le forze antidemocratiche. È, inoltre, condivisibile il pensiero del politologo secondo cui in Europa il fenomeno Trump ha spinto molti movimenti e partiti che avevano esitato ad identificarsi nel populismo ad abbracciare la causa “sovranista” senza tener conto della sua declinazione verso posizioni di accondiscendenza agli Stati Uniti d’America. Differente è la situazione che si registra negli Stati Uniti dove l’uscita di Trump dalla Casa Bianca di certo non equivale alla fine del “trumpismo”. A tal riguardo è bene ricordare che, nonostante la sconfitta, l’ex Presidente degli Stati Uniti gode del sostegno di una larga fetta della popolazione il cui consenso nei suoi riguardi è cresciuto di circa 7 milioni di volti rispetto a quelli conseguiti nel 2016, abbracciando sia un notevole segmento della classe media che, colpita dalla crisi del 2007/2008, non è più riuscita a risollevarsi, che quello delle minoranze, tra cui i latinos. 

Chiuso il capitolo Trump, almeno in apparenza, è forse arrivato il momento di capire che ne sarà del fenomeno populista e, in particolare, di intercettare la direzione che intraprenderanno quelle forze che, seppur ad oggi prive di una forte rappresentanza governativa, di fatto si sono consolidate sul terreno organizzandosi con referenti sia ideologici che politici che ne contribuiscono a solidificarne la struttura. Sarebbe, inoltre, interessante valutare se da tale esperienza sia nata una élite politico dirigenziale capace di rispondere alle sfide future e, soprattutto, quali saranno le conseguenze nel continente europeo e, più in particolare, in Italia, qualificata da più parti “laboratorio del populismo”. A tal fine, calcando le orme di un’indagine già condotta sul tema del populismo e del sovranismo attraverso interviste rivolte a politologi ed intellettuali (tra cui Massimo Cacciari, Ernesto Galli della Loggia, Marco Tarchi, Marcello Veneziani, Franco Cardini, Carlo Formenti, Massimo Fini e Alberto Buela), pubblicate nel 2018 sul portale Vita e che nelle prossime settimane verrà riproposta sulle colonne di questa testata con domande aggiornate ai giorni nostri alle personalità menzionate sopra, si analizzerà l’evoluzione del fenomeno e la sua interazione con le sfide future derivanti dai profondi cambiamenti politici e sociali del post Pandemia Covid-19, dal nuovo corso che gli Stati Uniti intraprenderanno con la Presidenza Biden, dal risultato delle prossime elezioni in Germania e, soprattutto, dalla postura assunta dalla Commissione europea a guida Von Der Leyen che sembrerebbe non favorire l’alimentarsi dell’“anti-europeismo” che ha funto, fino ad oggi, da collante alle forze populiste europee. 


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