Il nuovo Mare Nostrum

Se l’Italia riuscisse ad acquisire lo status di principale hub commerciale-energetico nel Mar Mediterraneo, vedrebbe il suo peso geopolitico aumentare sensibilmente. E per farlo deve appoggiarsi anche su Turchia e Cina.
Se l’Italia riuscisse ad acquisire lo status di principale hub commerciale-energetico nel Mar Mediterraneo, vedrebbe il suo peso geopolitico aumentare sensibilmente. E per farlo deve appoggiarsi anche su Turchia e Cina.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale la dimensione della politica estera italiana è stata, progressivamente, basata su tre pilastri. Primo, l’europeismo, vale a dire la considerazione assolutamente positiva del processo d’integrazione nella Comunità europea prima e nell’Unione successivamente, necessaria a rinsaldare l’impronta democratica e lo sviluppo economico della neonata Repubblica. Secondo, fedeltà incondizionata al dispositivo di difesa atlantico, ossia la NATO, che ha rappresentato negli anni della Guerra fredda l’assicurazione che allontanava pericolose oscillazioni verso il blocco orientale. Terzo, un’attenta vigilanza nel Mediterraneo, funzionale più che altro a garantire l’approvvigionamento costante di idrocarburi, di cui alcuni paesi litoranei sono ricchi. Inaspettatamente per la storia politica italiana, questi tre fondamentali di politica estera sono rimasti pressoché immutati fino a oggi, nonostante – sia chiaro – diverse maggioranze guardassero alla politica estera con sfumature altrettanto differenti. Nella seconda decade degli anni Duemila, due eventi hanno però costretto i governi a ripensare quel modello, che andava modificato in ragione della Brexit e degli eventi scaturiti dalla Primavera araba. 

L’uscita del Regno Unito dall’UE ha provocato un’alterazione dell’equilibrio intra-europeo, precedentemente fondato sul binomio Germania-Francia controbilanciato dalla diade Italia-Regno Unito, con Roma che fidava su Londra per non consegnare del tutto le leve del comando e il capitale politico dell’Unione a Parigi e Berlino. Tuttavia, maturata la Brexit, l’Italia si è trovata priva di un attore di rilievo che evitasse un’eccessiva concentrazione di potere sull’asse franco-tedesco. Da un lato, i governi Renzi e Gentiloni hanno tentato di rafforzare la cooperazione nell’ambito della difesa con Francia e Germania tramite un rilancio della Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC), cui seguirono i vertici di Ventotene e Roma (2016). In seguito, il governo Conte I operò in senso esattamente opposto, aprendo una stagione di netti contrasti con Parigi, culminata con il richiamo dell’ambasciatore francese nel febbraio 2019. Quando, nello stesso anno, fu varato il governo Conte II, la maggioranza mutò orientamento, alternando moderate aperture all’Unione a un evidente scetticismo nei confronti di Bruxelles, come dimostrato dall’acceso dibattito su Eurobond, riforma del MES e Recovery Fund. 

Per ciò che attiene al Medio Oriente, dal 2011 al 2019 esso è stato interessato da instabilità incrementale e dalla sopravvenienza di conflitti asimmetrici. La superpotenza americana si è, in un primo tempo, impegnata per favorire il cambio di regime in Siria e Libia, salvo poi disinteressarsi quasi completamente degli eventi durante l’amministrazione Trump. Conseguenza: il cosiddetto Mare nostrum si era trasformato in un’arena dove potenze rivali cercavano di acquisire maggior influenza. Com’è ovvio, l’interesse nazionale dell’Italia subì un grave pregiudizio principalmente dalla guerra civile in Libia, centro della proiezione mediterranea di Roma. Infatti, Tripoli riveste un’importanza cruciale per due ordini di motivi: immigrazione, visto che il 90% dei migranti diretti verso la Penisola vi giunge dalle coste libiche, ed economica, dato che l’ENI controlla circa il 45% degli idrocarburi (gas naturale e petrolio) del paese.  Divisasi tra il governo di unità nazionale di Serraj a Tripoli e il generale Haftar a Bengasi, la Libia diventava uno Stato fallito e gli esecutivi italiani fallirono nel consolidare uno sforzo internazionale teso a ottenere una sospensione della guerra tra fazioni. Dinanzi alla tiepida collaborazione di Washington e dell’Italia a favore di Serraj, Haftar era invece sostenuto con decisione da Russia, Egitto, Emirati Arabi e, almeno inizialmente, dalla Francia stessa. 

In un certo senso “tradita” dagli alleati occidentali (in particolare dagli Stati Uniti) riguardo alla Libia, nel marzo 2019 il governo Conte I firmò un accordo con la Repubblica Popolare Cinese mediante il quale l’Italia entrava a far parte della Belt and Road Initiative (BRI) o Vie della Seta, il progetto di Pechino mirante a realizzare una rete di infrastrutture (soprattutto) portuali e avente lo scopo di facilitare l’espansione dei traffici commerciali cinesi in tutto il mondo. Gli investimenti cinesi potrebbero rappresentare un grosso volano per la crescita economica italiana, che ancora non ha superato appieno il disastro del 2008 ed è uno dei due paesi più indebitati dell’Eurozona. C’è anche un altro punto che vale la pena sottolineare: l’irrobustimento delle infrastrutture italiane, in ragione della partecipazione alla BRI, rafforza la posizione italiana nel Mediterraneo in quanto hub di smistamento dei flussi commerciali provenienti da Suez e non solo. In tal modo, è l’intera posizione geopolitica dell’Italia che ne esce avvantaggiata, ancora di più dopo l’inizio della collaborazione con Ankara sul corridoio marittimo Turchia-Italia-Tunisia, che promette di essere la nuova maggiore rotta dell’interscambio tra Europa, Africa e Medio Oriente e il cui perno centrale – operativo in tal senso dal luglio 2020 – è il porto di Taranto. 

Quanto appena esposto, seppure nella sua brevità, invita a una riflessione critica sugli indirizzi strategici di lungo periodo. Sicuramente, Roma non ha perso l’abitudine di concedere giri di valzer ai pretendenti più fascinosi, in conseguenza di ciò, talune variabili rimangono fisse (NATO, UE, Mediterraneo), ma altre sono soggette a mutamenti significativi. Si è fatto un gran parlare della scarsa considerazione turca per i diritti umani, eppure l’Italia non si è fatta sfuggire la possibilità di intessere proficue collaborazioni con Ankara. Stessa cosa per quanto concerne la Repubblica Popolare Cinese, il cui rispetto dei suddetti diritti e segnatamente di quelli relativi alle minoranze non-Han al suo interno risulta quanto meno evanescente. Su questo indirizzo, si consideri altresì la special relationship tra Roma e Il Cairo, la quale, sebbene intaccata dai casi Regeni e Zaiki, non ha subito ripercussioni rilevanti. ENI controlla il 50% della piattaforma gasiera egiziana di Zohr, la più grande del Mediterraneo, l’Italia è il quinto partner commerciale dell’Egitto, verso il quale esporta anche armi, nonostante il generale divieto di fornire armamenti a quei paesi che si macchiano di gravi violazioni dei diritti umani. Stesso discorso vale per la Federazione Russa, per la quale l’Italia rimane partner commerciale di riferimento, a dispetto delle riserve occidentali circa l’effettivo godimento dei diritti politici da parte dei cittadini russi.

L’ISPI, presieduta da Giampiero Massolo, e diretta da Paolo Magri, è tra i “think tank” più importanti al mondo secondo l’ultimo report del “Global go to think index report” dell’Università di Pennsylvania. A contribuire al successo dell’Istituto è stata sicuramente l’organizzazione di MED, i Mediterranean Dialogues promossi, dal 2015, in collaborazione col ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, che hanno portato a Roma più di 150 capi di Stato e ministri da oltre 70 Paesi diversi e oltre 250 speaker.

Sembrerebbe che la politica estera italiana viaggi su binari di estremo realismo politico, la cosiddetta realpolitik, da un lato procedendo a una compartimentazione dei dossiers più scottanti, dall’altro alla realizzazione di proficue intese economiche. Per chi è a digiuno di storia nazionale ciò potrebbe stupire, per tutti gli altri no: è dalle guerre d’Italia (1494-1559), senza voler andare oltre, che i principati e le repubbliche della Penisola si appoggiano a potenze straniere per ottenere un beneficio specifico, concedendosi al migliore offerente. Sia chiaro: nell’Italia dell’epoca queste temporanee alleanze erano necessarie per preservare l’integrità territoriale e l’indipendenza degli Stati italici preunitari, data la loro debolezza militare e demografica. Tale politica “oscillatoria” è divenuta il carattere intrinseco della politica estera dopo il 1861, durante il fascismo e ancora oggi. 

Un approccio freddo, calcolato e insensibile fino un certo punto alle professioni di fede (atlantismo, europeismo, Stato di diritto e così via), ma utile a salvaguardare l’ascesa economica di un Paese che gode di uno straordinario capitale geopolitico, in quanto situato al centro di uno dei bacini marittimi più trafficati al mondo. Inoltre, lo sviluppo di una politica più assertiva in Europa passa inevitabilmente per l’acquisizione di un maggior peso commerciale nel Mediterraneo, un obiettivo che alla Farnesina viene evidentemente giudicato cruciale, a prescindere dalle maggioranze governative. Peraltro, il rafforzamento della sua posizione marittima risulta, strategicamente,  avere una finalità compensativa rispetto alla concentrazione di potere franco-tedesca. Qualora, nel corso dei prossimi anni, Roma riuscisse ad acquisire lo status di principale hub commerciale-energetico del Mare nostrum, vedrebbe il suo peso geopolitico aumentare sensibilmente. A quel punto la maggior parte di merci e risorse – in partenza e in uscita dalla frontiera meridionale del Continente – potrebbe (condizionale obbligatorio) transitare attraverso l’Italia, rendendola ancora più influente di quanto lo sia oggi nell’ambito degli equilibri europei e mediterranei a un tempo.


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