Intervista

«Stiamo andando verso la fine di un mondo. Ma non verso la fine del mondo. Ce ne sarà un altro. E da cattolico credo che in ogni contesto l'umano riuscirà sempre a trionfare». Il nuovo disordine mondiale secondo Giulio Sapelli

Abbiamo raggiunto il Professor Giulio Sapelli in occasione dell'uscita del suo ultimo libro “Verso la fine del Mondo. Lo sgretolarsi delle relazioni internazionali” (Guerini e Associati, 2024) per parlare di guerre, diplomazie e anarchia internazionale. Ne emerge un ritratto che, sebbene poco confortante, può fungere da buon punto di partenza per analizzare la direzione che ormai da tempo, nostro malgrado, abbia intrapreso.
«Stiamo andando verso la fine di un mondo. Ma non verso la fine del mondo. Ce ne sarà un altro. E da cattolico credo che in ogni contesto l'umano riuscirà sempre a trionfare». Il nuovo disordine mondiale secondo Giulio Sapelli
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Come sta cambiando lo scenario internazionale post pandemico segnato dalla impossibilità di un vero equilibrio di poteri e dominato da logiche di potenza sempre più aggressive, confuse e irresponsabili? Ne parliamo con il Professor Giulio Sapelli, economista, saggista e storico, che nel suo “Verso la fine del Mondo. Lo sgretolarsi delle relazioni internazionali” (Guerini e Associati, 2024), attraverso una trattazione pungente e raffinata, colta e concreta, presenta una bussola per orientarci nel mondo della attuale insicurezza internazionale. Un guida nel mondo che si sta sgretolando che attraverso le categorie del realismo affronta i cambiamenti e le evoluzioni delle relazioni internazionali oltre i filtri dell’ideologia e i pregiudizi del mercatismo. Un libro che porta il lettore nei veri nodi della storia, da quella “burocrazia celeste” che paralizza gli ingranaggi dello sviluppo europeo all’alba di nuove medie potenze antipodali e continentali che si fanno strada in questo disordine mondiale segnato dalla crisi dei nostri centri tradizionali. Per affrontare questi temi abbiamo intervistato il suo autore.

-Come mai “Verso la fine del mondo”?

Perché il nostro mondo è stato retto per secoli da una grande diplomazia internazionale e dalla capacità di tale classe diplomatica, formatasi nel Seicento e consolidatasi tra Settecento e Ottocento, di dare vita alle regole che dopo la pace di Vestfalia hanno creato l’ordine internazionale europeo. Una capacità di cui una testimonianza mirabile sono i documenti e i resoconti degli ambasciatori veneziani della Serenissima. Tale classe diplomatica ha dato vita ad una serie di regole, norme e prassi che ha realizzato il cosiddetto equilibrio europeo che ha governato il mondo per secoli e che con la Conferenza di pace di Parigi e la Conferenza di Yalta ha visto il complesso trasferimento del proprio centro verso l’anglosfera.. Un equilibrio che nonostante questo passaggio è sopravvissuto, anche nella sua instabilità, durante la Guerra fredda. Tale equilibrio instabile, che pur in uno scenario con molti conflitti locali è riuscito a garantire per secoli la pace mondiale, oggi è stato messo in crisi e dissipato dalla decadenza della diplomazia internazionale e dal modello umanitarista internazionale che più che una classe diplomatica ha cercato di creare un corpo di missionari… Assistiamo in questi anni alla disgregazione dell’ordinamento internazionale e del suo equilibrio, oltre che alla dissipazione del patrimonio intellettuale del “realismo” nelle relazioni internazionali che ha visto in Bodin, Machiavelli, Aron e Kissinger i suoi migliori interpreti. Un patrimonio che è stato disperso e sostituito da una interpretazione moralistica e umanitarista delle relazioni internazionali che ha dato vita allo scenario attuale di crisi globale e minaccia atomica. 

-In che modo “La nuova via del Cotone” con le sue relazioni, e le ambizioni che ad esse sono collegate può essere una utile cartina di tornasole del nostro disordine globale? 

Occorre fare una piccola premessa. La «Nuova Via del Cotone», era un progetto di corridoio economico tra India, Medio Oriente ed Europa, che si presentava come l’alternativa alla Via della Seta cinese. Una rete di ferrovie, porti e collegamenti energetici dopo mesi di negoziati che era annunciata al mondo con la firma di un memorandum d’intesa che aveva i suoi fautori soprattutto nei vertici dell’UE e dell’India alla ricerca di un ruolo preminente nell’Indopacifico. Un disegno per il cui sviluppo la non conflittualità cooperativa tra Israele e i Paesi arabi, che si premeva raggiunta grazie al Patto di Abramo, precedentemente siglato e che avrebbe dovuto realizzare stabilità politica di tutto il Medio Oriente, era essenziale.

Tale disegno vedeva nella cooperazione tra gli USA e l’Unione Europea la possibilità di competere con la Cina e così di contrastare l’enorme sfera di influenza giunta da Pechino nei Paesi in via di sviluppo con la Nuova Via della Seta. Ma la «Via del Cotone» così auspicata non poteva che scatenare la reazione della Cina e dell’Iran: quel patto faceva, infatti, del porto di Haifa, acquistato da una compagnia indiana (la Adani), un punto archetipale del gioco del conflitto di potenza nel Grande Medio Oriente, così prolungando la potenza anglosferico-indiana sino a ben oltre l’Indo-Pacifico. Aumentando il ruolo internazionale dell’India e contrastando l’influenza cinese. Il dramma della mancanza di una classe dirigente realista è evidente in questo caso perché non si è considerato che tale via tellurica avrebbe creato una reazione degli agenti della via talassica cinese, iraniana e russa che avrebbe portato delle conseguenze degne dello scenario primonovecentesco.  

-E che conseguenze ha portato?

Questo prolungamento di potenza inusitato non poteva non provocare una risposta delle potenze ostili a questo disegno: non solo la Cina, ma in primis (oltre alla Turchia) la Russia e l’Iran. Mettendo in moto così un processo che abbiamo già visto dispiegarsi nel tempo che precedette la Prima guerra mondiale, quando lo zarismo utilizzò i nazionalismi balcanici per contrastare sia l’influenza ottomana nei Balcani, sia quella austriaca e franco-tedesca – memore della guerra di Crimea e della disgregazione che a quella guerra seguì della bilancia di potenza europea. 

-E come questo modello o metodo si invera nello scenario attuale?

Oggi un meccanismo internazionale simile a quello del nazionalismo aggressivo della belle epoque si ripropone nel Medio Oriente, dove i nazionalismi palestinesi sono sempre crescenti e sempre più influenzati dal terrorismo islamico fondamentalista. Si apre una prateria di provocazioni, di subalternità pilotate che hanno una potenza tale da far impallidire quell’attentato di Sarajevo che accese la miccia della Prima guerra mondiale. In questo quadro si colloca l’attacco asimmetrico di Hamas del 7 ottobre 2023.

-Oltre al ritorno dei nazionalismi quali affinità vede tra lo scenario della fine della cosiddetta mondialità europea (1898-1918) e l’attuale ritirata della globalizzazione?

Oggi la principale affinità con il periodo che precedette la Prima guerra mondiale è, a mio avviso, questa incapacità di contenere le dinamiche del conflitto su scala regionale rischiando una esondazione a livello continentale e globale. La mancanza di una visione realistica che anzi oggi è moralistica e umanitaria rischia nella sua volontà di dividere il mondo tra buoni e cattivi di espandere tali conflittualità ed innescare una escalation che potrebbero portare ad una guerra nucleare. Anche nel 1914 nessuno voleva una guerra di quella entità, ma ciò non impedì ad essa di scoppiare…

-Cosa sta avvenendo in questo scenario di disordine mondiale?

Si va configurando potentemente un indebolimento della dimensione mediterranea rispetto ad altri attori internazionali, consegnando così le italiche sponde a una marginalità perenne di cui non si ha nessuna consapevolezza. Un aspetto confermato sull’incomprensione di che cosa sia veramente la crisi energetica: non un’inflazione, ma una destrutturazione, appunto delle relazioni di potenza. Destrutturazione che ha di mira di nuovo la Germania e il suo legame cinese, che va spezzato indebolendo anche tutte le nazioni europee attraverso le sanzioni economiche alla Russia e all’UE nello stesso tempo. Oggi, del resto, la guerra tra Russia e Ucraina mette allo scoperto la debolezza dell’architettura funzionalistica dell’Unione Europea.

-Vede delle vie per risolvere il conflitto russo ucraino?

Una delle possibili vie di uscita dal conflitto è trasformare la competizione militare in competizione economica grazie anche all’azione diplomatica congiunta dei «Paesi latini» europei, Spagna, Francia, Portogallo, che, insieme alla Germania, trovino un accordo per controbilanciare gli Usa, che vogliono la guerra intermittente per destabilizzare i Balcani e la Russia.

-E l’Italia?

L’Italia non fa più parte del gruppo dei «Paesi latini» perché condizionata da esponenti politici locali troppo subalterni agli americani, subalternità che si esprime con i «personalismi tecnocratici».

Mentre la Russia è sempre più preda di un misticismo etnico grande-russo molto, molto pericoloso. L’unica nostra speranza è che si rafforzi la dissidenza russa e che ci sia un colpo di Stato a Mosca. Altrimenti si accrescerà sempre più il pericolo della guerra nucleare.

-Quale è la conseguenza di questa destrutturazione delle relazioni di potenza?

L’avanzata e il protagonismo delle medie nazioni, che sono affette da una illusione di potenza, che è sbilanciato rispetto alle proprie reali possibilità. Solo che in passato le medie potenze capaci di essere potenze di frontiera e di mediazione riuscivano ad essere i garanti di un equilibrio internazionale, mentre ora sono agenti che portano nuova instabilità. Il vero problema del nostro tempo non è l’assenza di guerre locali, ma la mancanza di un equilibrio internazionale. Il quale è minato da una concezione delle relazioni internazionali di tipo moralistico, religioso, manicheo che ci riporta ad una concezione “missionaria” della guerra simile a quella della guerra dei cento anni. 

-Una visione eretica alla teoria dominante…

Certamente. Questo libro è una critica al concetto di geopolitica. In opposizione a quella teoria della scuola geografica tedesca di Haushofer ripresa dalla mitologia nazista e al suo determinismo. Non è la geografia a cambiare le relazioni internazionali, ma la cultura, le idee. È lo spirito che decide nella storia non l’economicismo o il determinismo geografico 

-Come valuta il protagonismo turco in Medio Oriente e che conseguenze ci saranno?

Il disegno di Erdogan segue una logica neoimperiale in una idea di nuovo Grande Medio Oriente che però è privo di minoranze e differenze etniche (pensiamo ai curdi), che è paradossalmente figlio del modello ataturkista (che infatti ha portato allo sterminio degli armeni).

-Perché rileggere la “Burocrazia celeste” può farci comprendere meglio i veri nodi dell’Unione Europea?

In quanto la «burocrazia celeste» di oggi è la classe dirigente europea.

Il grande capolavoro di Étienne Balazs dimostrò e dimostra come in Cina la presenza dominante dei “mandarini”, i funzionari-letterati, costituitisi in classe burocratica onnipotente e dispotica nell’impero, fece sì che il ceto borghese non riuscisse mai a rivendicare l’indipendenza economica e culturale rispetto a tale potentissima oligarchia. Di qui il ritardo con cui la Cina è giunta alla modernità rispetto all’Occidente e di qui il suo ritirarsi dal potere talassocratico dopo il Quattrocento, dopo aver raggiunto e dominato parte dell’Africa come insegna un bel saggio poco letto sul tema(“Il rinoceronte d’oro” di François-Xavier Fauvelle). Un grande impero immobile governato da una classe di mandarini che governava la Cina dall’alto bloccandone lo sviluppo. La burocrazia celeste si dimostrò incapace di governare un impero in espansione, verso l’Africa, e allora lo bloccò costringendolo in un immobilismo forzato.

Lo stesso discorso va fatto ormai anche per le borghesie e burocrazie europee. Esse hanno rinunciato forse definitivamente a esercitare un potere di comando diretto sui mercati e a influenzare i destini del mondo. Ma questo ha conseguenze gravissime sul destino stesso dell’Europa, che così non riesce a esercitare un ruolo significativo nella storia mondiale. L’UE è governata da una burocrazia celeste non di burocrati letterati confuciani, ma di tecnici ordoliberisti, di nomina nazionale e partitica, che non riuscendo a gestire la crescita la mina tramite una immobile stabilità che impone il mercato dall’alto. E che è l’evoluzione del cameralismo prussiano fondato sul primato della tecnica. Una impostazione che invalida ogni naturale processo di tipo federalistico e politico.

-Come valuta in questo scenario i cambiamenti del ruolo dei principali paesi occidentali del Pacifico come Giappone e Australia?

Il Giappone e l’Australia si ergono insieme all’India come le potenze antimurali all’imperialismo cinese. 

L’Australia, con la NuovaZelanda e le isole Tonga, è il cuore della nuova «anglosfera», che vede affiancate dalla più piccola e geograficamente strategica Nuova Zelanda, verso una proiezione delle potenze antipodali per contenere la Cina. Oggi il Giappone va, invece, verso il riarmo atomico, grazie all’affermazione della dottrina Kishida, che è costata la vita a Shinzo Abe, ucciso da una mano esaltata guidata dal caos. Il Giappone, secondo questa interpretazione rinuncia alla totale supplenza nordamericana e propone di fiancheggiare gli Usa e l’Australia con forze militari proprie, ritraendosi dalla dipendenza militare dalla potenza egemone nordamericana tramite il suo passaggio a potenza atomica. Il ruolo dell’Australia si è quindi moltiplicato, perché senza di essa il Giappone sarebbe impossibilitato nello svolgere il suo ruolo di contenimento della Cina.

Roma, Dicembre 2023. XIII Martedì di Dissipatio

-Cosa sta accadendo in Australia e che ruolo svolgerà?

Dopo il QUAD – l’alleanza militare propugnata dagli Usa – l’Australia è la freccia più importante nell’arco delle forze che sostengono l’espansione del capitalismo liberista anglosassone a guida Usa nel Pacifico. Esistono, è vero, tendenze contrastanti in corso e ancora è incerto il volto del futuro industriale, di consumo, financo degli stessi orizzonti vitali, di quel plesso strategico della storia mondiale che si preforma nei mari dell’Asia e ne consente lo sviluppo talassocratico. Essa è una nazione destinata ad avere un ruolo importantissimo in futuro perché nello spazio del Pacific Rim si giocherà la decisiva partita economico-militare con la Cina: partita che si era formalmente aperta quando pareva prossimo l’accordo trans-pacifico tra gli Usa e alcuni Stati asiatici, in primis quelli della penisola indocinese, Vietnam in testa (avversario secolare della Cina), e Stati «pacifici» del Sud America: Cile, Perù e Messico. Trattato che l’imperizia nazionalistico-populistica di Trump non confermò e non concluse, facendo sprofondare il mondo in una crisi di cui le diplomazie e le gazzette mondiali neppure si accorsero, a riprova della crisi delle classi dirigenti come fenomeno globale ed epocale.

-Perché l’equilibrio europeo del mundus furiosus nonostante gli atroci conflitti riusciva a ricostruirsi e quello attuale invece è sempre più instabile e precario (pensiamo all’ONU)?

In quanto non solo manca una concezione di equilibrio di potere, ma non si è più in grado di cooptare e includere tutte le potenze in gioco in un disegno comune. Soprattutto perché secondo l’umanitarismo internazionale non esiste spazio per un pragmatismo realista, ma solo per divisioni inconciliabili e totali ispirate a logiche che dividono tra bene e male il mondo. Il vero problema, in sintesi, è ancora culturale. 

-Quale futuro vede? Dove stiamo andando?

Verso la fine di un mondo. Ma non verso la fine del mondo. Ce ne sarà un altro. E da cattolico credo che in ogni contesto, anche di fronte allo sviluppo inesauribile della tecnica, la persona umana riuscirà sempre a trionfare.

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