La dittatura della mediocrità

La velocità di propagazione di un’idea è proporzionale alla sua banalità. La problematica del nostro mondo è la mediocrità
La velocità di propagazione di un’idea è proporzionale alla sua banalità. La problematica del nostro mondo è la mediocrità

La velocità di propagazione di un’idea è proporzionale alla sua banalità. È un principio fisico associabile al peso dei corpi solidi: l’ingombro e la complessità di un carico ne riducono i movimenti. Il concetto di banalità si riferisce a due aspetti distinti: rispettivamente la semplicità e l’ordinarietà di un contenuto. Se la prima può riferire argomenti interessanti, è anzi spesso lo strumento di una comunicazione efficace, la seconda è quasi sempre il veicolo di un luogo comune. Dire ad esempio la mela ha la buccia” significa esprimere una cosa banale nel senso di semplice verità, rapidamente memorabile. Dire invece “più siamo e meglio stiamo” è una banalità nel senso di frase fatta che esprime in modo approssimativo un’equivalenza del tutto arbitraria. La banalità nella sua accezione negativa dunque, oltre a trasmettere un dato o un fatto in modo riduttivo è spesso portatrice di opinioni e giudizi del tuttodiscutibili. Quanto detto ci aiuta a capire molti fenomeni dei nostri tempi, caratterizzati proprio dalla velocità di propagazione di qualunque contenuto. Se per noi del Ventunesimo secolo la rapidità di divulgazione è un dato di assoluta rilevanza, viene da sé il sospetto che molte delle verità diffuse siano concetti banali, comprensibili per tutti sì, ma anche non veri.

«La tranquillità è solo per i mediocri, la cui testa sparisce nella folla». Louis-Ferdinand Céline.

Viviamo in un mondo di menzogne dunque? Possiamo immaginare che la grossa parte di ciò che ci circonda è destinato ad una platea globale. La società plenaria ha bisogno di amalgamare grandi numeri e niente sembra più strumentale di una marea infinita di cose banali condivisibili da tutti. Il Grande Mercato Planetario aspira ad una unanimità meticcia dove l’assimilazione di qualunque cosa sia rapida e acritica. È un fenomeno economico e sociale che preferisce quantità e velocità a qualità e dosaggio. Esattamente il contrario dell’eccellenza e della distinzione. Proprio questo ultimo passaggio aiuta a tracciare il profilo della realtà in cui viviamo, popolata come ogni epoca, essenzialmente da uomini medi. Proprio nel concetto di media si inserisce quello di mediocrità, quello stato cioè di carenza generica nei comportamenti e nell’essenza di un essere umano senza ulteriori definizioni. La mediocrità è tale che non è possibile nemmeno specificarla. Si può azzardare che sia “tutto ciò che è banalmente poco sufficiente”, più facile da descrivere con un’espressione vaga di inappetenza che con le parole.

Nella letteratura in effetti non ci sono definizioni univoche di mediocrità. Mediocre non è stupido, non è brutto, non è di pessima qualità, non è scontato: è tutte queste cose insieme e nessuna di esse; è semplicemente mediocre appunto. È difficile sapere quanti siano i mediocri. Sarebbe interessante chiederci invece se la mediocrità sia in qualche modo utile. Leo Longanesi indentificava l’inutilità come il valore aggiunto del mediocre. In altri termini il mediocre è indispensabile perché è essenzialmente innocuo se rapportato alle leggi che gli regolano la vita. È un suddito perfetto in termini perché non rielabora i dati che riceve. Parlando di sudditanze la domanda viene allora spontanea: esistono degli indirizzi specifici che alimentano la mediocrità o è solo il tratto basso di quella curva antropologica che vede alternare flussi e riflussi di qualità?

È una domanda su cui noi italiani dovremmo riflettere meglio, in quanto esportatori riconosciuti, tra le altre cose, anche di eccellenze. Con ogni certezza la mediocrità giova agli scambi; laddove il mediocre si muove liberamente con una forte domanda, c’è spazio per un’offerta infinita. Facile dedurre dunque l’esistenza di politiche commerciali ben decise ad ammollare cianfrusaglie. Il vero nodo della questione però è politico. I riflessi della mediocrità sul piano dei consumi non rilevano più di tanto: ci sarà sempre una esigua fetta di popolazione che ama distinguersi con il bello a prescindere dalla pletora di mezze tacche che si agitano in attesa del black friday. La questione si fa più seria quando si parla di consenso. Tutti noi funzioniamo come ripetitori di segnali. Ogni impulso ricevuto dall’esterno teoricamente dovrebbe essere filtrato e rielaborato prima di essere rimbalzato di nuovo. Il mediocre assimila e ritrasmette senza filtri. In termini calcistici passa la palla sempre “di prima”, cioè rapidamente, sapendo già dove girarla.  

Se questo fenomeno avviene sul piano delle idee gli effetti possono essere devastanti. Basta inserire a monte un valore ordinario comprensibile da tutti e la divulgazione in progressione geometrica è assicurata. Non esiste mediocre infatti che non faccia uso costante di social, che non conosca le applicazioni e i supporti tecnologici più aggiornati offerti sul mercato. Il mediocre è un veicolo micidiale di diffusione di massa perché non filtra, ma trasmette moltissimo. Tutto ciò è la base della massocrazia assoluta, declinazione della democrazia in termini di mediocrità, con buona pace della diversità e grande gioia dei potenti. Basta inserire il luogo comune di partenza e il meccanismo va in automatico. Succede per tutte le grandi aree tematiche che secondo un buon senso generale non possono che essere condivise: “no al razzismo, no alla guerra, sì alla parità di genere, rispettiamo la natura…” sono posizioni elementari assiomatiche la cui non condivisione genera inevitabile scomunica. La sottigliezza sta nel confondere all’interno del valore di primo livello (ad es. “questa guerra è sbagliata”) facilmente condivisibile, anche un secondo strato subliminale associabile per assonanza: per es. “quelli che fanno questa guerra e non altri, sono i cattivi”. Il primo passaggio comporta un giudizio, il secondo una reazione. 

In sostanza, comunicare ad una massa mediocre un giudizio di valore cambia i comportamenti di milioni di persone. Il fenomeno funziona anche in negativo. Ignorare un’altra guerra (e quindi non citarla come sbagliata) comporta la non reazione. In questo modo si allineano i consensi all’interno di un’enorme massa omogenea, assopita e acritica. Per fare un esempio: una percentuale importante tra quelli che postano in questi giorni la bandiera dell’Ucraina nei profili social, probabilmente fino al 24 febbraio non sapeva che Kiev ne fosse la capitale, né avrebbe saputo individuarla sulla carta geografica. Ci si schiera perché lo fanno tutti, esattamente come si compra quel modello si scarpe o si usa quel tipo di telefono. Niente è più mediocre di questo. Verrebbe allora da chiedersi: siamo tutti mediocri? Possibile che non ci siano categorie di esseri umani capaci di uscire da questa forma bruttina di società totale? Il problema non è tanto relativo alla numerosità dei mediocri, quanto all’assimilazione al pensiero unico globale di persone intelligenti, colte e sufficientemente dotate. In altre parole molta gente tutt’altro che mediocre finisce per salire sul carro di un pensiero mediocre globale. È in parte la contraddizione di quanto diceva Nicolás Gómez Dávila: «un ambiente mediocre è quello in cui non ci sono uomini intelligenti». Purtroppo non è sempre così. 

L’unica spiegazione di questo fenomeno è l’uniformazione generale del sistema mediatico che raccoglie in un unico faldone tutti i valori da inserire nel meccanismo di divulgazione di massa. Ogni fonte di informazione, creatività, pensiero deve convergere verso principi e assiomi condivisibili e non contestabili. Teatro, cinema, musica… ogni forma di arte si schiaccia sul linguaggio del potere, creando un sistema assoluto. Ne viene fuori dunque una sorta di dittatura del luogo comune, che porta verso sé i mediocri (naturalmente attigui al luogo comune) e tanti non mediocri ormai inebriati da una propaganda ininterrotta. Parliamo di propaganda perché foraggiare questo nuovo modello sociale è strumentale al potere. Se gli stupidi esistono di per sé il pensiero mediocre va viceversa incoraggiato. Lo strumento più adatto è la trasformazione dei buoni propositi in indirizzo politico. Una specie di morale pubblica costruita sul pietismo facile verso sofferenze lontane e amenità generiche. 

Uno dei passaggi più efficaci per agevolare questa trasformazione è senza dubbio l’allargamento delle possibilità per tutti in un’apparente democratizzazione della società. Se avere possibilità per tutti è obiettivamente auspicabile, far credere in modo velato che tutti siano ugualmente meritevoli o anche semplicemente uguali è agghiacciante. Crediamo che abbassare i parametri spalanchi all’umanità la porta della giustizia, senza renderci conto che spesso apre solo quella dell’inadeguatezza. Una donna brutta non può vincere Miss Italia, un cieco non può pilotare un aereo, un nano non può fare il corazziere, un infermiere non è un medico (checché si chiami laurea oggi anche un corso di cucina). Dire queste cose oggi è diventato pericoloso eppure sono tutte assolutamente vere.

Le livellature, lo insegna la storia, comportano sempre un adeguamento verso il basso con buona pace della qualità e del bello. Ciò che è per tutti, non può essere eccellente, è tautologico. Il rischio dunque è evidente: la società di massa finisce per iconizzare la mediocrità dei valori e ne fa dei veri e propri punti di riferimento. L’effetto diretto e visibile a tutti è la tuttologia, una scienza trasversale rintracciabile nelle aree franche garantite dai social, dove chiunque può dire qualunque cosa. La fonte originale non serve più e ogni affermazione, anche di natura etica, rimbalza senza controllo aumentando da sola la sua stessa credibilità. È la viralità che genera attendibilità e non viceversa. La cosa è grave perché oggettivizza arbitrio, approssimazioni e sciocchezze. Va bene tutto basta che sia condiviso. Papa Ratzinger lo spiega bene nel bellissimo saggio Fede, Verità, Tolleranza. Dio, che è l’assoluto per definizione, viene defenestrato, lasciando spazio ad una democrazia dell’anima dove ognuno pensa di essere più libero solo perché crede di scrivere le regole della sua condotta. Crede di scriverle. Meglio sottolinearlo. Viene da riflettere sulle parole del principe Charles Joseph de Ligne, genio versatile del ‘700. «Non siate che mediocri. Otterrete tutto».

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