Lord Charles Powell, consigliere per gli affari esteri di Margaret Thatcher, ha attraversato dall’interno i momenti chiave della politica britannica, dalla cessione di Hong Kong, alla special relationship Reagan-Thatcher, passando per le complesse dinamiche tra UK, Europa e Stati Uniti. Consigliere diplomatico di Thatcher e Major, ha cambiato la proiezione internazionale della Gran Bretagna, tanto che da alcuni è considerato il Kissinger britannico. Nel 1991 lascia la carriera diplomatica per svolgere ruoli di grande spessore nel mondo imprenditoriale: per dieci anni è stato presidente sia del China-Britain Business Council che del Singapore British Business Council, oltre che presidente della task force per l’Asia del governo britannico e Presidente dell’International Advisory Board di Rolls-Royce dal 2005 al 2017. Lo abbiamo raggiunto nella sua splendida villa nelle campagne del Lazio per affrontare i nodi della proiezione angloamericana.
-Lord Powell, lei ha servito durante il governo Thatcher in un periodo che incluse i negoziati su Hong Kong. A trent’anni di distanza, come sono cambiati i rapporti tra Cina e Occidente?
Dall’accordo su Hong Kong in poi, le relazioni con la Cina hanno avuto fasi alterne. È cambiato l’atteggiamento britannico ed europeo, che si è fatto talvolta più ostile. Nel Regno Unito si ritiene che Pechino penetri istituzioni e svolga attività di intelligence nel nostro territorio. Si tratta di una lettura in parte esagerata, ma anche se fosse solo parzialmente fondata ciò non archivia il fatto che ogni grande Paese moderno ha bisogno di una relazione con la Cina.
-Perché?
La dimensione dell’economia cinese rende, infatti, impossibile trattarla come un attore marginale. L’ascesa di Pechino in questa anni è stata sorprendente. Sotto il profilo della crescita economica e dell’importanza strategica, con armi nucleari e capacità da superpotenza, essa è ormai comparabile solo a Stati Uniti e Russia. Pertanto non si può immaginare un decoupling con la Cina. Bisogna però costruire un rapporto operativo, basato su cautela e pragmatismo, persuadendo Pechino a una linea più ragionevole e basata sulla reciprocità nei rapporti con i nostri paesi. Allo stesso tempo anche noi occidentali dobbiamo compiere lo sforzo di sviluppare un rapporto operativo e senza pregiudizi ideologici con la Repubblica Popolare.
-Entreremo in una nuova Guerra fredda tra Occidente e potenze come Cina e Russia?
Spero di no. Sarebbe un arretramento contrario ai nostri interessi. Non credo che la Cina voglia davvero una nuova Guerra fredda, anche se alcune sue attività la spingono in quella direzione. Molto più gravi, a mio avviso, sono le attività della Russia, soprattutto in Ucraina, che rappresentano chiaramente un segnale premonitore di una nuova Guerra fredda. E ciò sarebbe un grave danno sia per la Russia sia per noi.
-Cosa la preoccupa in questo quadro?
L’elemento più allarmante è l’alleanza informale fra Cina, Russia, Corea del Nord e, almeno fino a poco tempo fa, Iran: una nuova “banda dei quattro” interessata a ridurre il potere degli Stati Uniti e l’influenza euroamericana nelle istituzioni internazionali. Si tratta di un blocco di paesi che vuole indebolire la capacità delle democrazie di fissare regole comuni sostituendole con regole proprie e non democratiche. Al momento credo che dividere e contenere questa coalizione informale sia la principale priorità degli occidentali.
-Che giudizio dà di Trump e del suo approccio agli affari internazionali?
La prima parola che mi viene in mente è erratico. La politica americana, ad oggi, viene perseguita in modo irregolare e dipende troppo spesso da dichiarazioni sui social media, invece che da un confronto coerente e prolungatoe talvolta difficile, come è sempre stato nella tradizione delle relazioni transatlantiche. Gli alleati devono abituarsi a uno stile diverso, e ciò porta evidenti svantaggi.
-Si tratta di un rapporto al momento non facile in questa fase, specie per l’anglosfera…
Si ogni tanto riceviamo brutte sorprese. Come sull’idea che gli Stati Uniti vogliano prendere il controllo del Canada o della Groenlandia. Oppure sul fronte dei dazi, con improvvise imposizioni di tariffe più alte. Tuttavia alcune delle battaglie americane sono fondate ed essenziali. Trump ha ragione sull’inadeguatezza della spesa europea per la difesa e ha prodotto un cambiamento consistente: molti Paesi si sono impegnati ad aumentarla tra il 3,5% e il 5%. Un impegno richiesto da altri presidenti in passato che solo l’attuale amministrazione ha saputo ottenere. Resta da vedere se lo faranno davvero, ma è chiaro che Washington non vuole più sostenere quasi da sola la sicurezza euro-atlantica. Ci sono inoltre altri risultati positivi.
–Ad esempio?
Nello scenario latinoamericano. Il cambiamento in Venezuela è evidente e il regime cubano sembra avviato verso la fine. Dopo i danni e crimini del comunismo castrista, anche un cambio di regime a Cuba sarebbe positivo, purché non tramite una guerra. Pertanto credo che bisogna convivere con l’imprevedibilità di Trump, influenzarlo quando possibile e riconoscere gli esiti positivi.
-Quale futuro vede per il rapporto anglo-americano?
Nel lungo periodo resto ottimista. È un rapporto profondamente radicato, lo è dalla Seconda guerra mondiale, e al suo interno esistono forme di collaborazione molto strette. La maggior parte delle amministrazioni americane dal secondo dopoguerra in poi hanno cercato un rapporto stretto con il Regno Unito. L’espressione “special relationship” riguarda forse il passato, ma indica un legame che al di là di tutto è ancora forte. Ha avuto momenti difficili, con Carter, e momenti alti, con Reagan e Bush padre.
Come molte relazioni, anche questa oscilla, ma entro confini piuttosto chiaramente definiti. Esiste una stretta cooperazione, soprattutto nei settori militare, della difesa e dell’intelligence, dove ritengo che il rapporto sia assolutamente unico, forse non eguagliato da nessun altro per ampiezza. Certo ci sono anche disaccordi, ovviamente: sui dazi, sulla politica commerciale e sugli atteggiamenti verso la sovranità nazionale di altri Paesi, come Canada e Groenlandia. Ma credo la solidità dell’anglosfera non sia in discussione ed anzi credo si rafforzerà nei prossimi decenni.

-E nella crisi della relazione transatlantica quale futuro vede per l’Europa?
L’Europa, Gran Bretagna compresa, non ha fatto abbastanza per mantenere e ampliare la propria forza e capacità militare. Ha ceduto troppo alla spesa sociale crescente e ai debiti elevati, mettendo in pericolo le proprie economie. Anche gli europei, quindi, devono ripensare il proprio ruolo, investire sulla difesa e lavorare con maggiore forza sulla relazione con gli Stati Uniti, anche quando questa relazione è difficile da gestire.
Non credo inoltre che la relazione euro-americana sia danneggiata in modo fatale nel lungo periodo. I media esasperano le crisi quotidiane e le polemiche sul tema. Ma il legame tra Nord America ed Europa sugli aspetti chiave non è messo in discussione.
-Dove vuole portare l’America il presidente Trump?
Ha idee nette sulla sua idea di America e società. Specie per quanto riguarda il tema dell’immigrazione su cui la sua preoccupazione riflette problemi presenti anche in Italia e Gran Bretagna, ma che lui affronta con più determinazione. Vuole che l’America resti il Paese più potente del mondo, e si sta muovendo per mantenere questo risultato. Ha ottenuto successi significativi, anche se non sempre pari a quelli rivendicati.
–Ad esempio?
Pensiamo all’Iran, dove l’intervento statunitense è riuscito a ridimensionare la capacità militare di Teheran, ma non ha raggiunto il risultato sperato di un regime change. La chiusura dello stretto di Hormuz e le repressioni interne contro l’opposizione democratica hanno generato inoltre un netto arretramento su alcuni obiettivi statunitensi. Al di là degli annunci del presidente e dei risultati raggiunti quello iraniano resta a mio avviso uno scenario ancora aperto.
-Ci muoviamo verso una nuova governance mondiale fondata sull’equilibrio di potenza o verso un nuovo bipolarismo?
Non parlerei di mondo davvero bipolare, ma di un sistema in cui il ruolo delle istituzioni multilaterali è stato danneggiato e si sta riducendo. Queste contano meno perché Cina e Russia ne respingono il valore quando non ottengono ciò che vogliono; e perché Trump non attribuisce alle istituzioni multilaterali lo stesso ruolo che avevano grazie al sostegno americano. Io credo che in futuro ci sarà meno diplomazia multilaterale e più bilateralismo con il conseguente ridimensionamento degli organismi sovranazionali. E ciò, secondo alcuni, potrebbe riguardare anche l’Unione Europea.
-Si tratta di una fase o di una tendenza inevitabile?
Non credo che si tratti di un cambiamento definitivo destinato ad alterare completamente lo stato del mondo. Abbiamo visto alleanze e assetti prosperare in certi momenti e declinare in altri. Dunque si tratta più che altro degli effetti dell’aumento della potenza cinese, soprattutto economica, ma anche militare, che conferisce a Pechino un’influenza molto maggiore nel mondo rispetto al passato.
A questo si accompagna, in una certa misura, la decadenza della potenza russa. La Russia è certamente una potenza in declino. Le sue attività in Ucraina non fanno che sottolinearlo. Quindi si possono osservare cambiamenti, ma non credo che siamo di fronte a un contesto completamente nuovo.
Sarà ancora un mondo in cui elementi come il soft power e la diplomazia continueranno ad avere un ruolo molto importante. Ma lo sarà soprattutto in un’ottica bilaterale.
-In questo quadro come valuta l’attuale proiezione internazionale del governo britannico?
La Gran Bretagna vive una situazione difficile. Le elezioni hanno prodotto una maggioranza ampia per il Partito Laburista, ma il Labour ha poi incontrato difficoltà interne che ne hanno ostacolato la capacità di garantire un governo chiaro e forte. Ciò ha prodotto crescita bassa, un debito elevato e misure insufficienti per contenere la spesa sociale. Le misure finora adottate dal governo per contenere la spesa, soprattutto quella per il welfare, hanno danneggiato sia la forza della nostra economia sia la percezione del ruolo della Gran Bretagna nel mondo. C’è poi un cambiamento più profondo.
–Quale?
Stiamo assistendo ad un cambiamento sistemico. Il Regno Unito si avvia verso una politica multipartitica. La Gran Bretagna ha conservato a lungo un sistema bipartitico, ma ora nelle future elezioni potranno esserci quattro, cinque o sei partiti che competeranno tra loro con percentuali ravvicinate. Questo cambierà la natura del futuro esecutivo soprattutto alla luce del sistema elettorale uninominale. E non sono da escludere ipotesi di governi di coalizione. Il bipartitismo consente chiarezza di responsabilità e di politiche pubbliche, il multipartitismo produce soprattutto compromessi, talvolta utili, ma spesso confusi. Un governo come quello di Margaret Thatcher sarebbe impensabile in un sistema multipartitico. Perciò questa mutazione porterà a importanti cambiamenti sistemici anche nel ruolo internazionale britannico.

-La Gran Bretagna sta cercando di riparare i rapporti con l’Unione Europea?
Certamente. Dopo il disastro della Brexit, che ha causato danni significativi all’economia britannica, c’è il riconoscimento che la rottura con l’Unione Europea è stata troppo costosa e brusca. Esistono molte aree in cui dobbiamo tornare a collaborare. Non credo però che Londra presenterà domanda di rientro nell’Unione. Non sarebbe fattibile né conveniente ad oggi e non sono sicuro che l’UE lo vorrebbe, dopo le agonie della Brexit. Ma si può lavorare a una relazione più stretta, condividendo alcune politiche europee e partecipando in parte ad alcune istituzioni, senza piena adesione. Ciò soprattutto cercando una convergenza sul versante della difesa e della sicurezza.
-Che tipo di Europa aveva in mente la Lady di Ferro?
Thatcher era favorevole alla partecipazione britannica al progetto europeo. Negli anni Settanta guidò la campagna conservatrice a favore dell’ingresso della Gran Bretagna in Europa. Ciò che rifiutava era un’Unione capace di cancellare la sovranità nazionale. Riteneva che alcune politiche potessero essere comuni e altre dovessero restare nelle mani degli Stati. Questi due elementi però potevano coesistere.
Non tutti i Paesi dovevano aderire allo stesso grado di integrazione. Per questo fu istituito l’opt out. Alcuni potevano mantenere politiche più indipendenti, come è accaduto con la moneta unica. La Thatcher vedeva un’Europa diversificata come un’Europa più forte, anche nella difesa, purché la sovranità nazionale non fosse sacrificata. Personalmente penso che sarebbe stata un’Europa migliore. Anche perché la sua visione includeva una forte cooperazione transatlantica. Le cose sono andate diversamente, e per questo Europa e Gran Bretagna sono oggi più deboli.
-Com’era lavorare con la Lady di ferro?
Margaret Thatcher era esigente, prima di tutto con sé stessa. Lavorava per un numero incredibile di ore, con dedizione straordinaria. È stata Primo Ministro più a lungo di chiunque altro nella storia moderna britannica. Lasciò l’impressione di una leader forte, difficile, pronta a battersi per gli interessi britannici fino al raggiungimento dell’obiettivo. Questo la rendeva una partner scomoda, ma ciò gli permise di cambiare profondamente la Gran Bretagna.
Negli anni Settanta il Paese era in declino, ostaggio di sindacati che scioperavano continuamente. Thatcher ne ridusse il potere, in particolare durante lo sciopero dei minatori, riportandoli al loro compito: tutelare gli iscritti, non tentare di governare il Paese. Privatizzò gran parte delle industrie nazionalizzate e ridusse il ruolo del socialismo nel governo britannico, escludendolo a lungo da una funzione significativa.
Per chi lavorava con lei fu emozionante e stressante.
-Perché?
In quanto pretendeva che gli altri lavorassero quanto lei. Viaggiava moltissimo, lavorava nei fine settimana e richiedeva disponibilità costante. Ma fu un privilegio essere nella stanza quando incontrava Deng Xiaoping, Reagan, altri presidenti americani, Nelson Mandela. Essere accanto a lei in quei momenti fu un’esperienza enormemente preziosa.
-Che cosa dovrebbero imparare i conservatori europei e britannici dall’era thatcheriana?
Dovrebbero imparare l’importanza di politiche chiare, idee chiare, obiettivi chiari e fermezza nel mantenerli. Thatcher mostrava vera leadership, cosa che molti leader nazionali non fanno. Il Partito Conservatore britannico, oggi molto ridimensionato, deve tornare rilevante mostrando quel tipo di leadership e quella determinazione. L’attuale leader, da questo punto di vista, sta facendo un buon lavoro: parla in modo energico, chiaro e spigoloso. Un leader non può evitare la controversia; deve affrontarla e prevalere.
Un governo conservatore dovrebbe inoltre applicare politiche di libero mercato e mantenere la tassazione al livello più basso ragionevolmente possibile. Il peso fiscale nell’economia britannica è cresciuto enormemente dai tempi di Thatcher e non credo abbia prodotto risultati particolarmente benefici. Questa resta una delle principali lezioni.
-Giorgia Meloni sta cercando di costruire una svolta conservatrice in Italia e in Europa. È possibile?
Potrebbe sembrare impertinente, da non italiano, esprimere un giudizio. Ma passo molto tempo in Italia e ho una moglie italiana, quindi posso permettermi qualche commento. Ritengo che Giorgia Meloni stia svolgendo un lavoro notevole. Sta cambiando il proprio partito e sviluppando un approccio conservatore più coerente al governo dell’Italia, che può portare benefici al Paese.
Sarà difficile completare il progetto, dati i problemi del quadro internazionale, ma è già rimasta al governo più a lungo di quasi tutti i leader italiani moderni, con l’eccezione di Silvio Berlusconi. Se riuscirà a ottenere più tempo, potrà produrre un cambiamento significativo, rafforzando l’Italia e dandole in Europa il peso che merita.