La storica sconfitta di Viktor Orban alle ultime elezioni parlamentari ungheresi ha avuto conseguenze non solo dal punto di vista di politica interna. Il 12 aprile scorso la cosiddetta internazionale conservatrice ha perso uno dei tasselli più importanti, ma i riflessi geopolitici vanno ben oltre ciò che si è sentito ripetere spesso in questi mesi. Nella sua lunga permanenza al potere, Orban aveva sviluppato, infatti, una presenza sulla scena mondiale molto forte. Uno dei lati più ignorati, ma al tempo stesso interessanti, della gestione della politica estera orbaniana è la sua proiezione cristiana. Negli anni Budapest si è assunta il ruolo di protettrice di alcune minoranze confessionali in Siria, Iraq, Giordania, Turchia e Africa, soprattutto Nigeria. Un aiuto non disinteressato che seguiva logiche quasi ottocentesche. Nel morente Impero Ottomano, infatti, Gran Bretagna, Russia e Francia ma anche Germania e perfino Svezia, utilizzarono la comune appartenenza religiosa per mettere un piede in una zona geopolitica cruciale per gli equilibri mondiali. Gli aiuti economici dall’estero e l’afflusso di missionari aprirono così fratture non indifferenti e questa presenza risultò decisiva per indebolire Istanbul nel corso del primo conflitto mondiale.
Orban e l’Ungheria si avvicinano notevolmente a questo tipo di ragionamento. Siria e Iraq hanno dovuto affrontare enormi stravolgimenti negli ultimi anni e, tra le pieghe di queste fratture, si sono innestate piccole, medie e grandi potenze: da Israele alla Turchia, la quale ha di fatto esteso il suo protettorato sulla nuova Siria, passando anche per l’Ungheria di Orban. Quest’ultima aveva puntato sulle minoranze cristiane basandosi su un’agenzia paragovernativa, l’Hungary Helps Program, e un paio di personaggi chiave: l’ex presidente Katalin Novak e l’ex segretario di Stato per l’aiuto ai Cristiani perseguitati Tristan Azbej. Adesso, tuttavia, la situazione è cambiata e il destino dell’Hungary Helps Program è più pericolante che mai. L’uomo forte del programma, Azbej, il quale è anche vicepresidente del Partito Popolare Cristiano Democratico, si è recentemente dimesso e occorre capire se il nuovo primo ministro, Peter Magyar, ha intenzione di proseguire con questo sforzo economico e geopolitico.
Lanciato nel 2017 dal governo ungherese, l’Hungary Helps Program offre aiuto alle popolazioni cristiane perseguitate in Medio Oriente e in Africa. Il ventaglio dei mezzi introdotti per supportare queste comunità è molto ampio. Si passa dalle borse di studio, come lo «Scholarship Program for Christian Youth People», ai supporti economici per i cristiani della Nigeria passando per il finanziamento per la costruzione di chiese e ospedali tra Giordania, Libano e Africa centrale. Leattività hanno ramificazioni in tutto il mondo e toccano il campo culturale ed economico. Per supportare e coordinare l’azione dell’Hungary Helps Program è stata fondata, nel 2019, l’Hungary Helps Agency. Un’organizzazione no profit diretta dal ministero degli Esteri e del commercio. Il suo direttore era proprio Tristan Azbej. L’azione di quest’ultimo non è stata indifferente e, in breve tempo, l’HHP ha portato avanti svariati progetti in più di 50 Nazioni aiutando milioni di persone.
Se l’Hungary Helps Program agisce a livello mondiale, il governo ungherese si è concentrato maggiormente sulle popolazioni cristiane del Medio Oriente. Nel febbraio 2019 Orban aveva incontrato le alte gerarchie della chiesa greco-cattolico melchita. Una comunità religiosa di quasi due milioni di fedeli, presente in Siria, Giordania e Turchia tra le altre Nazioni della zona. Nelle aree abitate dai greco-cattolici, l’Ungheria ha stanziato 7.63 miliardi di fiorini, circa venti milioni di euro. Una cifra importante con l’obiettivo di aiutare le popolazioni cristiane nella loro terra d’origine. L’occasione per dimostrare la solidità dei legami costruiti dall’Ungheria in Medio Oriente è stata data dal devastante terremoto che ha colpito Siria e Turchia nel febbraio del 2023. Il bilancio era tragico: 60mila morti, 125mila feriti e milioni di sfollati. Orban, tra le prime telefonate dopo il sisma, ha chiamato Jean-Clement Jeanbart, l’ex arcivescovo greco-cattolico melchita di Aleppo venuto a mancare a maggio di quest’anno. Il religioso era stato ferito nel crollo della Chiesa dove abitava. Il collasso dell’edificio aveva causato la morte di un suo collaboratore e per qualche ora si era temuto che lo stesso Jeanbert fosse rimasto ucciso. Il rapporto tra l’arcivescovo e l’Ungheria era molto stretto ed è stato ereditato dal suo successore, Georges Masri.

I collegamenti tra l’Ungheria e le minoranze cristiane nel Medio Oriente durano quindi da qualche anno. Proprio in Siria l’Ungheria ha finanziato vari ospedali per un totale di quasi due milioni di dollari. Il programma era condiviso con il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, organo istituito da papa Francesco nel 2016. L’obiettivo è quello di garantire un servizio sanitario di qualità anche per le fasce più povere della popolazione. I rapporti tra l’Ungheria e le popolazioni cristiane del Medio Oriente, inoltre, non si riducono solo alla Chiesa greco-cattolica melchita. Budapest ha sovvenzionato diversi progetti, soprattutto nel campo dell’educazione, anche per la Chiesa siro-ortodossa e per la Chiesa siro-cattolica. Il fronte educativo è un campo d’azione di primo piano. Nel maggio 2025 il patriarca della Chiesa Assira d’Oriente Mar Awa III ha visitato per la prima volta l’Ungheria dove ha incontrato alcuni ragazzi assiri, una delle minoranze più colpite dai sommovimenti della regione, che stanno studiando grazie ai fondi dell’Hungary Helps Program. Fondamentale, inoltre, è stato l’apporto magiaro per la ricostruzione di alcuni villaggi cristiani nella piana di Ninive, distrutti durante l’occupazione dell’ISIS. Il patriarca siro-cattolico di Antiochia Ignatius Joseph III Yonan, durante la storica visita di Papa Francesco in Iraq nel marzo 2021, ringraziò esplicitamente l’Ungheria per il supporto dato e affermò che senza l’aiuto magiaro la sua comunità si sarebbe dissolta. Un prestigioso riconoscimento che certifica un lavorio politico e di solidarietà molto profondo.
Un altro pilastro della politica cristiana di Budapest in Medio Oriente era la presidente dell’Ungheria Katalin Novak. Fedelissima del leader di Fidesz, quarantacinque anni, è stata ministro della Famiglia nella fase finale del governo Orban IV, fino a dicembre 2021. Eletta presidente nel marzo del 2022, è stata costretta alle dimissioni due anni dopo per aver concesso la grazia a un uomo accusato di aver insabbiato un caso di pedofilia. Da ex ministro della Famiglia, Novak fu bersagliata di critiche e decise di fare un passo indietro a febbraio 2024. Novak, calvinista, era considerata un membro filo-atlantista all’interno del governo orbaniano ma la sua opera si concentrò notevolmente sul sostegno alla politica estera filo-cristiana di Budapest. Nel dicembre 2022 lei è stata protagonista di uno storico viaggio in Iraq, il primo da parte di un capo di Stato magiaro. Una missione diplomatica dall’altissimo valore simbolico. Dopo un colloquio con il presidente iracheno Abdul Latif Rashid, la visita della Novak è proseguita all’insegna della cristianità. La tappa più significativa della sua visita è stata Telskuf, una cittadina a nord di Mosulconosciuta come «la figlia dell’Ungheria». Qui Budapest ha investito quantità notevoli di denaro per permettere alla comunità cristiana della Chiesa Assira d’Oriente di tornare nelle loro casedistrutte dal conflitto tra peshmerga curdi e miliziani dello Stato Islamico. Novak ha anche incontrato l’arcivescovo caldeo di Alqosh, uno dei pochi centri cristiani della Siria, Boulos Thabet Habib. L’Ungheria ha legami con la Chiesa cattolica-caldea dal 2017 quando aveva supportato materialmente l’arcidiocesi di Erbil, ferocemente repressa dallo Stato islamico. Novak ha proseguito il viaggio in Iraq visitando un asilo gestito dalle suore domenicane e una fattoriacostruita su un terreno di proprietà della chiesa caldea. Entrambe le attività sono state finanziate dai fondi ungheresi.
Novak stessa, sui suoi canali social, ha sempre evidenziato con orgoglio gli attestati di stima ricevuti da vari esponenti di diverse comunità cristiane orientali e non solo. Ignatius Aphrem II, patriarca di Antiochia e della Chiesa siro-ortodossa nonché destinatario di una sentita lettera da parte della presidente magiara, negli anni ha ringraziato più volte l’Ungheria e Novak per il loro supporto morale e materiale. Stessa stima manifestata dal nunzio apostolico in Siria Mario Zenari, sostituito a maggio da monsignor Luigi Roberto Cona. Anche il dottor Haroutune Selimian, presidente della comunità armena protestante in Siria, ha avuto modo di esprimere la sua gratitudinealla presidente ungherese per gli aiuti ricevuti.
L’azione geopolitica ungherese, bilanciata tra attività culturale e aiuti materiali, aveva un raggio d’azione molto ampio che prevedeva anche un’intensa attività di relazioni con gli ambienti cristianie conservatori degli Stati Uniti. Ma è in Medio Oriente che questa azione diplomatica ha fatto scuola. C’è, o c’era, un vero e proprio modello ungherese che consisteva nel finanziamento diretto alle Chiese locali, senza la mediazione dei governi centrali. Ad esempio, i «Cavalieri di Colombo», un’organizzazione cattolica statunitense, hanno imitato proprio gli ungheresi ricostruendo la cittàirachena di Karemlesh sovvenzionando, senza intermediari, la locale gerarchia ecclesiastica.
Le comunità cristiane in Medio Oriente non sono particolarmente numerose ma la storia insegna che anche l’influenza su popolazioni piccole è geopoliticamente rilevante. E l’Ungheria ha agito con grande accortezza, trovando una sponda nella Santa Sede. La testimonianza della buona riuscita di queste operazioni è il fatto che le Chiese mediorientali e africane, in primis nigeriane, hanno chiesto ripetutamente agli Stati occidentali più ricchi di seguire l’esempio magiaro ed aiutare popolazioni la cui esistenza stessa è in dubbio. Il terrorismo, le guerre israelo-statunitensi e gli stravolgimenti politici rendono Stati come Siria e Iraq molto fragili e le comunità cristiane molto esposte. Queste popolazioni hanno già dovuto sopportare condizioni difficilissime e molti fedelisono stati costretti ad abbandonare le proprie terre native per emigrare altrove, soprattutto negli Stati Uniti. Il supporto dell’Ungheria è interessato, visto che così si è ritagliata spazi di manovra e uno status internazionale migliore, ma risponde a un bisogno molto concreto. Adesso che Orban ha perso, Novak è caduta in disgrazia e Azbej ha lasciato il proprio posto, l’Hungary Helps Program e l’Hungary Helps Agency sono a rischio scomparsa. Magyar, infatti, dovrà decidere se continuare a finanziare questa proiezione geopolitica o lasciare perdere i propositi di soft power ungherese. Il bivio non è banale e pone la politica estera magiara davanti a un interrogativo decisivo.