La Repubblica Democratica del Congo rimane il panorama geopolitico più complesso e ignorato dell’attuale periodo storico, già di per sé notevolmente intricato. Il gigantesco paese centrafricano ha attraversato, negli ultimi anni, l’ennesimo periodo turbolento della sua storia, iniziata il 30 giugno 1960 dopo l’improvvisa ritirata del Belgio. Donald Trump, tra gli innumerevoli accordi di pace che si è ascritto nella vana speranza di un premio Nobel, ha messo in evidenza il patto siglato tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda. Il paese guidato da Paul Kagame, il cui soft power pervasivo si può notare sulle maglie di squadra come Arsenal, PSG e Aston Villa, è il vero burattinaio del «Movimento del 23 marzo», il cosiddetto M23, attualmente in controllo di ampie zone del Nord e del Sud Kivu, regioni minerarie ad est del paese, tra cui le due città più importanti della zona, Goma e Bukavu, che al momento sfuggono dal controllo di Kinshasa. Il minuscolo Ruanda ha mire geopolitiche molto serie sul proprio gigantesco e disordinato vicino dagli anni ’90 quando Laurent-Désiré Kabila era stato finanziato e sostenuto da Kigali per ribaltare un senescente Mobutu, l’unico leader che ha provato a dare vita a un vero e proprio processo di state building. Mobutu, infatti, aveva cercato di dare solidità allo Stato congolese puntando sulla cosiddetta «zairizzazione». Il tentativo di creare un’identità congolese poggiandosi sull’africanizzazione dello Stato fu, in ultima istanza, decisamente fallimentare e il regime si trasformò in una cleptocrazia clientelare molto ben codificata ma senza possibilità di resistenza.
Nel 2026 la situazione non è migliorata, anzi. Il presidente Félix Tshisekedi, figlio di Étienne, è al potere dal 2019 ed è il leader dell’Unione per la Democrazia e il Progresso sociale. Il padre era uno dei grandi antagonisti di Mobutu, di cui era stato primo ministro in una classica capriola politica, da una posizione pacifista. Il sogno presidenziale, tuttavia, si era infranto contro il regime mobutiano ma il figlio è stato in grado di raccogliere il testimone. Tshisekedi Jr. ha recentemente lanciato un progetto politico dall’altisonante nome: «Dialogo nazionale per la pace, la coesione e la rifondazione dello Stato». L’iniziativa è partita con il piede sbagliato e sembra già sul punto di affondare, in primis perché il presidente ha escluso la presenza del M23. Il movimento filo-ruandese controlla un’ampia porzione del paese e ignorarne l’esistenza potrebbe essere un boomerang non di poco conto. Tshisekedi ha spiegato così la decisione: «Il Dialogo non costituirà né una trattativa con l’aggressore o i suoi complici, né uno strumento indiretto per mettere in discussione la decisione sovrana del popolo, espressa attraverso il voto». In teoria ci dovrebbe essere un accordo di pace tra M23 e governo centrale, ma nella realtà gli scontri sono in corso quasi giornalmente. Ciò stride fortemente con l’approvazione, condivisa da entrambi i soggetti in un incontro tenutosi a Doha in Qatar, di un meccanismo di controllo per verificare l’effettiva messa in atto del «cessate il fuoco». Tshisekedi ha aggiunto: «I crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, gli atti di genocidio, i gravi reati sessuali e gli altri crimini imprescrittibili non possono essere cancellati da un’amnistia generale né sacrificati in nome di un impegno politico». Un’altra assenza pesante è quella della fazione che si rifà a Joseph Kabila. Il figlio di Laurent Desire, assurto al grado di presidente dopo l’omicidio del padre in giovanissima età, sembrava la speranza migliore del paese ma il suo regime si era trasformato velocemente in un’autocrazia personalista. Egli, tuttavia, ebbe almeno il merito di ritirarsi in buon ordine dopo la sconfitta alle elezioni per mano di Tshisekedi stesso. Joseph Kabila, a ottobre dell’anno scorso, è stato condannato a morte da un tribunale militare. Il verdetto, tuttavia, lo vede assente dal Congo dal momento che è scappato all’estero dopo la sconfitta del 2019. Alla condanna si è arrivati anche a causa delle voci che volevano Kabila vicino ai guerriglieri del M23 in chiara funzione anti-presidenziale.

Il presidente Tshisekedi, dunque, ha creato un progetto che punta a rafforzare la struttura statale ma ha incontrato resistenze anche da parte dell’opposizione, la quale ritiene il dialogo nazionale una sorta di operazione politica per blindare la presidenza. C’è effettivamente un precedente sinistro. Nel 1990 Mobutu, già traballante, aveva fondato la «Conferenza sovrana nazionale» che avrebbe dovuto aiutare la transizione da regime monopartitico a democrazia pluralista. Nella Conferenza erano confluite associazioni, partiti e rappresentanti delle chiese congolesi, ma c’era da considerare la resistenza attiva di Mobutu, il quale sabotò le operazioni causando incidenti e manifestazioni. La Conferenza, che poteva essere l’occasione per garantire una transizione più o meno pacifica da Mobutu, fu sciolta nel 1992 e ci furono grandissime proteste. Tale inquietante precedente storico può parzialmente spiegare il perché l’opposizione a Tshisekedi sia così diffidente nei confronti di questo dialogo nazionale. A ciò si aggiunge una questione politica molto spinosa. Tshisekedi, infatti, punta a un terzo mandato presidenziale, tecnicamente proibito dalla Costituzione. Ci vorrebbe, dunque, un cambiamento del testo fondamentale, per cui l’opposizione è decisamente contraria. L’attuale presidente, inoltre, sta tergiversando anche su una legge molto sentita che vorrebbe facilitare l’organizzazione di referendum popolari. L’opposizione si è così coagulata attorno a un movimento definito A64, ispirato all’articolo 64 della Costituzione congolese che prevede il diritto e il dovere di ribellarsi a ogni esercizio di violenza e sopruso di potere contrario alla Costituzione stessa. L’A64 è nata il 19 maggio del 2026 e ha organizzato già diverse manifestazioni di protesta. Questa è l’espressione più concreta di una serie di effervescenze interne alla società congolese che si notano da diverso tempo. Prima che nascesse ufficialmente il movimento A64, il cardinale Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa e rappresentante della Conferenza episcopale nazionale del Congo (CENCO), e il reverendo André Bokundoa, presidente della Chiesa di Cristo in Congo (Église du Christ au Congo – ECC, fortemente in espansione) hanno un ruolo nel contesto del dialogo nazionale e precedentemente l’avevano sostanzialmente anticipata, promuovendo una serie di consultazioni ad ampio respiro con partiti, società civile e rappresentanti istituzionali.
Il dialogo nazionale promosso da Tshisekedi traballa appena nato anche perché il contesto è attualmente intricato. Dal punto di vista militare, l’est del paese è ancora in mano ai ribelli dell’M23, il quale si muove in una situazione di violenza endemica con milizie e gruppuscoli piuttosto radicati sul territorio e difficili da annientare definitivamente. L’esercito regolare, inoltre, soffre degli stessi problemi che hanno caratterizzato le forze armate congolesi dai tempi di Lumumba e passando per Mobutu, Kabila e l’attuale repubblica presidenziale, e cioè corruzione, pessima preparazione, scarsa coesione e tendenza al saccheggio e alla prevaricazione sulla popolazione. E poi ci sono le sempiterne influenze esterne. Nei primi anni duemila la Cina ha avuto modo di invadere il mercato congolese con merci e un accordo economico gigantesco che è stato ritoccato in più di un’occasione, anche da Tshisekedi nel passato recente. Ci sono poi le potenze occidentali. Prima il Belgio, le cui nefandezze in quella zona del mondo sono ancora ben lungi dall’essere riconosciute con la giusta completezza, poi gli USA hanno avuto un occhio di riguardo speciale nei confronti della Repubblica Democratica del Congo. Washington, nume tutelare del non-accordo di pace del 5 dicembre 2025, si è assicurata di estendere la propria influenza in svariati campi: miniere, infrastrutture e operazioni militari contro le varie insurrezioni. Proprio il dialogo tra Ruanda, USA e Congo ha permesso agli statunitensi di razionalizzare meglio la propria presenza al centro dell’Africa grazie a variegati e massicci investimenti.
Le radici degli odierni problemi della Repubblica Democratica del Congo non possono essere comprese senza tenere in debita considerazione il contesto storico. Le contingenze politiche del conflitto tra il presidente Tshisekedi e l’opposizione appartengono a dinamiche ben note in quella zona del mondo. In primis, infatti, occorre evidenziare che la velocissima transizione da colonia a paese indipendente non permise la creazione di una classe dirigente degna di questo nome. Inoltre, la successiva decomposizione dello Stato in tre parti, disarticolato dalla rivolta del Katanga e dall’indipendenza virtuale dell’est del paese, fu ricomposta solo perché la Guerra Fredda non permetteva a una nazione così disgraziata ma così ricca di risorse naturali di finire in mano ai sovietici. Gli Stati Uniti imposero al Belgio di sostenere Mobutu e l’unità del paese. Il regime mobutiano fu un momento di stabilità, possibile grazie all’appoggio incondizionato dell’Occidente e a una gestione delle risorse basata su un sistema clientelare abnorme. Crollato il muro e scomparso il pericolo comunista, si aprì l’epoca di una democratizzazione tumultuosa, frettolosa e disordinata, guastata da Mobutu che non voleva lasciare la guida del paese e dal subimperialismo ruandese. Il piccolo vicino aveva vissuto un terrificante genocidio interno ma aveva rapidamente trovato una stabilità inedita e si era accorto della possibilità di mettere le mani sulle ricchezze del sottosuolo dello Stato congolese in sfarinamento. Si aprono così le guerre africane con massacri e indicibili sofferenze per il popolo. Kabila senior aveva concluso la sua esperienza di governo in maniera tragica, ucciso da uno dei suoi ragazzini soldati, e il figlio non dava garanzie. Kabila Jr. si dimostrò più o meno in grado di tenere in mano il paese e la Repubblica Democratica del Congo aveva provato a dare una dimostrazione di normalità con le elezioni presidenziali del 2006, un capolavoro logistico. La situazione, tuttavia, non è migliorata sensibilmente e le ingerenze esterne non sono cessate. Inoltre, le più disparate milizie hanno messo radici sul territorio dando vita a potentati cleptocratici. All’assenza atavica di una classe dirigente qualificata e alle ingerenze esterne si somma poi la fragilità statuale in tutte le sue articolazioni, esercito soprattutto. Il groviglio militare e politico è diventato sempre più intricato e per uscirne occorre qualcosa in più del dialogo nazionale promosso da Tshisekedi.