OGGETTO: Minacce esistenziali ovunque
DATA: 23 Febbraio 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Dalla guerra in Ucraina alla competizione tra Stati Uniti e Cina, dal riarmo europeo alla retorica israeliana sull’Iran, sempre più scelte vengono presentate come questioni di sopravvivenza. Ma quando tutto diventa “esistenziale”, il conflitto smette di essere negoziabile e la politica si riduce a mobilitazione permanente.
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«La sovranità dei dati è una questione esistenziale».
«Le criptovalute rappresentano una minaccia esistenziale».
«La difesa dell’Occidente è una questione esistenziale».
«La guerra in Ucraina è una questione esistenziale».

Le fonti sono diverse. Il lessico è identico. Non è il mondo a essere diventato improvvisamente terminale. È il linguaggio politico ad aver cambiato registro. La parola “esistenziale”, che in origine rimandava alla condizione stessa dell’essere, è diventata una formula di mobilitazione. Non indica semplicemente gravità, ma totalità. Definire qualcosa “esistenziale” significa sottrarlo alla graduazione ordinaria dei problemi. Non è più una questione tra altre, ma una soglia assoluta: non si tratta di perdere o guadagnare, ma di continuare o cessare di essere. In questo slittamento semantico si produce uno spostamento politico preciso: dalla gestione al confronto definitivo. Un conflitto grave può essere negoziato perché presuppone margini, interessi, proporzioni. Un conflitto definito esistenziale, invece, non tollera compromesso. Trasforma il rischio in annientamento possibile e l’avversario in minaccia ontologica.

È qui che il lessico cambia funzione. Non descrive soltanto una situazione, ma contribuisce a definirne la struttura. Sposta la decisione dall’argomentazione alla necessità: non si discute, si sopravvive. L’“esistenziale” non è solo una categoria strategica. Diventa una categoria identitaria. Il conflitto non riguarda più soltanto ciò che si possiede, ma ciò che si è. Non si difende un interesse contingente: si difende un’immagine di sé. L’Europa è il punto in cui questa frattura appare più nitida. Non perché sia intrinsecamente più fragile, ma perché è lo spazio politico in cui la pace aveva smesso di essere un’eccezione per diventare struttura.

La costruzione europea non nasceva soltanto per prevenire nuove guerre continentali. Nasceva per normalizzare la pace, per trasformarla da tregua tra conflitti a condizione ordinaria della politica. La promessa implicita era che il conflitto interstatale potesse essere definitivamente riassorbito dentro meccanismi giuridici, economici e istituzionali. La pace non come idealismo, ma come tecnica di governo. Per questo, nel contesto europeo, la cosiddetta “fine della storia” non è rimasta una formula teorica. È diventata esperienza generazionale. L’integrazione, l’interdipendenza economica, l’allargamento progressivo dello spazio comune hanno prodotto la sensazione concreta di un’irreversibilità. Si poteva discutere sulle politiche, non sulla direzione. La traiettoria appariva stabilita.

Quando questa convinzione si incrina, il trauma non è solo geopolitico. È simbolico e temporale. Non riguarda soltanto la sicurezza militare, ma la percezione della durata. L’Europa non fatica a riarmarsi. Fatica a riconoscersi dentro un mondo che non garantisce più la linearità della propria storia. Per oltre mezzo secolo l’ordine occidentale ha vissuto su una fede implicita: la propria continuità. Anche nelle fasi di tensione – dalla Guerra fredda alle crisi finanziarie – la cornice non sembrava in discussione. Le crisi erano eventi dentro un ordine stabile, non crepe nell’ordine stesso. Oggi la situazione è diversa. L’interdipendenza può essere usata come arma, le catene del valore come leva di pressione, la tecnologia come strumento di separazione. L’ordine non appare più come uno sfondo inevitabile, ma come un equilibrio da difendere attivamente. È in questo scarto che il lessico dell’“esistenziale” trova terreno fertile.

Quando la direzione smette di sembrare garantita, ogni crisi assume il volto di una possibile frattura definitiva. Mosca definisce la guerra in Ucraina una questione di sopravvivenza nazionale. La NATO parla di minaccia esistenziale all’ordine euro-atlantico. Israele utilizza apertamente la formula “minaccia esistenziale” nel confronto con l’Iran. Ma il passaggio decisivo si osserva nelle due maggiori potenze mondiali. Negli Stati Uniti la competizione con la Cina non viene più presentata soltanto come rivalità strategica. È descritta sempre più spesso come difesa della continuità tecnologica, industriale e perfino civile del Paese. I dazi, il contenimento sulle filiere critiche, la ridefinizione delle catene del valore non appaiono come strumenti ordinari di politica economica, ma come misure necessarie a preservare la capacità stessa di esistere come potenza autonoma. Nel 2025 l’amministrazione Trump ha autorizzato il ripristino simbolico della denominazione storica di Department of War per il Dipartimento della Difesa – un nome abbandonato nel secondo dopoguerra per segnare il passaggio dalla guerra totale alla gestione permanente della sicurezza. Formalmente resta il Department of Defense, ma il gesto linguistico segnala qualcosa di più profondo: anche la potenza egemone avverte che la distinzione tra competizione e conflitto non è più scontata. Quando una potenza consolidata inizia a parlare in termini di sopravvivenza, non siamo soltanto davanti a un riassetto multipolare. È il segno che la stabilità non viene più percepita come condizione di fondo.

La competizione non è più regolata da un orizzonte condiviso, ma tende a essere interpretata come possibile rottura definitiva. Pechino, dal canto suo, raramente utilizza il lessico occidentale dell’“esistenziale”, ma definisce Taiwan un “interesse centrale” non negoziabile. L’unità territoriale e la stabilità del Partito non appartengono alla sfera della politica ordinaria. Sono poste come precondizioni dell’esistenza stessa dello Stato. È una grammatica diversa, ma la soglia è analoga: alcune questioni non sono trattabili perché definiscono l’identità. Non è solo un’esasperazione retorica: indica qualcosa di più profondo nel modo in cui le potenze mature concepiscono il confronto. Quando l’avversario non è più un competitore ma una minaccia alla continuità, il conflitto perde progressivamente i margini intermedi e la deterrenza cede spazio alla mobilitazione permanente. L’“esistenziale” non è solo una parola forte. È una soglia politica. Definire qualcosa esistenziale significa sottrarlo al regime della scelta e collocarlo in quello della necessità. Non persuade davvero; mobilita. E nel farlo tende a comprimere le distinzioni. Per decenni le democrazie occidentali hanno legittimato le proprie decisioni attraverso la promessa del progresso: crescita, integrazione, espansione dei diritti, miglioramento graduale delle condizioni di vita. Anche nei momenti di crisi, l’orizzonte restava evolutivo. Si potevano attraversare fasi difficili, ma dentro una traiettoria percepita come ascendente. Quando questa promessa si indebolisce, il registro cambia.

Se non si può più garantire un futuro migliore, si promette almeno la continuità dell’esistente. L’obiettivo non è più avanzare, ma resistere; non espandere, piuttosto difendere ciò che già esiste. La sopravvivenza diventa così la forma minima della legittimità politica. È una legittimità più povera simbolicamente, perché non offre direzione, ma soltanto durata. Tuttavia è più rapida nel produrre consenso: di fronte a una minaccia percepita come totale, il dissenso tende a comprimersi. Il problema è che una politica fondata sulla sopravvivenza permanente fatica a stabilizzarsi. Mobilita in fretta, ma consuma in fretta. Se ogni crisi è presentata come decisiva, l’eccezione tende a diventare regola. E quando l’eccezione si normalizza, il sistema entra in una condizione di tensione costante. Questo registro non è nuovo: gli Stati vi ricorrevano nelle guerre totali, quando l’annientamento era plausibile. La novità è che oggi tende a diventare ordinario. L’“esistenziale” non è più il linguaggio dell’emergenza estrema, ma il lessico corrente della competizione. La parola “esistenziale” non descrive soltanto una minaccia esterna. Segnala una trasformazione interna: la perdita della fiducia nella stabilità dell’ordine costruito nel secondo Novecento. Quando la continuità non è più percepita come garantita, ogni crisi appare come una possibile rottura definitiva. Il rischio non è che l’ordine stia per crollare domani. È che, temendo di crollare, inizi a comportarsi come se fosse già in stato di assedio.

In questa condizione, la politica non organizza il futuro: lo difende preventivamente. Non è detto che viviamo in un’epoca più pericolosa di altre. Il Novecento ha conosciuto livelli di distruttività incomparabili. Ma raramente la competizione ordinaria tra potenze è stata descritta in modo così sistematico come questione di sopravvivenza. Forse la questione non è stabilire quale minaccia sia davvero esistenziale. È comprendere che un ordine che smette di sentirsi inevitabile tende a parlare il linguaggio dell’emergenza permanente. E quando l’emergenza diventa il registro normale, la pace non sparisce; diventa più sottile, più fragile, meno evidente.

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