OGGETTO: La diplomazia parallela di Jeffrey Epstein
DATA: 16 Agosto 2026
Tra i milioni di documenti pubblicati su Jeffrey Epstein emerge un suo ritratto inusuale: non solo predatore sessuale, infatti, ma anche connettore informale tra presidenti dell'ONU, ministri degli Esteri, uomini d'intelligence saudita, e rampanti politici europei. Nessun ruolo e nessuna coerenza, un solo principio cardine: chi entrava nella sua rete diventava utile, ricattabile o entrambe le cose.
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– «Oggi sono in Turchia, sono appena stato ricevuto da Erdogan per un lungo, privato e amichevole incontro. Sto volando da qui a Berlino» 
– «Ti ha dato un Apple Watch per registrare le tue future conversazioni?»
– «No, non lo ha fatto:)»

La persona che si trova in Turchia è Miroslav Lajcak, uno degli uomini di punta del governo slovacco nel novembre del 2018, il periodo in cui questa scambio di messaggi ha luogo. Ministro degli Esteri in due occasioni, dal 2009 al 2010 e dal 2012 al 2020, Lajcak ha ricoperto la carica di presidente dell’OCSE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, e di presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ed è stato Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina. Il suo interlocutore è Jeffrey Epstein, il miliardario newyorchese creatore di un gigantesco sistema di sfruttamento sessuale diffuso in tutto il globo. Epstein e Lajcak avevano un rapporto ben radicato e sviluppatosi soprattutto tra il 2017 e 2018, quando lo slovacco era presidente dell’ONU e quasi un decennio dopo la prima condanna del miliardario statunitense. Terje Rod-Larsen, una figura che si approfondirà in seguito, era stato il tramite tra i due. Il loro legame è anche una delle testimonianze più plastiche della presenza di Epstein dentro la scena della diplomazia mondiale.

Non c’è nessun complotto o dietrologia, Epstein aveva il ruolo ben chiaro di connettore tra ambienti diversi. Le persone andavano da lui perché sapevano che la sua sterminata rete di conoscenze poteva aprire porte altrimenti chiuse. Epstein e Lajcak parlavano di qualsiasi cosa con il primo che consigliava il secondo in un momento decisivo per la sua carriera politica. Lo slovacco, infatti, era decisamente tentato di candidarsi a presidente del suo paese. I due, inoltre, si incontravano ripetutamente, soprattutto a New York, e saltuariamente saltava fuori qualche biglietto per spettacoli teatrali o concerti per Lajcak e famiglia. A marzo 2018 Lajcak ed Epstein si incontrano a cena con Steve Bannon, l’ideologo conservatore grande amico del miliardario statunitense, e altri. Nella mail, si può leggere che Epstein disse a Bannon: «Miro Lajcak. Presidente dell’ONU. Guiderà il progetto europeo se ti piace. Il suo governo cadrà questa settimana, come programmato. :)». La loro frequentazione divenne talmente abituale che Lajcak teneva aggiornato Epstein nel corso dei suoi viaggi diplomatici in tutto il mondo.

Ma, pur essendo molto presente, Lajcak non è assolutamente l’unico nome di spicco che compare ripetutamente nella rete di Epstein. Quest’ultimo, come emerso negli ultimi mesi, aveva un rapporto profondissimo con Terje Rod-Larsen, importante diplomatico ed ex ministro norvegese. Lui e sua moglie Mona Juul ebbero un ruolo di primo piano nel corso degli storici accordi di Oslo tra palestinesi e israeliani. Più recentemente, Rod-Larsen ha partecipato alla firma degli accordi di Abramo alla Casa Bianca. Il suo ruolo nella preparazione della storica intesa tra Tel Aviv e diversi Stati arabi, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti in primis, è stato tutt’altro che banale. Il nome, dunque, è di quelli che pesano. Ebbene, forse seguendo il principio di una diplomazia basata anche sui rapporti informali, Rod-Larsen ha avuto un legame talmente stretto con Epstein che i suoi due figli sono citati nel testamento del pedofilo miliardario, il quale aveva lasciato a ciascuno di loro cinque milioni di dollari. Ma non solo. Rod-Larsen avrebbe utilizzato la sua grande amicizia con Epstein per ottenere un appartamento, venduto a prezzo stracciato dal legittimo proprietario spaventato dalle minacce di Epstein stesso. I vantaggi ottenuti da Rod-Larsen, tuttavia, non erano solo materiali. Negli incontri con il newyorchese, si parlava anche di politica con particolare riferimento al collegamento tra movimento MAGA ed estrema destra europea. Questo è un tema ricorrente delle conversazioni tra l’ideologo conservatore statunitense Steve Bannon e Jeffrey Epstein e un cardine del lavoro para diplomatico di Epstein nel Vecchio Continente.

Rod-Larsen ed Epstein collaboravano anche all’interno dell’International Peace Institute, un think tank nato nel 1970 con l’obiettivo di addestrare diplomatici e personale militare da utilizzare nelle missioni di peacekeeping dell’ONU. Rod-Larsen ne è stato presidente per lunghi anni e nel suoboard dirigenziale si trovavano figure di assoluto rilievo come l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd. Giusto per precisare il contesto, presidenti onorati dell’IPI sono stati gli ex segretari generali dell’ONU Ban Ki-moon e Antonio Guterres. L’IPI era stata sovvenzionata in più di un’occasione da Epstein tramite la Jeffrey Epstein Foundation e la Gratitude America LTD, una sfuggente finanziaria con sede nelle Isole Vergini Americane usata dal miliardario per perseguire i suoi scopi «filantropici». La Jeffrey Epstein Foundation, invece, era un’associazione creata da Epstein stesso nel 2000 per supportare con danarose donazioni attività umanitarie e scientifiche. Tra le entità sostenute c’erano la «Save Darfur Coalition», il «Nelson Mandela Children’s Fund», la «Friends of Israel Defense Forces», la «Philippe Costeau Foundation», il «Council on Foreign Relations» e la «Trilateral Commission». In un comunicato stampa diffuso dalla fondazione dopo l’apertura di una sede dell’IPI in Bahrain, si può leggere come la Jeffrey Epstein VI Foundation «abbia attivamente supportato gli accordi di pace e le iniziative» svolte per questo scopo. Anche grazie ai soldi del miliardario pedofilo, infatti, la IPI aveva ampliato il proprio raggio d’azione aprendo una nuova sede in Bahrain che si aggiungeva a quelle già attive a Vienna e New York. L’International Peace Institute è un vero e proprio melting pot diplomatico: finanziato dal governo statunitense e da non meglio specificati partner europei, poteva contare sull’apporto del danaroso regime qatarino e degli Emirati Arabi. Tra i suoi consulenti internazionali si annoverava anche Turki Al-Faisal, l’ex numero uno dell’intelligence saudita.

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Il ruolo dell’IPI nella rete di Epstein è ancora più oscuro rispetto a quanto evidenziato finora. In un memo redatto dalle forze dell’ordine norvegesi il 18 novembre 2019 si legge che un’ex dipendente dell’IPI, tra il novembre del 2014 e l’aprile del 2016, aveva dovuto accompagnare in un più di un’occasione delle giovanissime tirocinanti est europee, senza esperienza e senza titoli di studio. Queste ragazze rimanevano all’interno del think tank per brevissimi lassi di tempo durante i quali, tuttavia, visitavano i luoghi cardine della diplomazia mondiale come il palazzo dell’ONU a NewYork. Qui, si scattavano fotografie che poi venivano inviate a Epstein. Questo memo era stato inviato dai norvegesi all’FBI all’inizio di gennaio del 2020. L’IPI è veramente un caso studio interessante per comprendere come Epstein si muovesse su più piani, sfruttando interamente i contatti che aveva creato. Da una parte, infatti, influenzava Rod-Larsen e altri politici norvegesi, come l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland, con finanziamenti e altri tipi di favori, dall’altra usava la sua amicizia con loro per accreditarsi presso altri. Nell’estate del 2013, ad esempio, Epstein invitava Bill Gates a un incontro organizzato da Rod-Larsen con 40 ministri degli Esteri di varie Nazioni. Il boss di Microsoft sarebbe stato l’unico ospite non diplomatico.

L’impronta di Epstein si vede soprattutto nel contesto del Medio Oriente. Appoggiava convintamente l’azione diplomatica personale di Ehud Barak, generale e politico israeliano che ha ricoperto prestigiosi incarichi governativi. Barak, infatti, è stato primo ministro, ministro della Difesa e ministro degli Esteri di Israele. Lui ed Epstein si muovevano con grande affiatamento tra affari e diplomazia con particolare interesse per gli Emirati dove c’era uno degli alleati più stretti di Epstein: Ahmed bin Sulayem. Quest’ultimo era stato messo in contatto con Barak da Epstein stesso che lo aveva presentato perfino a un suo grande sodale, il principe Andrea della famiglia reale britannica. Epstein e Sulayem avevano un rapporto ambivalente, economico e personale. Nel 2009, sempre sfruttando quei canali di diplomazia parallela che si stanno tratteggiando, Epstein aveva aiutata Sulayem ad accreditarsi presso il governo britannico per la gestione del porto di London Gateway. L’emiratino, infatti, è stato a capo del gigante della logistica DP World per anni, oltre ad aver ricoperto il ruolo di presidente del «Ports, Customs & Free Zone Corporations» di Abu Dhabi. Ma i tentacoli di Epstein arrivavano perfino alle Maldive. L’accordo fu raggiunto grazie alla benevola intercessione di Peter Mandelson, un altro nome eccellente della rete di Epstein. Fu proprio lui a mettere in contatto l’allora segretario di Stato per le imprese con Sulayem. Nel gennaio del 2013 il presidente dell’isola Mohammed Waheed Hassan si scrive ripetutamente con il miliardario newyorchese a cui chiedeva consigli su come gestire un oscuro manager che voleva depositare quattro miliardi di dollari nel suo paese. Epstein, inoltre, non perdeva l’occasione per consigliare i suoi sodali. Con Hassan, infatti, fece il nome di Lisa Svensson, una diplomatica svedese da assumere come consulente e di Jagland, definito un suo grande amico. Anche in questo caso si nota come Epstein agisca da diplomatico informale.

Negli Stati Uniti Epstein poteva contare su entrature ai massimi livelli. Il suo rapporto con Bill Clinton è arcinoto così come quello già menzionato con Bannon. Questo binomio, tuttavia, non aveva come campo d’azione principale gli USA. Epstein, infatti, aiutava Bannon soprattutto nella sua avventura europea, iniziata con lo scopo finale di creare una sorta di movimento populista nel Vecchio Continente. Obiettivo, tuttavia, mai raggiunto. In patria, Epstein aveva contatti con ambienti democratici e repubblicani, dimostrando di essere straordinariamente bipartisan. Lo dimostra una mail indirizzata a Peter Thiel, il magnate transumanista a capo di Palantir. Epstein si offre di presentargli William Burns, direttore della CIA durante la presidenza Biden ed esperto funzionario del Dipartimento di Stato durante le amministrazioni di Obama e Bush jr. Il pedofilo miliardario definisce Burns come uno dei più importanti diplomatici statunitensi e lo ritiene il demiurgo degli accordi segreti con l’Iran. Thiel accetta di buon grado la proposta di Epstein.

Ma allora come si può inquadrare questo insieme di contatti? Epstein era, di fatto, un diplomatico informale come è stato un consulente finanziario informale e un consigliere politico informale. Il suo non è mai stato un ruolo codificato e quindi non si può ritrovare una sorta di coerenza politica interna al suo agire. L’unica costante è un continuo appoggio a Israele. Per il resto, le incongruenze sono diverse. Da una parte, infatti, sembra interessato al progetto europeo-populista di Bannon, dall’altra ha contatti profondi con esponenti della diplomazia norvegese di area laburista e con Peter Mandelson, un blairiano di ferro e quindi grande nemico del populismo. Poi lo si ritrova a consigliare un oscuro politico maldiviano e a coltivare i rapporti con Clinton e Gates, remando contro al suo ex alleato Donald Trump. A questi rapporti in apparente contraddizione emerge un ulteriore elemento da tenere conto: la volontà, sempre presente, di fare affari e di trarre vantaggi dalla sua rete di conoscenze. Così, si vede Epstein aiutare Rod-Larsen ma sfruttarlo per accreditarsi con Gates, poi passa a fare lobbying con i britannici per Sulayem, il quale, tuttavia, è facilmente ricattabile dato tutto ciò che sapeva su di lui Epstein. Amicizia, affari e diplomazia si mischiano in un calderone comprendente opachi think tank e nomi altisonanti. Il minimo comune denominatore di tutte le sue azioni è il vantaggio personale e l’ottenimento di una posizione di potere nei confronti dei propri innumerevoli interlocutori.

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