Liberi e disuguali

Charles Maurras guardava sia domani che al dopodomani. Per questo è stato dimenticato.
Charles Maurras guardava sia domani che al dopodomani. Per questo è stato dimenticato.

All’inizio del XIX secolo, sulle spoglie della monarchia borbonica e dell’impero napoleonico, Joseph De Maistre, padre del moderno pensiero reazionario, definì la democrazia una «prostituzione impudente del ragionamento e di tutti i vocaboli concepiti per giudicare le idee di giustizia e di virtù». La stagione del definitivo tramonto dei sistemi politici assolutisti europei, si apre all’insegna dell’entusiasmo, ma anche di una più composta moderazione, se non addirittura di una rabbiosa reazione. De Maistre è però ancorato, per eredità e per ascendenza culturale, all’ultimo bagliore della monarchia assolutista francese. Un bagliore decadente, che verrà espresso nelle tonalità e nelle puntigliose sfumature a tratti biologiche da Taine nella sua storia della Francia dell’Antico Regime, al tempo stesso culmine di un ragionamento critico e “positivista” sul passato e tassello della nascente riflessione concernente la decadenza delle civiltà e dei loro ceti dirigenti. 

Charles Maurras si pone al di là di tali stimoli culturali, in parte li completa e li perfeziona. Rappresenta il nesso ideale e necessario tra i richiami all’ordine – messo in crisi dal liberalismo e dall’individualismo – alla gerarchia, alla monarchia, i timori decadentisti e l’aspirazione ad un governo razionale, positivista e che guarda quasi con devozione ad Auguste Comte. Cosa c’entrano la sociologia organizzatrice di uno dei padri del positivismo con la nostalgia monarchica e la reazione cattolica? Se l’affaire Dreyfus è in qualche modo il battesimo della spaccatura politica francese, della separazione tra intellettuali e opinione pubblica, in un clima di crescenti sospetti tra compatrioti e dell’inarrestabile influenza dell’antisemitismo sul pensiero delle nuove destre, esso diviene anche il calderone da cui emergono le linee guida dei reazionari del XX secolo. Non più solo monarchici o solo cattolici. Non più incapaci, a partire da Maurras, di esprimere una visione di stato e società quanto mai coerenti e almeno in parte giustificabili razionalmente.

«Non c’è alcuna possibilità di restaurazione della cosa pubblica senza una dottrina» scriverà Maurice Barrès, scrittore e campione del nazionalismo francese. Se il presupposto di ogni programma politico, condivisibile o meno, è nella dottrina e nell’ideologia, nelle linee programmatiche e nella capacità delle stesse di far fronte in maniera granitica alle dottrine e alle ideologie avverse e dominanti, non stupisce che si guardi oggi con curiosità al nuovo governo Meloni. Come scrive Ezio Mauro su La Repubblica

«Meloni cerca di costruire un blocco sociale permanente vincolato da un ribellismo di classe contro l’élite, portando al governo il risentimento e indicando all’antipolitica uno sbocco di destra come soluzione e risarcimento.»

Si passa, secondo Mauro, «dall’istinto all’ideologia». Ed è un meccanismo già collaudato, sperimentato nel magmatico panorama politico francese post-Sedan e post-Dreyfus. La dottrina di Maurras sgorga da una critica attenta e puntigliosa della crisi del sistema parlamentare francese, a cui opporre una struttura radicalmente differente in grado di rispondere ai problemi – sempre più evidenti – che la Republique sta vivendo da alcuni decenni (e che, se si vuole, troverà una sua compiuta sistemazione solo con la riforma di De Gaulle e con la creazione di una vera “monarchia elettiva” nel cuore dell’Europa occidentale).

Maurras è innanzitutto un letterato, un umanista, un intellettuale classicista; ossessionato dalla morte e della caducità umana, egli costruisce la propria teoria politica a partire dal timore del disordine, della dissoluzione e della liquidazione delle società umane. La sua politica nasce dunque da un afflato di speranza, frutto di una profonda incertezza interiore, che le società possano anche non morire, se fortificate dai beni tradizionali, eterni, universali, incarnati dalla saggezza greca, dall’ordine romano e dalla rivelazione trascendente del cristianesimo. Le strutture del passato divengono appigli per ripensare il futuro. Non un’acritica nostalgia della monarchia o un appello cesarista e bonapartista, quanto un modello di libertà e di buona politica ritenuti funzionali ai tempi. Progetto che ritorna, laddove il neoministro della cultura del nuovo esecutivo italiano, Gennaro Sangiuliano, sembra ricalcare fedelmente le risposte maurrasiane alle accuse di passatismo della destra, come si evince dalla sua intervista per Libero:

«Prezzolini diceva che i progressisti guardano al domani, ma i conservatori al dopodomani, che si può progettare solo salvaguardando i propri valori fondanti, altrimenti il salto diventa nel buio.»

Per la prima volta, l’idea di una destra moderna che guarda al passato, si concretizza nel pensiero politico di Maurras. Egli definirà la sua politica un «empirismo organizzatore», per cui al netto di una semplice insofferenza per i tempi, è necessaria una risposta più che mai razionale e “pratica” ai fenomeni contingenti. 

Non si rifiuta la libertà, ma un certo tipo di libertà. Il motore della storia in Maurras è nella «disuguaglianza». Disuguaglianza che dall’individuo si trasmette alla comunità. Necessità ed autorità contraddistinguono il dispiegarsi degli eventi umani. La forza “disuguale” dei genitori contribuisce al sostentamento del loro piccolo indifeso. La società è bisogno e soddisfacimento dello stesso. Che qualcuno rivesta il ruolo dell’autorità e altri dei protetti, si traduce in una dottrina che al “diritto della libertà” sostituisce il “dovere”. Organizzato in gruppi intermedi di libertà-autorità, lo Stato diviene stato di società. Non vi è traccia di contrattualismo in Maurras, giacché lo “stato naturale” per l’uomo è soltanto quello della socialità, che è proprio della sua natura. 

Il mantenimento di queste strutture e dell’ordine sociale, si esprime in un articolato sistema difensivo contro la decadenza. Come il limes romano, però, tale sistema difensivo non presuppone per Maurras un passivo respingimento, ma un filtro attivo e razionale. Decadenza e sviluppo sono altrettante possibilità nella storia dell’umanità. In ciò, il pensatore francese sembra ripensare l’idea di una decadenza ormai inarrestabile, quanto quella di un inarrestabile progresso. Laddove la solidarietà intergenerazionale e comunitaria, sul solco di una tradizione “selezionata” e dunque ancora viva, vengano mantenute in piedi, si troverebbero altrettante risorse per contrastare la dissoluzione disaggregante della morte e del “tramonto della civiltà”. Tale bene pubblico deve prescindere dal confronto partitico, visto come divisivo, deve basarsi sugli interessi delle categorie lavoratrici, su una aristocrazia territorialmente radicata e sui vincoli familiari. La libertà è nei doveri e nel contributo alla comunità di ogni singola categoria, visti come altrettante vincoli strutturali ad un potere solo apparentemente assolutista di una nuova Francia monarchica. Ogni categoria sa decifrare i propri interessi, senza doversi esprimere “irrazionalmente” su ogni questione.

Così, a partire da una critica della libertà in senso “astratto” ed egualitario, eredità rivoluzionaria, si passa in Maurras ad una critica serrata verso il «democratismo libertario», che tende inesorabilmente alla demagogia populista ed anarcoide e che sfocia nella «Mediocrazia». Che la sovranità debba essere popolare è in Maurras una pura «irrazionalità». Ciò non dipende dal numero di elettori, ma dalle questioni su cui si richiede ad ognuno di esprimersi: 

«Se si concede di decidere sull’indirizzo del governo, se si concede loro di scegliere il capo, v’è da scommettere diecimila contro uno che eleggeranno l’uomo di cui piacerà loro il naso e che non avrà più cervello di una zucca; c’è da scommettere diecimila contro uno che richiederanno dal governo la politica del loro interesse particolare, sacrificando l’interesse generale, la politica del minore sforzo e della minore fatica senza curarsi del presente non immediato, né del prossimo avvenire.»

È curioso che da uno dei campioni della monarchia e dei nemici della democrazia moderna come Maurras provenga un appello che per larghi tratti sembra oggi ricalcare le odierne ed ossessive richieste di limitazione del diritto di voto ai soli “competenti”. Muovendo da posizioni del tutto opposte, il fondatore dell’Action Française incide un taglio profondo nelle carni ancora puerili della democrazia occidentale, rivelandone tutte le preoccupanti debolezze. A contribuire in tal senso è l’intimo legame tra democrazie e denaro:

«Niente denaro, niente giornali. Niente denaro, niente elettori. Niente denaro, niente opinione espressa […]. Ciascun partito cerca di svergognare l’altro. Ma sono tutti svergognati nella misura in cui sono democratici e riconoscono al potere il diritto di nascere come nasce.»

Necessariamente un potere ereditario e monarchico è, al contrario, legittimato per una via che non richiede punto la volontà popolare filtrata dal denaro e dal potere mediatico; e dunque, pur potendo cadere nella corruzione, non sarà condizionabile se non in minima parte da queste dinamiche. Presupposto alla meritocrazia, balzata agli onori della cronaca politica italiana è l’idea di una istruzione associata al merito. Principio controverso, non egualitario, che pure è stato oggetto di attacchi, laddove viene da taluni “progressisti” invocato il “merito” per l’espressione del diritto di voto e per l’esercizio stesso della politica. È questo un passaggio fondamentale dell’ideale politico di Maurras, basato sulla monarchia come vertice del suo «nazionalismo integrale». Il nazionalismo di Maurras ha almeno idealmente poco da condividere con il nascente nazionalismo del suo tempo. Esso propugna un attaccamento alle tradizioni ereditarie delle aristocrazie, delle famiglie, delle arti e dei mestieri del territorio, ma non si limita al confine nazionale. L’appello ad una umanità «civilizzata, cristianizzata e cattolica», sembra richiamare alla res publica christiana e all’universalismo medievale. Maurras somiglia a Naphta, personaggio tradizionalista e controparte di Settembrini ne La montagna incantata di Thomas Mann. Le nazionalità, che pure rappresentano una fase di decadenza rispetto a tale grande ideale sovranazionale, costituiscono nondimeno un ulteriore baluardo, seppure più debole del precedente. La tradizione è in Maurras garanzia di pace, laddove la rivoluzione francese e il bonapartismo, consegnano alla storia l’orrore di un modo di far guerra “totale” e votato alla distruzione ideologica dell’avversario. D’altra parte, i totalitarismi si possono ascrivere più coerentemente alla lista dei prodotti – indesiderati – della democrazia e della società di massa, che non, acriticamente, alla tradizione e al conservatorismo, pur richiamandosi a taluni aspetti. Figli di una certa parte di socialismo e deviazione che oggi chiameremmo “populista” della democrazia occidentale, i regimi totalitari si colorano delle tinte inquietanti che Maurras preannuncia. L’intreccio tra alta finanza, demagogia e potere tecnocratico, già in nuce nel bonapartismo di Napoleone III, si prolunga nei regimi novecenteschi e ne delinea la traiettoria e l’azione politica. 

Velato di ottimismo e di speranza, lungi dal riflettersi in maniera esclusivamente deterministica sulle tragedie novecentesche, il pensiero di Maurras prefigura il compromesso ideale tra pura tradizione e puro progressismo. Definito «prefascista», senza la dovuta contestualizzazione, Maurras si configura come un modello di politica conservatrice al tempo stesso rigorosa e coerente, sia esso condivisibile o meno. D’altra parte, l’AF nasce inevitabilmente dal timore e dal terrore che il progresso, il mondo, nel suo caotico incedere possano inghiottire la civiltà umana, ridotta a puro esercizio di tecnica e governata da una semplice èlite tecnocratica. La moderata risposta di Maurras, in una battaglia forse inutile e anacronistica, il richiamo ad illusioni e concetti che il ciclo dei tempi sembra ormai aver fagocitato da parte dei conservatori moderni, si potrebbero giustificare solo nel disincantato cinismo di H.P. Lovecraft in salsa leopardiana:

«Le illusioni sono tutto ciò che abbiamo, e dunque fingiamo pure di aggrapparci a loro; esse presentano valori drammatici e confortanti di sensazioni di finalità a cose che in realtà sono senza valore e senza scopo: tutto ciò che si può fare logicamente è lasciar scorrere placidamente e cinicamente la nostra vita, secondo schemi tradizionali artificiali che l’ereditarietà e l’ambiente ci hanno trasmesso. Rimanendo fedeli a queste cose, si avranno maggiori soddisfazioni dalla vita».

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