America, Inc.

Washington e Big Tech sono sempre più vicine: il confine tra Stato e azienda si fa labile. A rischio c’è la libertà di tutti
Washington e Big Tech sono sempre più vicine: il confine tra Stato e azienda si fa labile. A rischio c’è la libertà di tutti

“Temi che qualcuno che conosci stia diventando un estremista?” 

È questo l’avviso che, da un paio di mesi a questa parte, compare sotto alcuni post su Facebook. Poche parole, che però dicono tanto sull’aria che tira oltreoceano. Palo Alto è sempre più proattiva nel monitorare i contenuti condivisi sulla Grande F. Tutto viene passato al vaglio dell’onnisciente algoritmo per determinare cosa possa restare e cosa invece vada rimosso; si separa il grano dalla crusca. Sempre più spesso, però, a delineare i criteri con cui distinguere l’uno dall’altra è Washington: dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio – in larga parte organizzato proprio via Facebook – l’amministrazione Biden ha lanciato, coi media mainstream al seguito, una vera e propria crociata contro la “radicalizzazione” e la “disinformazione”. Quest’ultima pare sia addirittura un’emergenza sanitaria, alla pari del Covid: sui social media, FB in testa, i misinformation superspreaders – tanto andrebbe detto su come il linguaggio della pandemia sia stato convertito ad un comodo uso politico – starebbero con le loro bufale ostacolando la campagna vaccinale statunitense, mettendo a rischio le vite di migliaia di innocenti. A D.C. sanno quanti sono i manigoldi (non più di una dozzina in tutto, dicono), presumibilmente anche chi sono. Li tengono d’occhio da un po’, ma non possono intervenire. E così Jen Psaki, il portavoce della Casa Bianca, svela il piano salva – Patria: “stiamo segnalando i post problematici a Facebook”, dichiara di fronte alla stampa. Di nuovo una manciata di parole, ma pure queste pregne di significato. Che il governo USA sorvegli le attività online dei propri ignari cittadini è un fatto acclarato; ma che si rivolga ad una compagnia privata perché faccia il lavoro sporco è cosa tutto sommato inedita. Aldilà di ogni retorica, a Facebook si sta affidando una funzione – quella della censura – inerentemente politica e, in quanto tale, tradizionale appannaggio dello Stato. Le affermazioni di Psaki sembrerebbero allora confermare la vulgata che vuole le istituzioni pubbliche ormai ben avviate sul viale del tramonto, incalzate dall’avanzata inarrestabile delle grandi multinazionali del digitale che, forti della loro dimensione globale e non zavorrate dalle lungaggini decisionali e burocratiche connaturate ad una democrazia di massa, sarebbero in definitiva più efficienti nell’elaborazione e nell’implementazione delle policies.

È d’altronde fuor di dubbio che Facebook risponde in maniera perfetta, oseremmo dire archetipica, al profilo della moderna azienda mondiale di cui sopra. Esauritasi la competizione serrata che lo aveva caratterizzato nei primi Anni 2000, il settore delle comunicazioni online è oggi un circolo ristretto in cui pochi nomi noti interagiscono in condizioni pressoché egemoniche. Lo sa bene Mark Zuckerberg, che dopo il boom di iscritti alla sua piattaforma del 2008 ha rapidamente acquisito Instagram (2012) e WhatsApp (2014), ampliandone così il bacino di utenza fino a comprendere un totale complessivo di oltre sei miliardi di persone. Detto altrimenti, tre quarti della popolazione mondiale fanno uso di servizi riconducibili a Facebook: numeri impressionanti, che ne hanno fatto un intermediario comunicativo indispensabile. Oltre metà degli iscritti (ovvero poco meno degli abitanti dell’India) segue l’attualità sul sito web di Zuckerberg; per mettere il dato in prospettiva, tra il cinquanta e il sessanta percento degli accessi a L’Intellettuale Dissidente avviene tramite Facebook. Un mercato pubblicitario enorme, valutato ad oltre cinquanta miliardi di dollari solo negli Stati Uniti e che rappresenta la principale fonte d’introiti per pressoché tutti i principali media outlets in Italia e all’estero. Stesso discorso per la politica: nel periodo compreso tra l’11 maggio e l’8 agosto, il Partito Democratico USA ha speso più di quattrocentomila dollari in inserzioni sulla sua Pagina ufficialemeno di un terzo, comunque, di quanto sborsato dagli avversari repubblicani. Per i curiosi, i nostri conti sono assai più modesti, con Matteo Salvini prevedibilmente in testa e Giorgia Meloni subito dietro. Non pervenuto il PD. Ogni informazione di rilievo passa attraverso Facebook: un potere sottile ma cionondimeno enorme, come enorme è la gola che fa a Washington. Niente più missili, portaerei o bombardieri; mettere le mani su Palo Alto significherebbe per la Casa Bianca poter esercitare un dominio surrettizio sulla realtà stessa. Se non puoi batterli, fatti parente; l’occasione è troppo ghiotta per non provare, ed ecco allora che quella frase di Jen Psaki da atto di resa diviene un tentativo di cooptazione. L’amministrazione Biden cerca lo scontro, il Presidente in persona dice che Zuckerberg e i suoi “stanno ammazzando la gente”; la facile soluzione proposta da Joe è fare come dice lui, ossia diventare uno strumento ideologico al servizio del buon vecchio partito dell’asino.

Sarebbe in fondo null’altro che il riconoscimento di un fatto, la rivelazione di un segreto di Pulcinella. La Silicon Valley tiene per i democratici: per sostenerlo ci sono milioni di ragioni, tante quante i dollari donati dagli impiegati dei grandi gruppi tech a favore di Clinton, Biden, e dei loro protégés a livello federale e locale. Ben il 77% degli affiliati a Facebook ha devoluto del denaro alla campagna presidenziale dell’attuale inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue, seppur per una cifra inferiore a quella messa insieme per la tornata elettorale del 2016. Ben più di Twitter, comunque, ma decisamente meno di Alphabet; d’altronde, i dirigenti della compagnia che controlla le operazioni di Google avevano promesso al proprio personale, sconvolto dopo quel sette di novembre che consegnò la presidenza a Donald Trump, che non avrebbero permesso al tycoon di occupare nuovamente lo Studio Ovale. Difficile credere, comunque, che a Palo Alto vi fossero sentimenti diversi. Non si spiega altrimenti come mai lo scoop del New York Post su Hunter Biden, controversissimo figlio del Presidente, sia stato fatto letteralmente sparire dagli schermi degli iscritti al social network. La storia, in breve, è questa: ad aprile del 2019, in un negozio di elettronica del Delaware – lo Stato dei Biden – arriva un laptop. Le istruzioni sono, semplicemente, di ripararlo e restituirlo; ma quando i tecnici eseguono il backup del disco rigido, scoprono che il computer è di Hunter. Dentro c’è di tutto: foto compromettenti, corrispondenza privata, e soprattuto le trascrizioni di una serie di email private che dimostrerebbero come Biden Jr. avrebbe fatto da tramite tra l’allora Vicepresidente e i vertici di Burisma, l’azienda del gas ucraina. Joe avrebbe fatto pressioni sul governo locale perché le indagini avviate sulla compagnia venissero interrotte, e in cambio avrebbe ottenuto un posto nel CdA di Burisma per il suo rampollo. Colta al volo la dimensione della faccenda, il proprietario del negozio consegna il PC all’FBI. Si premura però di fare una copia dei file; ad ottobre dell’anno successivo, frustrato dall’apparente indifferenza delle autorità, prende contatti con il Post e fa divulgare tutto. Siamo al culmine della campagna elettorale e la notizia è prevedibilmente una bomba. Se fosse vera potrebbe costare a Biden la corsa per la Casa Bianca, e così i soliti noti si mettono all’opera; Il New York Times pubblica un pezzo in cui, nella sostanza, l’intera vicenda viene bollata come una grossa bufala. Fake news: a Facebook basta questa etichetta per limitare la diffusione del reportage. La sciarada dura fino alla chiusura dei seggi; poi, una volta certi che la vittoria sia andata a Biden, la narrazione cambia e cominciano le prime ammissioni che sì, c’è parecchio di vero in quanto scritto dal Post. Un’altra freccia all’arco di Trump, che dal canto suo si dice imbattuto e contesta i risultati del voto; Twitter risponde sospendendo in via permanente il suo account da settanta milioni di followers, Facebook fa lo stesso qualche mese dopo

Oltre al danno la beffa: hanno vinto loro, possono infierire. A consentirglielo è la legge del mercato e, prima ancora, quella degli Stati Uniti. La famigerata sezione 230 del Communications Decency Act, datato 1996, designa infatti gli Internet Service Providers come attori terzi cui non si può attribuire la responsabilità di quanto detto, scritto o diffuso dai propri utenti. Allo stesso tempo, però, la normativa dà agli ISPs la facoltà di rimuovere, a proprio insindacabile giudizio, qualsiasi contenuto essi ritengano offensivo o dannoso: è sufficiente che l’atto venga compiuto “in buona fede”. La mania censoria di Zuckerberg e soci poggia tutta su questa semplice clausola: è la loro forza, ma anche la loro più grande debolezza. Senza la Sezione 230, Facebook verrebbe equiparato ad un qualsiasi giornale, e sarebbe pertanto tenuto a rispondere di quanto pubblicato come di quanto non pubblicato: è una possibilità che spaventa la Grande F molto più di qualsiasi iniziativa antitrust. Questa spada di Damocle la impugna Biden, e così Palo Alto si dissocia dalle veementi avances di Washington, ma non le respinge; ha ancora bisogno di D.C., e D.C. ha bisogno di Palo Alto. Potere in cambio di protezione, questo il tacito accordo. Ambo le parti hanno da guadagnarci il superamento dei rispettivi limiti: la Costituzione USA per l’una, i confini di ogni Paese del mondo per l’altra. Una tremenda corrispondenza d’amorosi sensi, una relazione adulterina da cui rischia di nascere un’ibrido terrificante tra lo Stato-azienda novecentesco e l’azienda-Stato contemporanea: America, Inc., metà corporazione, metà potere totale senza forma né barriere. Il sogno proibito di ogni despota.

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