OGGETTO: Lo strano caso delle agenzie d'informazione
DATA: 19 Agosto 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Racconti
AREA: Italia
Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Novanta, Roma pullulava di bollettini dattiloscritti dalle tirature irrisorie, ma con lettori selezionatissimi. Erano destinati a funzionari, politici e uomini dei servizi. Li finanziavano correnti democristiane, socialiste, lobby economiche e apparati di intelligence. Erano strumenti di ricatto e canali per far circolare veline. Un sistema di potere parallelo, quasi invisibile, che ha accompagnato tutta la Prima Repubblica.
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Il potere politico e la stampa hanno sempre avuto un rapporto decisamente conflittuale, soprattutto in Italia. Il tentativo di controllare l’opinione pubblica è diventato una costante dei governi di tutto il mondo, soprattutto da quando l’informazione si è diffusa capillarmente. Le storture, così, sono nate un po’ dovunque ma in Italia, soprattutto nel periodo della cosiddetta Prima Repubblica, si è vista la rapida ascesa e l’altrettanto veloce declino di un particolarissimo fenomeno, poco conosciuto e ancor meno studiato: quello delle agenzie d’informazione. Queste ultime erano bollettini, prima dattiloscritti, poi stampati, di lunghezza variabile che avevano una serie di caratteristiche peculiari. In primis, come già accennato, ebbero un’epoca d’oro chiaramente delimitata nel tempo. Si può dire che le agenzie d’informazione abbiano avuto la massima diffusione tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Novanta per poi perdere terreno molto rapidamente. Un altro elemento da evidenziare è la loro bassissima tiratura. I numeri di queste pubblicazioni erano irrisori perché pensate per un pubblico ultra-selezionato: funzionari di Stato, uomini degli apparati, imprenditori e politici. Proprio la platea ridotta le connota geograficamente. Le agenzie d’informazione furono un fenomeno soprattutto romano con una piccola appendice milanese. Le città citate, Roma e Milano, sono da sempre il centro politico ed economico del Paese. Una quarta e ultima caratteristica è la specializzazione. Le agenzie d’informazione sceglievano un campo privilegiato e lo sviluppavano. Troviamo così bollettini dedicati al mondo militare, all’intelligence, al Parlamento, quand’esso era ancora il fulcro della vita politica, agli esteri o all’economia.

I giornalisti che compilavano queste pubblicazioni avevano canali privilegiati da cui traevano notizie, spesso filtrate appositamente per influenzare una nomina o una decisione. Le agenzie d’informazione, infatti, si dimostrarono da subito vulnerabili alle strumentalizzazioni. Basta ricordare quella che può essere considerata una delle capostipiti di questo metodo d’informazione: l’«Eco di Roma». Nata alla metà degli anni Cinquanta, era caratterizzata dalla presenza di articoli molto duri contro determinati ambienti politici. L’«Eco di Roma» spiccava anche per la presenza di notizie riservate, chiaramente provenienti dai servizi segreti. Dietro l’«Eco di Roma», infatti, c’era il ministro dell’Interno Fernando Tambroni che, sostenuto da monsignor Fiorenzo Angelini, «Sua Sanità», aveva finanziato la pubblicazione del bollettino con lo scopo di aprirsi la strada verso la presidenza del Consiglio. Tambroni, al momento opportuno, mandava ai suoi giornalisti una nota o un’informativa sul proprio avversario di turno, democristiano, socialista o comunista poco importa. I documenti provenivano dall’Ufficio Affari riservati, dominato da uomini fedeli a Tambroni. L’esperienza ebbe un certo successo ma la debacle del suo governo, nato nel 1960 con l’apporto del MSI e abbattuto dai moti di piazza, portò alla fine dell’«Eco di Roma».

Ma non mancarono gli eredi, molti dei quali avevano rapporti con i servizi segreti o con i potentati politici. Da una parte, infatti, ci sono poche città al mondo così cruciali dal punto di vista dell’intelligence come Roma. Capitale di un paese di frontiera durante la Guerra Fredda ma anche sede del Vaticano, nell’urbe si trovavano e trovano spie di ogni tipo, molte delle quali interessate al mondo dell’informazione. Le agenzie divennero così un utile attrezzo del mestiere. Ma, dall’altro lato, i bollettini divennero anche uno strumento in mano alle cordate politico-economiche che avevano l’obiettivo di denigrare gli avversari e sostenere i propri interessi. Gli esempi di questi due diversi tipi di agenzia sono «Oltremare» e «Repubblica». Il primo è un bollettino interamente centrato sulla politica estera, forse il primo in Italia ad aver dato così ampio spazio alla geopolitica dai tempi della fascista «Geopolitica» di Giuseppe Bottai. È anche una pubblicazione ufficialmente finanziata dai servizi segreti. Nel corso di un contorto processo di diffamazione nei confronti del giornalista Raffaele «Lino» Jannuzzi, tra gli anni Settanta e Ottanta, infatti, fu stabilito che «Oltremare» era stata lautamente sovvenzionata dall’Ufficio R e D del SID. Jannuzzi aveva pubblicato un’inchiesta sui giornalisti-spia ed era stato denunciato da alcuni di coloro che avevano visto il proprio nome comparire sul «Tempo». Jannuzzi fu condannato a risarcimento ma il tribunale di Monza, titolare dell’inchiesta, decretò la fattuale veridicità della maggior parte del lavoro. Tra i giornalisti citati da Jannuzzi c’erano Giano Accame e Giorgio Torchia, colonne portanti di «Oltremare». Loro e gli altri collaboratori erano pagati per andare nei paesi asiatici e africani divenuti indipendenti da poco con l’obiettivo di raccogliere informazioni sul luogo da passare poi ai servizi segreti italiani. «Oltremare», inoltre, aveva anche in programma l’inizio di una collaborazione con l’«Aginter Press», un’agenzia d’informazione portoghese diretta emanazione del regime di Salazar e fortemente legata all’internazionale nera. Le pubblicazioni di questo peculiare bollettino, oggi praticamente introvabile negli archivi del paese, mostravano una particolare attenzione per il processo di decolonizzazione, la guerriglia e la guerra psicologica. I toni erano fortemente anticomunisti e si guardava con grande interesse ai regimi di destra al potere in paesi come le Filippine o la Rhodesia.

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Un caso completamente diverso è quello dell’agenzia «Repubblica», nata nel 1980 e attualmente ancora attiva. Il fondatore era Lando Dell’Amico, un personaggio che definire criptico sarebbe riduttivo. Prima fascista repubblichino, finita la guerra diventa comunista e, a detta sua, è utilizzato dal segretario del PCI Palmiro Togliatti per recuperare alla causa comunista i giovani sostenitori del regime mussoliniano. Dell’Amico pubblica perfino un libro: «Il mestiere del comunista». Successivamente, cambia ancora idea e si avvicina ai socialdemocratici di Luigi Preti. A fine anni Cinquanta è protagonista di un episodio assurdo: accompagnato da un agente del SIFAR, Dell’Amico porta una valigia piena di soldi, generosamente donati dal petroliere Attilio Monti, ad alcuni esponenti del Partito Repubblicano Italiano che così si convincono, durante un congresso travagliato, ad appoggiare Ugo La Malfa e la sua svolta verso il centrosinistra. Egli, inoltre, aveva creato una parte dei famosi fascicoli del SIFAR. In quegli anni, precisamente nel 1959, nasce la sua prima creatura giornalistica: l’agenzia «Montecitorio». Dell’Amico, in seguito, finirà in guai giudiziari ma li passerà indenne e, anzi, avrà la forza economica per ributtarsi nel mondo dell’informazione con «Repubblica». L’agenzia era specializzata in cronaca politica ma non mancavano le notizie sul mondo dell’intelligence. Negli anni è diventata di gran lunga uno dei bollettini più chiacchierati della capitale ma è anche l’unico che è riuscito a sopravvivere agli stravolgimenti degli ultimi decenni. L’agenzia, infatti, è ancora salda nella sua sede al centro di Roma ed è guidata dal figlio di Lando Dell’Amico, Ugo. Oggi tratta perlopiù temi di natura economico-finanziaria.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta il fenomeno prende forza e, in un certo senso, si istituzionalizza. Agenzie come l’AIPE o l’Osservatore Politico di Mino Pecorelli, su quest’ultima si tornerà in seguito, diventano una delle camere di compensazione utilizzate dai potentati economici e dai propri referenti politici per attaccarsi e difendersi. La Guerra Fredda si è allentata e la distensione si fa prepotentemente vedere nel Belpaese dove il centrosinistra sta morendo. Con la fase del compromesso storico, il consociativismo è già una realtà e la stampa ricopre un ruolo fondamentale in questa fase così delicata. L’opinione pubblica si influenza anche usando le veline e finanziando le agenzie. L’Osservatore Politico di Pecorelli ne è il massimo esempio. Il bollettino usa un linguaggio iniziatico, è letto e temuto ma è un terreno di scontro. Pecorelli usa diversi «forni» informativi e diventa ben presto l’agenzia più importante della Capitale e, quindi, d’Italia. Quando nel tragico marzo del 1978, OP diventa un settimanale, le agenzie perdono il loro fiore all’occhiello. Proprio il periodo del rapimento di Aldo Moro, tuttavia, segna l’apice del lavoro di questi bollettini. Così abituati a tenere sotto controllo il sottobosco governativo italiano, le agenzie spesso arrivano prima dei grandi quotidiani. Pecorelli, forse, sacrifica la sua stessa vita analizzando il caso Moro.

Con gli anni Ottanta, tuttavia, si apre una terza fase dopo la nascita e lo sviluppo: il consolidamento. Il potere in Italia si è cristallizzato. Muore la solidarietà nazionale e l’apertura al PCI, rinasce il centrosinistra con un pentapartito solido al potere. Le agenzie, ora, si muovono in un quadro rigidissimo che accentua la loro natura da camera di compensazione. Ogni gruppo di potere finanzia la sua pubblicazione di riferimento. La radiografia di questo sfaccettato mondo si trova in un rarissimo articolo sul tema, pubblicato dall’«Unità» nel 1990. Il quotidiano comunista pubblica un articolo dal titolo «Pirati del dattiloscritto. I figli di OP». L’occhiello è degno di nota: «Le agenzie “riservate”. Sono 30 i “bollettini” nella capitale. Pochi redattori, abbonamenti garantiti. Semisconosciute, vengono diffuse solo a Piazzale Clodio e nei palazzi del “potere”. Vivono di ricatti, scandali, minacciano rivelazioni e hanno forti appoggi politici». C’è poi un veloce riassunto:

Minacciano scandali, talvolta li fanno esplodere; lanciano messaggi trasversali e avvertimenti politici mascherati da «controinformazione». Per conto di un partito, di una «corrente», di una «lobby» economica, se non addirittura per i servizi segreti. Sono le «agenzie giornalistiche riservate»; la gente comune ne ignora l’esistenza perché circolano solo net corridoi dei «palazzi del potere». Quali sono? Da chi prendono i soldi e per chi scrivono. Che cosa hanno in comune con la Op di Mino Pecorelli, nata all’ombra della P2 di Licio Gelli e assassinato nella primavera del 1979?

La descrizione è abbastanza puntuale anche se definirle «Figlie di OP» è un’esagerazione non indifferente. L’articolo di Antonio Cipriani, tuttavia, è soprattutto un’utile radiografia delle agenzie romane. C’è «OP Internazionale», gestita da Sergio Tè, ex collaboratore di Pecorelli e «Axel» di Francesco Santoro, vicina al deputato missino Tomaso Staiti di Cuddia e al mondo dei servizi segreti. Riconducibili all’area democristiana erano la già citata «Repubblica» di Lando Dell’Amico e del figlio Ugo, particolarmente vicina al deputato andreottiano Vittorio Sbardella, lo «Squalo» e «Agen Parl» di Franco Lisi, esponente della corrente di Vincenzo Scotti mentre di carattere spiccatamente regionale erano «Tuttolazio» di Giacomo Alexis, «Tuttoroma» e «Roma Informazione» di Carmelo Tocco. Tra le altre agenzie l’Unità identificava la «Telegraph» di Massimo Uffreduzzi che sosteneva il politico Antonio Gava, «Stampa giudiziaria» diretta da Mario Biasciucci e diffusa solo a Piazza Clodio e «Tsi» di Ivano Selli. Vicine al PSI erano la «Ital» di Vincenzo Statera ed «Eurasia». L’articolo segnalava, infine, «Tevere» di Luciano Raffaele, «Uno Notizie» di Vincenzo Dona e «Punto Critico» di Agostino Onagro. Sembra un mondo ancora solido ma l’«Unità», inconsapevolmente, ne anticipava la fine.

Tangentopoli e l’avvento di Silvio Berlusconi, oltre alla rapida ascesa di nuovi media, in primis la televisione, hanno portato alla crisi totale delle agenzie d’informazione. Questi bollettini hanno sofferto anche la perdita di credibilità dovuta agli scandali di quegli anni e all’impossibilità di proseguire il rapporto con apparati e servizi segreti disarticolati dalla fine della Guerra Fredda. Oggi, la stampa è ai minimi storici, i giornali non vendono e le pubblicazioni come le agenzie d’informazione sono, nei fatti, sparite. Ma analizzare la loro vicenda nascosta serve a comprendere meglio il sistema di potere che ha fatto nascere e sviluppare la Repubblica.

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