Intervista

Fausto Bertinotti: «Né socialismo né cristianesimo, nessun universalismo. Oggi c'è solo l'Io, elevato a principio assoluto.»

«Ai progressisti di oggi consiglierei una cosa sola: leggere Walter Benjamin, che ha saputo smascherare l'inganno del progresso, ricordandoci che dietro ogni arco di trionfo sfavillante e monumentale ci sono corpi piegati e vite spezzate che sono state sacrificate per la sua costruzione.»
Fausto Bertinotti: «Né socialismo né cristianesimo, nessun universalismo. Oggi c'è solo l'Io, elevato a principio assoluto.»
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Fausto Bertinotti è stato uno degli ultimi dirigenti politici italiani a rappresentare l’anima parlamentare della sinistra movimentista di matrice marxista. Segretario di Rifondazione comunista e presidente della Camera, ha attraversato la crisi finale del Novecento senza mai rinunciare a una lettura conflittuale della società. Nel libro “La sinistra che non c’è” (scritto con Roberto Genovesi per Rai Libri) analizza, con tono disincantato, le ragioni storiche della scomparsa della gauche politica, leggendo la globalizzazione e il tramonto del movimento operaio come un passaggio d’epoca non elaborato. Lo abbiamo intervistato per affrontare i nodi della crisi della sinistra.

-Presidente Bertinotti, lei sostiene che la sinistra (quella sociale ed erede del movimento operaio) non esiste più. Perché è scomparsa e quali sono, a suo avviso, le ragioni di questa fine?

Le ragioni sono molte e riconducibili a un vero passaggio d’epoca al quale la sinistra non ha saputo reagire riproponendo le grandi ragioni (seppur sconfitte dalla storia) della sua origine. Il primo elemento è la fine del Novecento, spesso definito retoricamente il “secolo grande e terribile”. Un secolo che ha contenuto tutto: le guerre mondiali, la nascita dei fascismi, ma anche l’emersione della rivoluzione come soggetto politico globale dopo la vittoria contro il nazifascismo. Quel ciclo si chiude con il fallimento dei socialismi reali a Est e con la sconfitta del movimento operaio a Ovest. Quest’ultima favorita certamente da quella che Luciano Gallino ha definito il rovesciamento del conflitto di classe: cioè mentre una volta erano i lavoratori, il popolo che lottava per avere un miglioramento della loro condizione di vita contro i “padroni”, da quella fase in pou sono stati i “padroni” che hanno lottato contro i lavoratori per avere maggiori vantaggi. È una cesura storica profonda, che segna la fine di un intero orizzonte politico e simbolico.

-Il secondo elemento?

Sicuramente la rivoluzione tecnico-scientifica, che ha sconvolto i processi produttivi, lavorativi e comunicativi. Questa trasformazione si è presentata come “modernità”, laddove era semplicemente l’emergere di una nuova forma di sfruttamento e di alienazione capitalistica, poi definita globalizzazione. I suoi apologeti hanno così rimosso il termine “capitalismo”, occultando il vero significato di questo processo. Di fronte a questa doppia tenaglia – la sconfitta storica e la mutazione del capitalismo – la sinistra ufficiale ha reagito in modo adattativo, attraverso una vera e propria mutazione genetica: ha abbandonato il terreno del conflitto di classe per assumere il paradigma del mercato, traducendo politicamente la sua bussola in governabilità e decisionismo. Nei nuovi parametri che il mercato ha adottato mentre venivano messi in discussione i capisaldi della democrazia così come si era configurata durante la stagione della grande politica dopo la sconfitta del fascismo. Ovvero quella stagione in cui il confronto era fondato sulle culture costituzionali e su una stagione di movimenti che, a partire dal conflitto di classe, avevano incrociato ecologismo, femminismo e pacifismo. La sconfitta della sinistra sta prima nella sconfitta storica e poi nell’aver accettato quell’esito come naturale.

-In questo quadro lei legge anche la parabola che va dal PCI al PDS, ai DS e infine al PD come una spirale degenerativa. Perché sostiene che non ci sia stata né continuità né una “Bad Godesberg”, ma solo adattamento?

La storia del PD è la storia del governismo. La fine del Partito comunista non è stata soltanto la fine di un’organizzazione, ma la fine di un rapporto storico tra partito e popolo e soprattutto tra partito e classe. La svolta della Bolognina segna esattamente questo: la rottura di quel legame che faceva del partito una struttura di popolo, nel senso gramsciano, fondata sulla connessione sentimentale tra intellettuali e masse. Parallelamente si consuma un’altra rottura decisiva: l’uscita dalla storia del sindacato (e dei consigli), la più grande costruzione politica e sociale nata dal movimento operaio e studentesco degli anni Settanta. Queste due fratture hanno desertificato il terreno sociale. Da quel momento il soggetto politico si ridefinisce non più sul terreno della società, ma su quello del governo. Il governismo diventa il suo codice genetico. Il problema di questa “sinistra” (o meglio centrosinistra) non è più la guerra, l’ingiustizia prodotta dal capitalismo, né le disuguaglianze strutturali che lo sorreggono, ma come sconfiggere il centrodestra e ottenere la conquista e la gestione del governo. In poche parola il passaggio dal primato del conflitto distributivo alla deriva della lotta per il potere. Se questa non è una cultura governista, non so come altro definirla.

-Questa logica prosegue anche con l’attuale gruppo dirigente secondo lei?

Non è una questione di persone, ma di struttura e di cultura. Personalizzare il problema significa non coglierne la profondità storica perché il governismo è insito in questa metodologia politica. 

-Ciò è dovuto anche ad un sistema elettorale bipolare?

In parte si. Ma ci sono anche profonde ragioni storico-strutturali. Ad ogni modo io credo che faciliterebbe molto un ritorno della politica non in senso nazional-militare, ma ideologico e ideale, un ritorno al proporzionale, un fattore che riporterebbe il dibattito almeno in parte sulla centralità delle idee. 

Roma, Novembre 2025. XXIX Martedì di Dissipatio

-Nel suo libro lei afferma che la guerra e l’instabilità internazionale non sono il prodotto della fine della globalizzazione, ma la sua conseguenza naturale. Può chiarire questo punto?

La globalizzazione è stata descritta come una cornucopia che avrebbe favorito la distribuzione universale della ricchezza, fino alle teorie più nefaste dello “sgocciolamento”. Questa ideologia serviva a nascondere la natura profonda del processo, presentandone solo la superficie tecnoscientifica e quindi apparentemente neutreale. Ma quella stessa costituzione tecnico-scientifica impediva un’analisi critica del suo funzionamento: scienza e tecnica venivano considerate neutrali e benefiche, mentre erano il veicolo principale, strumentalmente orientato, di nuove forme di dominio. Inoltre la globalizzazione conteneva fin dall’inizio una vocazione intimamente e intrinsecamente autoritaria, mascherata dai governi di centrosinistra europei. Basta osservare l’Europa reale: prima fondata sul carbone, poi sul mercato, oggi sul riarmo. È una evoluzione drammatica e peggiorativa della condizione in cui l’innovazione è al servizio dell’accumulazione di potere e della concentrazione di ricchezze. L’attuale disordine internazionale che vede, infatti, il ritorno di imperi e imperatori (come sono Trump e altri autocrati) ne è un esempio. Anzi ne è la più naturale evoluzione. 

-Cosa intende con nuovi imperi?

Sono le forme politiche dei capitalismi contemporanei dell’epoca globalizzata. E, come sempre negli imperi, emergono gli imperatori. Non si tratta di una conquista universale del mondo, ma del dominio su aree determinate. Il tratto decisivo è che il potere non risponde più a regole condivise. Vale per Putin come vale per Trump. Sono figure che ascendono dal governo alla sovranità assoluta. Nel frattempo la politica, ormai debole e autoreferenziale, finge che nulla stia accadendo. continua a recitare rituali svuotati, come se l’edificio democratico non stesse già crollando.

-Lei ha parlato anche di “tecno-feudalesimo”, una formula utilizzata tanto da Bannon quanto da Varoufakis. È un’analogia che la convince?

 È un’immagine suggestiva perché coglie un elemento reale: il potere economico tecnico-imprenditoriale ha raggiunto dimensioni tali da avvicinarsi alla struttura feudale. Nel Medioevo c’erano i signori e i sudditi; oggi abbiamo pochi potentati tecnologici con ricchezze superiori a quelle di molti Stati. Si tratta di inediti tecnofeudalesimi favoriti da poteri imperiali e retti da una nuova “religione” laica, fondata sulla tecnologia e sull’individualismo assoluto: niente Stato, niente democrazia, nessun legame sociale. Non è né socialismo né cristianesimo, che parlano entrambi di universalità dell’altro. Qui c’è solo l’Io, elevato a principio assoluto.

-Che ruolo gioca l’Europa in questo scenario?

Il ruolo europeo è opaco e amorfo. L’Europa tenta di darsi una posa, come spesso fanno gli esclusi quando prendono coscienza della propria marginalità. Si cerca di esibire una presenza, ma il protagonismo che emerge è già interno a una nuova fase storica. L’Europa non è una potenza imperiale e, non essendo stata capace di elaborare un paradigma alternativo al mercatismo, finisce inevitabilmente ai margini della storia.

-Torniamo in Italia. In questa fase circolano paragoni storici arditi, ad esempio tra Togliatti e l’attuale presidente del Consiglio. Lei come li giudica?

Mi fanno sorridere. Se qualcuno mi dicesse che oggi il Presidente del Consiglio è Togliatti, riderei. Non per disprezzo, ma perché simili paragoni rivelano una totale ignoranza storica. Basterebbe leggere Togliatti, almeno una volta e per sbaglio.

-Il tema dei diritti sociali oggi sembra rivendicato anche da forze che non appartengono alla tradizione della sinistra, pensiamo alla destra sovranista o ai populisti di sinistra come sono i 5 stelle. Come interpreta questo fenomeno?

Il linguaggio è ingannevole. I diritti sociali nascono da un’idea di eguaglianza e dal conflitto sociale, non da concessioni paternalistiche. Quando la destra parla di “sociale”, spesso intende l’esclusione violenta degli altri: immigrati, minoranze, diversità. Non vedo in questo alcuna tutela degli ultimi. Al contrario, assistiamo alla nascita di nuovi imperi e, come sempre negli imperi, di nuovi imperatori.

-Momdani viene indicato come possibile riferimento per una nuova sinistra. Lei cosa ne pensa?

Non esistono modelli salvifici. Già da ragazzo ho imparato che non si poteva fare come un Unione Sovietica… Esistono esperienze. Come lo sono state le lotte femministe, ambientaliste, le mobilitazioni contro la guerra, o lo sciopero generale dei sindacati dell’auto a Detroit. C’è ancora il terreno antico del conflitto di classe, su cui nascono forme nuove, nuovi fili d’erba. Penso alla generazione di Gaza. Tra queste c’è anche quell’esperienza, non come modello, ma come uno delle speranze di una possibile ricomposizione. Vedremo…

-Che consiglio darebbe alle sinistre di oggi?

Ai progressisti di oggi consiglierei una cosa sola: leggere Walter Benjamin, che ha saputo smascherare l’inganno del progresso, ricordandoci che dietro ogni arco di trionfo sfavillante e monumentale ci sono corpi piegati e vite spezzate che sono state sacrificate per la sua costruzione.

I più letti

Per approfondire

Separare le carriere è cosa giusta

Dall’ideale platonico alla ragion di Stato machiavelliana, la questione resta la stessa: come costruire un sistema giusto in una realtà imperfetta. Il referendum diventa così un passaggio per riflettere su terzietà, fiducia pubblica e assetto dei poteri.

Un sistema poco intelligence

Il Ministro della Difesa Guido Crosetto si è trovato coinvolto in una delicata questione legata alle funzioni del Sistema d'informazione per la sicurezza della Repubblica, in particolare l’AISE. Accuse di accessi illegittimi ai dati da parte di un tenente della Guardia di Finanza hanno sollevato dubbi sulle sovrapposizioni tra servizi e polizia giudiziaria, rivelando un clima di sfiducia e confusione che potrebbe compromettere la sicurezza nazionale e la gestione delle informazioni sensibili.

Piccola missione marziana

Mentre Stati Uniti e Cina si contendono il primato sulla colonizzazione di Marte a colpi di miliardi, l'Italia prova una strada diversa: il progetto "Small Mission to Mars" non punta sulla scala, ma sulla specializzazione. Costruire materiali direttamente sul pianeta usando la regolite marziana, ridurre i costi strutturali della permanenza umana, diventare fornitore indispensabile della futura economia extraterrestre. Una scommessa che vale più del suo nome.

L'eminenza bianca

Ettore Bernabei è stato fra i principali plasmatori delle politiche democrastiane negli anni Cinquanta e Sessanta. La prima parte dei suoi Diari (1956-1960) è stata pubblicata da Rubbettino Editore.

La Libia è fondamentale

Fra la presenza di migranti pronti a lasciare il Paese per partire verso l’Europa e una forte crisi politico-economica, la Libia diventa terra fertile per i progetti delle grandi potenze, che mirano a sfruttare le debolezze delle élite politiche dell’area per insediarsi nelle dinamiche di potere dello spazio nordafricano. In questo quadro l'Italia rimane a guardare, in una stasi frutto della propria impotenza.

Gruppo MAGOG