OGGETTO: La rivoluzione woke è compiuta
DATA: 07 Settembre 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Analisi
Alexandria Ocasio-Cortez che liquida il primo ciclo woke come "folle" segue un antichissimo copione, di una logica secolare. Da sempre lo Stato assorbe le radicalizzazioni e le ufficializza, poi le svuota e le restituisce addomesticate. I Democratici non hanno cambiato rotta per convinzione, ma perché questo meccanismo politico ha ormai compiuto il suo corso.
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Il 9 agosto di quest’anno la deputata del Partito Democratico Alexandra Ocasio-Cortez è stata ospite della trasmissione “This Week” sulla ABC, e nel rispondere a una domanda fatta dal conduttore della trasmissione, Jonathan Karl, ovvero cosa ne pensasse delle posizioni sostenute anni fa dalla candidata democratica socialista Francesca Hong riguardo all’abolizione della polizia e delle carceri, la Ocasio-Cortez è stata lapidaria: “Woke One was crazy”. I Democratici hanno gettato la maschera del wokismo per ripulirsi da tutte quelle posizioni troppo radicali, troppo scomode e troppo lontane dalla larga parte della popolazione americana, cercando di assestarsi su posizioni più “reali” e meno incentrate su una lotta per le utopie sociali e civili. Questo allontanamento non è un rigetto dei messaggi e delle prospettive del woke, né del progressismo, bensì un ritorno dell’ordine politico e ideologico nelle mani della politica “formale” e dello stato. Quest’ultimo, per delimitare il potere d’azione e di espressione delle fazioni politiche, utilizza quello che si potrebbe definire come un meccanismo di “ufficializzazione e autorizzazione”: ad essere ufficializzata non è tanto la singola forza politica, ma i temi da essa portati nel dibattito pubblico e la sua possibile radicalizzazione. Ciò non per via di una reale democraticità e libertà intrinseche nel sistema, ma per via di una strategia di contenimento di idee e pratiche potenzialmente pericolose per l’integrità dell’ordine statale e sociale.

Così, tramite la monopolizzazione di quelle stesse idee e pratiche, da parte dello stato, una volta entrate nel dibattito ufficiale devono essere smorzate di quella retorica e di quei contenuti troppo radicali e caotici, pena l’esclusione dalla partecipazione e competizione politica di quelle forze che non accettano il nuovo stato delle cose. Da qui il secondo movimento del meccanismo: l’autorizzazione. Una volta che le forze politiche vengono “ufficializzate”, insieme alle loro posizioni, entrambe vengono poi autorizzate a poter condurre le loro campagne politiche sui temi e con i metodi che sono stati precedentemente ufficializzati dallo stato. In sintesi, l’ufficializzazione riguarda l’acquisizione ideologica, da parte dello stato, di posizioni e temi di questa o quell’altra forza politica per poter poi organizzare lo spettro ideologico in cui le forze possono muoversi. Mentre l’autorizzazione riguarda la concessione politica ma anche psicologica di poter agire entro determinati canoni e limiti retorico-comunicativi, così da non creare scompiglio nell’organizzazione dello stato, con quest’ultimo che può continuare a egemonizzare le idee e pratiche politiche.

Per capire concretamente tale meccanismo, è necessario analizzare cosa sia successo alle proposte e alle idee politiche dei Democratici nel corso del tempo. Dagli inizi degli anni 2000 in poi, le loro posizioni si sono sempre più spostate verso sinistra: dal liberalismo centrista all’evoluzione liberal-progressista, fino al superamento nella socialdemocrazia progressista. Con quest’ultimo salto, seppur non sia ancora divenuta la posizione dominante alla base dell’elettorato dei Democratici e della classe politica che li guida, i Dem non solo hanno radicalizzato le possibili proposte e visioni che circolano sia nei loro ambienti interni sia nei programmi elettorali, ma hanno anche dimostrato come buona parte della loro retorica e azione politico-ideologica giochi sul seguire l’onda delle tematiche e problemi che più coinvolgono, in un dato periodo, la comunità nazionale. Dalla liberazione individuale e le lotte per i diritti civili al cambiamento nel nuovo paradigma della liberazione sociale e della riforma del mercato e della sua sregolatezza. Insomma, una volta esaurita la carica radicalizzante e incisiva delle tematiche sui diritti civili e il woke, i Democratici hanno preferito riassestarsi su argomenti e proposte che parlino non solo alle nuove generazioni, agli emarginati, alle minoranze e agli idealisti delle classi alte, ma anche e soprattutto ai lavoratori della classe media, agli studenti e a tutte quelle fasce della società americana che costituiscono il cuore pulsante della struttura economica, sociale e politica della nazione.

Una mossa che non allontana, nella sostanza, i Democratici da tutte le posizioni e i dibattiti del periodo covid, ma che dimostra come anche i movimenti più progressisti del campo politico americano si servano delle lotte per la libertà e l’emancipazione e, ancor di più, di un cambiamento retorico pragmatico per raggiungere, in primis, una soglia di accettabilità minima da parte di ogni spazio della società, e in secundis per sfruttare questi spazi come trampolini di lancio per la propria egemonia culturale e tematica da cui poi far affiorare sempre più proposte concrete radicali.

Nel quadro del meccanismo di ufficializzazione-autorizzazione si inserisce anche il cosiddetto “Woke 1.0”. Non solo un’arma retorica usata dai Democratici per egemonizzare il dibattito culturale e per dare avvio a uno spostamento della finestra di Overton riguardo ai diritti e alle libertà civili. Esso è stato anche l’indicatore di come la politica “formale” dei palazzi, dell’establishment e del dibattito pubblico siano delle forze che plasmano tanto la retorica e tanto le idee stesse di una fazione politica. Ma quando l’egemonia tematica, retorica e ideologica dello stato entrano in crisi le forze politiche in campo hanno l’occasione di imporre al pubblico la propria narrativa e di poter compiere un’azione che possa anche minare le fondamenta stessa dell’infrastruttura statale. Soprattutto, di imporre e sperimentare nuovi tipi di confini ideologici e di proposte fatte tanto alla società e ai sostenitori di una fazione o di un’altra, e tanto allo stato stesso. Lo stato, in tutto questo, non è da intendersi solo come quell’entità pubblica e istituzionale che rappresenta i fondamenti costituzionali e valoriali di una nazione e in cui le forze politiche e la volontà popolare si possono affermare per confrontarsi e risolvere le problematiche della collettività. Lo stato è anzitutto quell’entità che assorbe in sé e plasma tutte le esperienze e la storia di un popolo e tutta l’infrastruttura di valori, tensioni e riti che se lasciati alla sola guida e manipolazione delle forze politiche verrebbero frammentati e strumentalizzati per i fini ideologici di questo o quell’altro partito/movimento. Dunque la sua funzione non è solo quella di mantenere un ordine che si ponga come continuità storica e razionale delle strutture e degli spazi politici e sociali, ma è anche quella di impedire, tramite la formalizzazione di un determinato spettro di idee e posizioni politiche in cui è ammesso fare politica, che tutte quelle forze che concorrono per la conquista ed egemonizzazione dello stato e della società non si impadroniscano della narrativa da esso creato e dall’ordine che esso necessita per poter esistere e far esistere una comunità organica e continuamente in evoluzione.

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Questo non significa che lo stato sia un beniamino o, nel caso peggiore, un giudice imparziale, poiché tale meccanismo di preservazione dell’ordine dello stato impedisce anche una chiara e viva espressione di posizioni, soluzioni e visioni politiche che possano anche apportare dei reali benefici alla comunità tutta. Di fatto, lo stato stesso è uno dei competitori per l’egemonia e il controllo all’interno di una nazione. Pur avendo un posto di primo piano nel monopolio ideologico-pratico, lo stato non possiede eternamente e infallibilmente tale monopolio, e deve continuamente a trovare delle strategie politiche, dettare delle linee teoriche e propagandare un determinato modus operandi in ogni momento ed epoca per poter mantenere la propria autorità e il potere di poter concedere spazi ad altre forze politiche per decentralizzare e radicare il suo potere. La politica ufficiale, dunque, non si muove all’interno di uno spazio di confronto imparziale, ma è il campo di scontro fra forze potenzialmente egemonizzanti che usano le proprie proposte e idee, formulate con un tono e una prospettiva pragmatici, per dominare l’altra parte e per competere con quell’entità che fornisce gli spazi e l’autorizzazione affinché ci possa essere un dibattito e una presa su tutta la comunità: lo stato. Stato che non rimane solo come vigile, ma anche come legislatore attivo e passivo al contempo di cosa possa autorizzare una determinata forza politica ad agire al suo interno, che crea anche le condizioni affinché ogni forza rimanga in suo controllo e che, quando la sua autorità entra in crisi e le forze politiche fanno emergere ed evolvere le loro idee e azioni, cerca di riassestarsi e di utilizzare quelle stesse radicalizzazioni a suo favore per guidare il nuovo dibattito politico andatosi a creare.

Insomma, lo stato non è ciò che ha creato e crea la politica, ma è ciò che la comanda e la dirige per il proprio interesse: far sì che tutto possa cambiare affinché la sua influenza rimanga intatta. In questo senso, una forza del genere, un’entità impersonale che opera nello spazio delle idee plasmandole per il proprio bene, quando viene meno la propria stabilità viene meno anche la sua egemonia e forza nel riuscire a tenere incentrate su di sé tutte le anime e potenzialità delle fazioni politiche che operano al suo interno. Un esempio di un momento di crisi dello stato ed esternazione delle tensioni delle forze politiche lo si può osservare nella crisi del covid-19. In questo caso particolare, la pandemia aveva creato uno spiraglio non solo per la critica alla gestione dell’emergenza, ma anche e soprattutto per la ridefinizione dello spazio operativo delle forze politiche e della loro influenza diretta sull’azione e le idee dei cittadini. Al di là delle dichiarazioni di Francesca Hong sull’abolizione delle forze dell’ordine e le carceri, ci sono stati atti più idealmente e concretamente radicali, come la creazione e la tolleranza, da parte delle amministrazioni Dem locali, delle cosiddette “autonomous zones” nel 2020, fenomeni di zone temporaneamente autonome dal controllo statale nate durante le proteste del movimento Black Lives Matter dopo la morte di George Floyd.

Seppur non ispirate e fondate direttamente dai Dem, tali zone hanno trovato una certa tolleranza da parte dei Democratici sia per ragioni strategiche (cercare una de-escalation con i manifestanti) e sia per ragioni ideologiche, poiché molte delle rivendicazioni fatte dai BLM e da gruppi affini erano e sono rivendicazioni fatte anche dai Democratici: lotta al razzismo, alle disuguaglianze di genere e classe e a uno stato sempre più oppressivo. La differenza fondamentale, oltre nella radicalità delle proposte, sta nella loro retorica: finché si ha avuto lo spazio, lasciato dalla crisi dello stato, per poter abbracciare e portare sul tavolo del dibattito pubblico questi temi e anche le modalità con cui sono stati espressi, i Democratici hanno accettato la cosa e ne sono stati anche influenzati direttamente, ma una volta ristabilito l’ordine i Dem hanno fatto dietrofront su molte delle azioni e delle espressioni usate in quel periodo per non danneggiare la propria immagine e per poter ritornare, in ordine, nello spazio sicuro stabilito dallo stato. Uno spazio in cui i Democratici possano agire sia come forza politica “ufficiale” e legata all’establishment e sia come rinnovata forza egemonica in cui far girare al suo interno e, seppur con toni diversi, anche all’esterno tutte le lezioni e le teorie apprese e sviluppate durante la crisi dell’ordine dello stato. Questa dinamica, ovviamente, non rimane limitata solo all’evoluzione del Partito Democratico e delle sue frange interne, ma è una dinamica che coinvolge ogni movimento politico che voglia agire all’interno della politica ufficiale e amministrata dallo stato e, al contempo, che voglia anche imporre la propria egemonia ideologica, culturale e politica sullo stato stesso e la società.

I Democratici, in questo caso particolare, ma anche tutte le forze politiche in generale, non si rafforzano per puro caso e per via di eventi e periodi fortuiti o grandi volontà. Ciò che davvero crea la possibilità di tale radicalizzazione e tentata egemonizzazione dello spazio pubblico, culturale e politico sono le falle generate nel sistema-stato e nel suo controllo sui canoni ideologici tanto della politica ufficiale e tanto all’interno della società stessa. Dunque, quando lo stato e la sua organizzazione egemonica entrano in crisi, le forze politiche, che sono costantemente in competizione con lo stato pur accettandosi reciprocamente, sfruttano questa carenza di stabilità e autorità per introdurre e imporre, pian piano, la propria escatologia e strategia politica, culturale e persino esistenziale. Ma, al contempo, tale scontro non ha mai realmente una risoluzione. Se lo stato dovesse superare i momenti di crisi che lo indeboliscono come istituzione e come egemone nel monopolio ideologico-pratico, esso avrebbe la possibilità di integrare in tale monopolio e nella sua potenza proprio quei nuovi paradigmi radicalizzanti delle forze politiche che hanno tentato di conquistare il monopolio statale. Se, invece, una delle forze dovesse riuscire a scalzare lo stato dalla sua posizione di controllo del monopolio, ecco che per potersi stabilizzare e affermare come nuova forza politica egemone, tale forza dovrebbe diventare lo stato e, dunque, applicare le vecchie logiche di dominazione. Dunque, in ogni caso, la tendenza è quella di una continua ricostituzione dell’ordine politico statale, sia in senso conservatore (o persino reazionario), sia riformista e sia rivoluzionario. Ma, appunto, anche questo continuo rinnovarsi del monopolio dello stato è solo una tendenza, e dunque non possiede un’eterna capacità di mutare e di sopravvivere ai disordini e ai cambiamenti. Forse, alla fine, è proprio questo il fulcro e problema centrale di ogni lotta e cambiamento nello stato e nella competizione politica: dove finiscono davvero la vita e l’influenza dello stato e delle forze politiche e dove inizia qualcosa di completamente nuovo, qualcosa che oltrepassa lo stato. Non già abolendolo, ma ridefinendolo nel profondo.

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