Jacques Attali è uno di quegli uomini ai quali una sola biografia sembra stare stretta. Economista, scrittore, alto funzionario, consigliere di François Mitterrand, fondatore della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, banchiere, imprenditore, professore, saggista, perfino direttore d’orchestra. Ha attraversato la Francia degli ultimi sessant’anni senza appartenere completamente a nessuna delle vite che ha vissuto, ma vivendole tutte da protagonista. È nato ad Algeri, è cresciuto a Parigi, è arrivato primo all’École Polytechnique, ha frequentato le stanze dell’Eliseo quando François Mitterrand governava la Francia e ha scoperto, prima che diventassero ciò che sarebbero diventati, François Hollande, Nicolas Sarkozy ed Emmanuel Macron. Ha scritto decine di libri e per decenni ha provato a fare quello che gli intellettuali contemporanei fanno sempre meno volentieri: sbilanciarsi sul futuro. Attali sa bene che questo gli ha procurato una singolare condanna. Quando una previsione si avvera, qualcuno gli attribuisce il desiderio che si realizzasse. «È come con Cassandra», dice, si finisce per accusare il profeta della catastrofe che aveva annunciato.
Parla velocemente, accumula ricordi, nomi, epoche. Algeri, Raymond Aron, Mitterrand, Sadat, Deng Xiaoping, Thatcher, Macron. Poi il 2100, l’intelligenza artificiale, la Russia, l’Islam, la Francia indebitata, Dante e Leopardi. Tutto sembra appartenere allo stesso discorso perché, in fondo, una domanda ritorna continuamente nella sua conversazione: che cosa resterà? È forse questa la vera ossessione di Attali. Non il potere, che ha conosciuto da vicino senza mai farsi eleggere. Non il denaro, che ha dovuto governare e gestire nell’interesse collettivo. Nemmeno la previsione del futuro in sé. Ad Attali interessa soprattutto questo: lasciare una traccia. E per farlo non ha mai smesso di interrogarsi sull’avvenire. Alla fine, quando gli chiediamo di condensare la propria vita in una citazione, si rifiuta.
«Nessuno è riducibile a una frase».
Un aforisma che, per paradosso, è il più autobiografico che potesse scegliere. Lo abbiamo raggiunto nel suo studio parigino in un mercoledì di proteste e rivolte tra le vie della capitale transalpina.
-Attali, lei è nato ad Algeri nel 1943 e lascia l’Algeria nel 1956, ancora adolescente. Che cosa conserva realmente di quel mondo perduto? E che ragazzo era da giovane?
Conservo il ricordo di un mondo perduto. La maggior parte degli esseri umani conserva una traccia abbastanza precisa del luogo in cui è nata, in cui ha vissuto la propria infanzia, anche quando poi se ne è andata. Io faccio parte di quelle persone che hanno vissuto in una città che non esiste più. Non perché sia stata rasa al suolo, ma in quanto per me Algeri è un po’ come un set cinematografico che oggi è abitato da altri attori.
-Com’era Algeri negli anni della sua giovinezza?
Era una città bianca, nel senso del biancore dei muri, ma anche una città europea nella quale gli arabi non si vedevano. Io non ho mai avuto un arabo nelle mie classi. Erano come dei lavoratori invisibili. Oggi è una città completamente diversa. A differenza di Tunisia, Marocco o altrove, in Algeria non ci sono più francesi né francesi d’Algeria. Formalmente ci dicono che siamo i benvenuti, ma in realtà non lo siamo. Nessun francese possiede lì una casa di vacanza o pensa di trascorrervi le ferie. È indicativo che non venga nemmeno in mente. Io, quindi, sono una persona completamente tagliata fuori dalle proprie radici.
-Oggi come guarda a quel paradiso perduto?
Conservo un ricordo meraviglioso: avevo genitori meravigliosi, c’erano il sole, la spiaggia e il liceo Gautier, con professori eccellenti. Quando arrivai al Janson-de-Sailly di Parigi avevo lo stesso livello dei miei compagni. Sentii però sempre con me un sentimento di sradicamento. Mi ci è voluto moltissimo tempo per poter sistemare e visitare le tombe dei miei nonni in Algeria.
-E come era da bambino?
Ero un bambino considerato un genio, ma non lo ero. Mio fratello gemello era molto gracile e malato e io venivo considerato perciò il maggiore della famiglia. Avevo inoltre buoni voti e una forte passione per lo studio.
-Quali erano i suoi passatempi?
Studiavo pianoforte con passione, senza essere particolarmente dotato. Non ero particolarmente dotato in nulla, salvo forse una certa curiosità. Mio padre aveva una grande biblioteca e io passavo i miei pomeriggi a leggere di tutto. Ricordo che in breve tempo divorai un’enciclopedia in dieci volumi e i sei volumi di astronomia di Flammarion. Erano al di sopra delle mie possibilità, ma cercavo di capirli. La curiosità è forse il tratto che più ricordo della mia infanzia.
-Polytechnique, École des Mines, Sciences Po, ENA: una formazione quasi esemplare da grand commis dello Stato francese. Ci racconti il suo percorso? E che cosa immaginava di diventare?
Tutto iniziò quando capii di essere molto bravo in matematica. Quella passione mi portò a diventare primo all’École Polytechnique, ma rifiutavo l’idea di diventare ingegnere. A circa diciott’anni dissi a un amico: «Voglio essere il Raymond Aron della sinistra». Cioè un intellettuale. Avevo già quella direzione in mente. Non volevo però diventare un alto funzionario. L’idea di stare dietro una scrivania mi era insopportabile, perciò uscendo dall’ENA scelsi il Conseil d’État.
-Perché questa scelta?
Perché mi lasciava una libertà totale. Diventai consulente per le Nazioni Unite, viaggiai in Iran e Afghanistan, pubblicai i primi due libri, insegnai a Polytechnique e cominciai a lavorare con Mitterrand. Costruii grazie a questa scelta una vita estremamente multiforme.
-Lei ha raccontato di aver provocato personalmente il suo incontro con François Mitterrand. Che cosa cercava in lui, all’inizio?
Volevo essere un intellettuale, non un uomo politico. Volevo aiutare un politico senza però candidarmi. Avevo ammirato Mitterrand dalla campagna del 1965 e andai a trovarlo nel 1966. Gli proposi il mio aiuto. Lui da par suo mi offrì di candidarmi in alcune circoscrizioni elettorali, ma rifiutai: quel mestiere, profondamente rispettabile, non mi interessava. Ci ritrovammo sei o sette anni più tardi, quando annunciò pubblicamente che avrei diretto la sua campagna presidenziale del 1974… senza avermelo chiesto. Nel frattempo il mio stage dell’ENA si era svolto nel dipartimento da lui presieduto. Costruimmo così una solida relazione intellettuale e di confronto.
-Che tipo di rapporto avevate?
Non fu una relazione filiale, perché ero molto vicino a mio padre e lo ammiravo moltissimo. Mitterrand aveva ventisette o ventotto anni più di me. Era piuttosto un rapporto simile a quello con uno zio o con un amico molto più anziano.
-Per quasi dieci anni ha lavorato a pochi passi dall’ufficio del presidente della Repubblica, partecipando ai grandi appuntamenti della Francia senza essere mai stato eletto. Come ha vissuto questa lunga stagione ai vertici dello Stato? E che cosa le hanno lasciato quegli anni e quegli incontri?
L’ho vissuta come un osservatore-attore, con l’ossessione che ciò che facevo fosse utile e lasciasse una traccia. Prima del 1980 avevo già pubblicato diversi libri di successo, sulla musica e sulla teoria economica, e volevo continuare a scrivere. Mitterrand non me lo impedì mai. All’Eliseo volevo però vedere e conoscere tutto. Fu lui stesso a propormi di assistere al Consiglio dei ministri e al Consiglio di difesa, di accompagnarlo nei suoi viaggi e di essere il suo sherpa nelle negoziazioni. Il mio ufficio era accanto al suo, separato soltanto da una porta. Per otto anni all’opposizione e dieci al potere non passò un giorno senza che ci parlassimo. Era molto diverso da me e possedeva un’immensa cultura letteraria e storica. Ma entrambi ci ponevamo continuamente una domanda: «Quale traccia lascerà questo nella storia? Quello che facciamo oggi, in che cosa è utile?». È anche per questo che realizzammo molte riforme pensando al loro impatto e al lungo termine.
-Nei “Verbatim” ha raccontato dall’interno quegli anni di potere. Dopo una vita trascorsa accanto a presidenti, ministri e capi di Stato, che cosa ha imparato sulla natura del potere e sugli uomini che lo esercitano?
Gli uomini di potere sono generalmente uomini come gli altri, che semplicemente si sono ritrovati lì per delle circostanze, per una volontà, per ciò che chiamo la niaque, cioè la motivazione che li ha portati lì. A volte sono mediocri, ma con capacità tattiche sufficienti per insediarsi al potere. Le persone mediocri, salvo i dittatori, non vi rimangono però a lungo. Altre volte sono figure straordinarie, ma più abili nella tattica che nella strategia. Penso, ad esempio, ad Andreotti. Strategicamente, invece, poche persone mi sono sembrate davvero interessanti, al di fuori di Mitterrand. Ho incontrato uomini di Stato stranieri eccezionali, evidentemente, che mi hanno segnato per il loro impegno, per il loro senso del servizio pubblico. Era il caso di Sadat, di Madame Gandhi, di Deng Xiaoping, anche di Margaret Thatcher, anche se non ero d’accordo con lei su moltissimi argomenti. Erano però tutte persone che avevano un senso unico dell’interesse generale. Ciò forse perché quella generazione viveva ancora con il ricordo della guerra e l’ossessione di non ripeterla. Per questo la costruzione europea, perfino per Thatcher, era una garanzia di pace. Una coscienza che era diffusa nei principali leader di quella generazione, ma che oggi si è dissipata, e le conseguenze sono evidenti.
–Ha collaborato con presidenti e governi di orientamenti molto diversi, da Mitterrand a Sarkozy, senza mai diventare realmente un uomo di partito. Come ha vissuto questa singolare forma di coabitazione con il potere politico francese?
Sono stato consigliere di Mitterrand per dieci anni. È l’unico che abbia veramente consigliato, perché poteva ascoltarmi ogni giorno. Prima della sua elezione portai all’Eliseo Ségolène Royal e François Hollande. Poi un giovane avvocato sconosciuto chiese di incontrarmi all’Eliseo: era Nicolas Sarkozy, che poco dopo diventò un mio amico anche se non ho mai votato per lui. Nella commissione che Sarkozy mi chiese di presiedere reclutai poi un altro giovane sconosciuto: Emmanuel Macron. Ho conosciuto quindi quel mondo, ma ho sempre conservato le mie convinzioni. Sono un socialdemocratico convinto e penso che questa resti la strada giusta per l’Europa, anche se va reinventata. Contrariamente a ciò che si crede e a ciò che si dice spesso sui social network, non ho consigliato, né ho avuto alcuna influenza su Nicolas Sarkozy, su François Hollande e su Emmanuel Macron. Talvolta hanno ascoltato sporadicamente alcuni dei miei consigli, ma non molto spesso. Quindi non mi considero in alcun modo responsabile della politica che hanno condotto. Mi considero invece responsabile di quella di Mitterrand nei dieci anni al suo fianco.

-Torniamo a uno dei personaggi da lei citati. Emmanuel Macron è stato relatore generale aggiunto della commissione da lei presieduta. Quando lo incontrò, intuì subito che avrebbe potuto diventare presidente della Repubblica?
No, assolutamente no. Avevo bisogno di giovani molto competenti e organizzai una sorta di beauty contest tra sei candidati. Scelsi Macron esclusivamente per la sua competenza tecnica. Poi lo presentai a Hollande, dicendogli che avrebbe avuto interesse a circondarsi di una figura competente come lui che tra l’altro all’epoca era iscritto anche al Partito Socialista. È così che nacque il loro rapporto. Non pensavo sarebbe diventato presidente. Immaginavo potesse diventare ministro. Ma, come è nella sua natura, ha infranto tutti gli schemi. Poi con il passare del tempo mi sono ritrovato tra il martello e l’incudine, amico sia di Hollande sia di Macron, come lo ero di Sarkozy e Hollande. All’epoca scelsi di sostenere Hollande perché apparteneva alla mia famiglia politica, pur rispettando profondamente Sarkozy.
-A un certo punto della sua vita ha deciso anche di dirigere orchestre. Scrittore, economista, consigliere presidenziale, banchiere, imprenditore, direttore d’orchestra: come convivono tutte queste vite?
Dal momento che non so se un giorno mi reincarnerò, cerco di vivere tutte le vite possibili contemporaneamente. Quando ho potuto creare organizzazioni internazionali — da Action contre la faim alla BERS — sono stato felice di realizzare quelle idee. Sono un cattivo pianista dall’età di otto anni e a lungo ho desiderato dirigere un’orchestra. Incontrai poi François-Xavier Roth, che sarebbe diventato uno dei più grandi direttori d’orchestra del mondo. Studiai con lui per due anni e mi lanciai in questa esperienza. Col passare del tempo ho diretto in una ventina di Paesi, dalla Francia agli Stati Uniti, dalla Cina a Israele passando per il Kazakistan e la Cina. Anche se mai in Italia.
-Cosa ha imparato diventando direttore d’orchestra?
Si tratta di un esercizio difficilissimo, ma mi ha insegnato ciò che ho poi scritto in “La Niaque”: che quando si vuole qualcosa e ci si dà un metodo per impararla, si può riuscire. Non ero dotato, non ho l’orecchio assoluto e sono piuttosto impacciato. Eppure oggi posso dirigere un’orchestra sinfonica praticamente ovunque.
-Ha dichiarato di essere ossessionato dalla traccia che lascerà nella Storia. Da dove nasce questa ossessione?
Penso che ciascuno dovrebbe esserlo, oppure che in qualche modo ciascuno già lo sia. Credo che tutti siamo — o dovremmo essere — preoccupati della traccia che lasciamo attorno a noi e nei nostri figli, dell’influenza positiva che abbiamo avuto. Cerchiamo di essere utili alle generazioni successive, nella famiglia o attraverso l’insegnamento. Ho insegnato molto presto e oggi migliaia di ex studenti mi dicono di essere stati miei allievi, anche se non posso ricordarli tutti. Quella è la prima traccia: l’insegnamento. La seconda sono i libri, un altro modo di lasciare una testimonianza. Forse questo è il mio modo di avere paura della morte, anche se non ho assolutamente mai avuto paura della morte. O forse non ho paura della morte proprio perché sono ossessionato dalla traccia che lascerò. Oggi non siamo neppure sicuri che l’umanità sopravviva fino al 2100 — tema del mio prossimo libro — e sono convinto che sia essenziale pensare al lungo periodo per dedurne azioni immediate. Altrimenti andremo incontro alla catastrofe. Ho sempre pensato al lungo termine, anche se pochissimi politici lo fanno. Purtroppo non sono mai riuscito a convincere un capo di Stato a elaborare un piano al 2050 per il proprio Paese… Lo vorrei per la Francia, per l’Europa e per il mondo. È anche per questo che ho immaginato un piano per il 2100. Anche se possiamo sbagliare, bisogna guardare avanti: è come guidare di notte. Senza fari l’incidente è quasi certo; con i fari si vede almeno un po’ più lontano. E questo è meglio di niente.
-Già negli anni Ottanta scriveva di sorveglianza, medicina predittiva, nuove macchine e mercificazione della vita. Quando vede oggi alcune di quelle intuizioni diventare realtà, prova la soddisfazione di averle anticipate o l’inquietudine per ciò che stanno producendo?
Provo una certa soddisfazione, se non proprio una vera gioia, per averci visto giusto. Già alla fine degli anni Settanta parlavo di Internet; in un libro del 1975 sulla musica evocavo qualcosa che sarebbe poi diventato YouTube. Nel 1977 parlavo di microcomputer portatili e, nel 1985-1986, di «oggetti nomadi», come il telefono. All’epoca quasi nessuno credeva a queste cose. È un po’ come un astronomo che, osservando il movimento delle stelle, deduce l’esistenza di un astro ancora invisibile: come Le Verrier con Nettuno. Ho quindi la sensazione che queste scoperte, che ho fatto insieme ad altri — naturalmente non sono stato il solo! —, avrebbero potuto essere utilizzate molto meglio. E il problema che spesso si è verificato con il mio lavoro, almeno finora, è che si è voluto vedere dietro tutto questo una qualche intenzione politica, mentre si trattava di un lavoro teorico.
-Ovvero?
Quando ho scritto sulla sorveglianza, sull’automatizzazione, sul governo mondiale, sulla crisi climatica, sui robot, sui trapianti e sulle protesi, troppo spesso si è voluto ridurre tutto a una polemica per la politica francese. È il dramma di una persona che è contemporaneamente un intellettuale e qualcuno che entra in contatto con il potere. Per molti sarai sempre un uomo di parte anche se ti sforzi di essere oggettivo. Certo il rapporto con il potere garantisce maggiore visibilità. Nel mio caso ho ottenuto una visibilità mondiale e i miei libri sono stati tradotti in venticinque lingue. Ma mi rimane appiccicata addosso un’immagine politica che altera lo sguardo sul mio lavoro. Tanto che molte persone, in perfetta malafede, pensano che ciò che prevedo sia ciò che desidero.
-Ed è vero?
Assolutamente no. Ho previsto, per esempio, che il mondo sarebbe stato messo in difficoltà da un’aspettativa di vita troppo lunga, che avrebbe allungato il periodo della pensione e che questo sarebbe diventato un problema. E ho previsto che, entro un secolo, ci chiederemo se vogliamo davvero continuare ad allungare l’aspettativa di vita. Io l’ho previsto, ma ero contrario. E l’ho detto. Eppure si è voluto credere che fosse quello che desideravo. È come con Cassandra o il profeta Geremia: si rimprovera loro ciò che hanno denunciato, come se fosse ciò che desideravano.
-Esiste una convinzione politica importante della sua giovinezza che oggi considera semplicemente sbagliata? E, al contrario, qual è l’idea per la quale è stato criticato per decenni e sulla quale ritiene che il tempo le abbia dato ragione?
Sono stato uno dei primi a parlare del riscaldamento climatico, del saccheggio ambientale e della sua distruzione, in un libro del 1973 intitolato “L’Anti-économique”. Sono stato anche tra i primi a parlare dell’ascesa dell’economia dell’informazione a scapito dell’economia dell’energia. Su due cose mi sono sbagliato. Ho creduto che l’autogestione o le cooperative potessero svolgere un ruolo significativo nel contenere gli eccessi del mercato. E ho pensato che il Giappone potesse diventare la prima potenza mondiale più rapidamente della Cina. Sul Giappone non avevo capito che era troppo dipendente dagli Stati Uniti per diventare una superpotenza assoluta e che la Cina disponeva invece dei mezzi necessari alla propria autonomia. Quanto all’autogestione, ho sottovalutato la potenza del mercato e del capitale.
-Come immagina il futuro dell’Occidente? E soprattutto: quali forze, quali istituzioni o quali poteri lo governeranno?
L’Occidente ha vinto. Il mondo intero ha adottato i valori dell’Occidente. Guardate i cinesi: si vestono come gli occidentali, hanno adottato i costumi e alcune regole occidentali dello Stato di diritto, anche se vivono sotto una dittatura. Comprano prodotti della moda, sono diventati individualisti. L’Occidente ha vinto però come vinse l’Impero romano. Quando l’Impero romano scomparve, nel V secolo, tutti erano ormai romani. I barbari erano diventati cristiani e si vestivano come i romani. L’Impero romano trionfò nella propria scomparsa. Penso che oggi accada qualcosa di simile. L’ideologia induista può prevalere in India, ma non credo abbia una vocazione proselitista e quindi non la vedo come concorrente dell’ideologia occidentale. L’Islam, invece, può esserlo.
-Che ruolo avrà il fattore islamico nel futuro dell’Occidente?
Il proselitismo dell’Islam può rappresentare un vero concorrente dei valori occidentali: mortifero nella sua versione più estrema e molto aperto nelle sue versioni più moderne. Il grande punto di svolta si produsse nel XII secolo, quando la maggioranza dei musulmani non seguì il pensiero di Ibn Rushd, Averroè, che valorizzava la filosofia greca, nonostante fosse stato proprio il mondo musulmano a preservarla. Anche la stampa si sviluppò molto più tardi nel mondo islamico, dove si riteneva che il libro fondamentale fosse il Corano. Il fatto che l’Islam non abbia conosciuto pienamente la propria modernizzazione fa sì che, nella sua versione estrema — che non è maggioritaria — rappresenti un’ideologia alternativa a quella occidentale. Se l’Occidente fallisse, alcune ideologie concorrenti potrebbero sedurre le masse. Altrimenti credo che finirà per prevalere, nel bene e nel male, l’individualismo occidentale. Restano però tre pericoli suicidari: il saccheggio della natura, le tecnologie che conducono alla guerra — come vediamo con l’intelligenza artificiale — e la trasformazione dell’essere umano in robot, in artefatto. È la logica dell’ideologia occidentale del progresso: ridurre lo sforzo, la fatica e il ruolo dell’umano, trasformando progressivamente le attività umane in attività delle macchine. Fino alla trasformazione dell’uomo stesso in robot, qualcosa di cui scrivevo già nel 1978 in “L’Ordre cannibale”. Cinquant’anni dopo, quell’artificializzazione dell’essere umano si sta realizzando.
-Una volta ha detto che il destino europeo non sarà mai compiuto finché gli europei non avranno definito il proprio rapporto con Turchia e Russia. È ancora di questo avviso? E quale futuro immagina per l’Europa?
È un dramma. Ero favorevole al loro ingresso nell’Unione europea, o almeno all’avvio di negoziati e contrario al loro isolamento. Con la Turchia avevamo iniziato. Avremmo dovuto proseguire per venti o trent’anni, dandole il tempo di avvicinarsi. Aver chiuso quei negoziati, anche per responsabilità francese, è stato un grave errore: abbiamo spinto la Turchia verso l’Islam e contro l’Europa. Lo stesso vale per la Russia. Esistette una finestra di opportunità per avvicinarla all’Europa, con aperture perfino dello stesso Putin. È anche in questa prospettiva che avevo concepito la Banca europea. Oggi tutto questo non ha più senso. Come con la Germania dopo Versailles, abbiamo contribuito a creare le condizioni di un allontanamento che forse si sarebbe potuto evitare. Abbiamo lasciato che la Turchia si spostasse verso l’Islam e la Russia si allontanasse dall’Europa. Ormai però è troppo tardi.
-La Francia attraversa una fase di instabilità politica, economica e sociale. Come interpreta il disordine francese degli ultimi anni? E quale futuro immagina per il Paese?
La Francia, come l’Europa, attraversa delle profonde crisi sistemiche. È in ritardo rispetto all’Italia nella loro soluzione, anche se l’Italia non le ha completamente risolte. Ma la Francia è sull’orlo di una catastrofe. È estremamente indebitata. Ha una classe politica il cui livello si è abbassato enormemente. E si trova dominata da due leader, uno dell’estrema sinistra e uno dell’estrema destra, entrambi antieuropei e filorussi. È un disastro per la Francia e per l’Europa.
-Qual è secondo lei il vero limite di questi opposti estremismi?
Nessuno dei due ha compreso che cosa sia la modernità. L’estrema destra pensa che passi attraverso l’espulsione degli stranieri, il che è assurdo, soprattutto in un Paese che invecchia e si spopola. Gli stranieri rappresentano un problema di integrazione, non di numeri. L’estrema sinistra — perché per me non è la sinistra — procede attraverso la designazione di capri espiatori, che si tratti del grande capitale o degli ebrei, blandendo minoranze che avrebbero dovuto essere integrate e non messe in evidenza in maniera discriminatoria. Rischiamo quindi un vero scontro tra i due estremi. Questo rimanda a qualcosa di più profondo, non specificamente francese. Ho scritto un articolo su questo argomento la settimana scorsa, spiegando che ciò che conta non è la media. Sono gli scarti tra gli estremi. Prendiamo la temperatura. Dire che la temperatura media aumenta di uno o due gradi non è il vero problema. Il problema nasce se gli estremi diventano +6 e −6, oppure +8 e −8. Se lo scarto tra essi aumenta allora anche le conseguenze diventano estreme. E gli eventi estremi saranno sempre più frequenti. Ci sono quindi tre livelli: la media, gli estremi e la frequenza degli estremi. Se la media si sposta gli estremi diventano sempre più estremi. E aumenta la probabilità che si verifichino situazioni estreme. Questo vale per il clima, ma vale per tutto: la finanza, le ideologie, la gestione dei suoli, la biodiversità, i conflitti sociali. E ritroviamo esattamente questo fenomeno anche nell’ideologia dominante e in ciò che sta accadendo nella politica francese.
-Che cosa dobbiamo aspettarci dalle prossime elezioni presidenziali francesi? E come pensa che evolveranno gli equilibri della Francia dopo l’era Macron?
Credo che la Francia ritroverà il proprio posto tra le grandi nazioni se riusciremo a evitare una vittoria degli estremisti. Ma deve rimettere in ordine i propri conti. Sta andando dritta contro un muro: la questione è capire se arriverà all’impatto a tutta velocità o riuscirà a frenare. Se sarà eletto uno degli estremisti, non frenerà questa deriva. Ma anzi avremo una catastrofe di tipo greco, ma su una scala molto più sistemica per l’Europa. Chi pensa che Marine Le Pen possa ristabilire l’ordine del passato si sbaglia.
-Perché?
Se Marine Le Pen viene eletta, Mélenchon e i suoi saranno nelle strade e provocheranno conflitti sociali molto violenti. La sua elezione sarebbe la garanzia di una guerra civile. Possiamo ancora evitarlo. Altrimenti la Francia rischierebbe di diventare, per un certo periodo, un paria dell’Europa. C’è poi un pericolo ulteriore: una vittoria di Marine Le Pen potrebbe rafforzare anche l’estrema destra tedesca. Certo il lepenismo al potere avrebbe anche il tempo di fallire — perché fallirà — prima delle elezioni tedesche. Ma se Marine Le Pen vince, l’Europa andrà incontro a una crisi gravissima.
-Nel suo nuovo libro “La Niaque” affronta la volontà, la determinazione e la capacità di diventare pienamente se stessi. Quali sono stati, nella sua vita, i momenti decisivi che l’hanno aiutata a diventare Jacques Attali?
Un momento decisivo fu quando, verso i diciotto anni, mi resi conto di essere molto bravo in matematica. Non semplicemente bravo, ma bravissimo. Questo mi diede fiducia in me stesso. Nella società francese, arrivare primo nella più prestigiosa scuola del Paese apre tutte le porte. Io osservavo tutto quasi dall’esterno. Non ero stato un bambino prodigio né a scuola né al liceo: ci sono arrivato attraverso il lavoro. I cambiamenti successivi sono derivati dalla messa in pratica di quattro difetti terribili che, in dosi omeopatiche, possono trasformarsi in qualità.
-Quali?
Il primo difetto è la megalomania: avere grandi progetti. E io ne ho sempre avuti moltissimi, come essere utile alle generazioni future o scrivere un’opera letteraria importante. Il secondo, che può diventare una qualità in piccole dosi, è la paranoia: diffidare dei propri nemici. Spesso non sono riuscito a esserlo abbastanza e non ho visto arrivare alcuni avversari. Il terzo è l’ipocondria: diffidare di se stessi, chiedersi se non abbiamo delle debolezze. È molto importante rimettersi continuamente in discussione. Il quarto è la mitomania, un difetto terribile che non bisogna realmente possedere, ma che in dosi microscopiche può forse essere utile. La mitomania consiste nel raccontare cose false, nell’inventarsi una vita, e può condurre a catastrofi. Ma dentro di voi potete dirvi: «Questa cosa la farò. Ci riuscirò», e agire come se foste già arrivati alla meta. Non ditelo agli altri, perché quella sarebbe mitomania esplicita. È un po’ come un rompighiaccio nei mari del Nord. Agire come se si fosse già raggiunto ciò che si vuole raggiungere è uno strumento straordinario. Questo si chiama la niaque.
-Nel 2023 è uscito in Italia “L’Essenziale”, il suo canone personale di opere fondamentali. Se oggi dovesse ripercorrere la propria formazione, quali libri direbbe che l’hanno trasformata più profondamente?
Non cambierei la mia scelta. Sono quelli che ho indicato nel libro. I primi dieci, o i primi cento, sono davvero fondamentali. Citerei “Il racconto di Genji” e “Hamlet”. Se dovessi indicare un libro che mi ha sconvolto più di altri, anche se non è tra i primi dieci, direi “Le parole” di Sartre. Non amo Sartre: era un uomo orribile e non amo il filosofo, ma quel breve testo sulla sua infanzia è magnifico. Un’opera che mi accompagna continuamente è “Bérénice” di Racine. E, non perché sto parlando con voi, direi che Dante mi tocca profondamente, così come Leopardi. Considero Leopardi il più grande poeta europeo e Dante il più grande scrittore europeo. Dante è molto difficile da leggere e io provo a leggerlo in italiano, perché la musica delle parole è fondamentale. Direi quindi Dante, Leopardi e altri scrittori italiani ai quali sono molto vicino, come Carlo Levi e Primo Levi.
-E se dovesse descrivere la sua vita e il suo carattere con una frase, con una citazione, quale sceglierebbe?
Nessuna persona è riassumibile in una sola frase.