Leon Panetta è uno di quegli uomini che pur non avendo inventato un’epoca ne ha conosciuto tutte le sue segrete stanze. Figlio di Carmelo, emigrato da Gerace, e di Carmelina Prochilo, di Siderno, crebbe fra il ristorante di famiglia a Monterey e i noceti della Carmel Valley. Formandosi in una genealogia calabrese trapiantata sulla costa del Pacifico, dove il lavoro, il risparmio, il cattolicesimo e la cultura degli immigrati diventarono, insieme alla vita militare, la sua vera educazione sentimentale alla funzione pubblica. Repubblicano moderato, fu funzionario dei diritti civili sotto Nixon, poi passò ai democratici quando il partito mutò pelle. Delle istituzioni ha conosciuto tutto in prima persona: gli uomini, i meccanismi, i segreti. Fu infatti deputato per sedici anni, presidente della Commissione Bilancio, direttore dell’OMB, capo di gabinetto di Clinton, direttore della CIA e infine segretario alla Difesa di Obama. Tanto che in molti, per il suo ineguagliabile curriculum, amano chiamarlo “formal everything”. Attraversò, del resto, Congresso, Casa Bianca, Langley e Pentagono da protagonista delle istituzioni, da grande uomo degli ingranaggi del potere americani. È stato l’uomo degli accordi di bilancio, delle convergenze parallele, della cattura di Bin Laden. La sua vita è la migliore testimonianza del sogno americano, mentre il suo percorso politico rappresenta l’impegno di voler mantenere quella promessa anche per le nuove generazioni. Dal retrobottega di Monterey alla caccia a bin Laden, dai conti federali alle guerre americane in Medio Oriente, parlare con Panetta è parlare con uno dei maggiori interprete della grande storia americana.
-Segretario Panetta, suo padre era un immigrato italiano. Aveva combattuto sul fronte del Piave durante la Prima guerra mondiale e in seguito era emigrato negli Stati Uniti. Quanto dell’uomo che è diventato è stato plasmato da quella storia familiare?
Moltissimo della persona che sono è figlia di quelle esperienze e di quelle speranze. I miei genitori arrivarono dalla Calabria e lavorarono duramente. Anche io e mio fratello lavorammo molto, prima nel ristorante di famiglia e poi nella fattoria acquistata da mio padre, dove vivo ancora oggi. Da giovane gli chiedevo spesso: «Perché hai percorso tutta quella distanza per arrivare in una terra sconosciuta?». Mi rispondeva che lui e mia madre erano venuti qui per offrire ai propri figli una vita migliore. Questo, per me, è il sogno americano. E credo che cercare di ripagare con impegno e tenacia quella speranza sia stato l’aspetto che più mi ha formato e orientato nella mia vita.
-Lei è cresciuto tra Monterey e la Carmel Valley, ma ha trascorso gran parte della sua vita nei corridoi del potere di Washington. Una volta ha detto che Washington era il luogo in cui lavorava, mentre Monterey era casa. Quanto è importante per chi esercita il potere conservare un luogo nel quale poter tornare semplicemente a essere sé stesso?
È fondamentale riuscire a uscire da Washington. È una città che finisce per assorbire completamente chi vi lavora. Molte questioni che dominano la capitale sono quasi sconosciute al resto del Paese. È un mondo a parte che però molti rischiano di confondere con l’intera realtà. E questo è un grande rischio. Quando ero a Washington, come membro del Congresso o negli altri incarichi che ho ricoperto, ero inevitabilmente assorbito dal mio lavoro. Ma tornare nella Carmel Valley mi permetteva di ristabilire un contatto con la realtà e con ciò che preoccupava realmente le persone. Spesso le loro priorità erano molto diverse da quelle di Washington. Perdere il contatto con la realtà è il più grande pericolo per un politico. E il rapporto con la propria famiglia e la propria comunità è l’unico antidoto.Per questo ho sempre considerato fondamentale mantenere la giusta prospettiva e comprendere quali fossero, secondo le persone della mia comunità, i problemi realmente importanti. Non me ne sono mai pentito.
-Vale anche per i presidenti?
Certamente. Anzi, credo che per loro valga molto più che per gli altri politici. Non possono rimanere intrappolati nella Casa Bianca. Devono attraversare il Paese, parlare con le persone e comprendere i problemi della gente. Per ogni leader eletto è essenziale non perdere mai il contatto con chi lo ha eletto.
-Cosa la spinse a entrare in politica?
Tre cose principalmente. La prima, come ho già detto, furono i miei genitori, che mi insegnarono l’importanza di restituire qualcosa al mio Paese. La seconda fu l’esperienza nell’Esercito, dove compresi come persone molto diverse potessero unirsi per raggiungere una missione e un destino comune. La terza fu certamente il monito che ci ha lasciato quel grande presidente che è stato John F. Kennedy, quando disse: «Non chiedetevi cosa il vostro Paese può fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il vostro Paese». Queste credo siano le principali motivazioni che mi hanno portato a entrare in politica. Ho trascorso oltre cinquant’anni al servizio delle istituzioni e sono orgoglioso di ciò che sono riuscito a fare.
-Come iniziò concretamente il suo percorso in politica?
Come ho detto, sono nato e cresciuto a Monterey. I miei genitori non erano minimamente coinvolti in politica. Erano democratici, ma, come molti immigrati, col passare del tempo sono diventati più conservatori e tendevano generalmente a votare repubblicano, pur essendo iscritti al Partito Democratico. Sono cresciuto quindi in un ambiente repubblicano progressista, come quello che un tempo caratterizzava la California. Era una tradizione portata avanti da persone come Earl Warren e Tom Kuchel, per il quale ho lavorato, e da Goodwin Knight e altri, anche grazie al sistema di candidature incrociate e alle tradizioni politiche della California.
Crescendo, ho sempre nutrito grande rispetto per gli esponenti di questo filone. Di conseguenza, mi sembrava naturale, in linea con le mie convinzioni, diventare quello che allora veniva definito un repubblicano progressista o moderato. Lavorare con Tom Kuchel a Washington confermò le mie idee, perché lui credeva nei diritti civili, nelle questioni del lavoro, era molto progressista in ambito sociale ma conservatore in materia fiscale, e anch’io la pensavo allo stesso modo. Quindi tutto combaciava alla perfezione.
Poi Tom Kuchel perse alle primarie del 1968 contro Max Rafferty, un repubblicano di destra in California. A seguito dell’abolizione della candidatura incrociata, il partito iniziò a spostarsi sempre più verso posizioni più radicali e, soprattutto dopo la mia esperienza all’Ufficio per i Diritti Civili, decisi che il Partito Democratico aveva un potenziale maggiore di incarnare i miei valori. Anche perché, verso la fine degli anni 60, i repubblicani stavano iniziando a escludere personaggi come Tom Kuchel, Jacob Javits e Clifford Case, che rappresentavano ciò che, a mio avviso, il repubblicanesimo avrebbe dovuto rappresentare. Iniziai così il mio percorso nel Partito Democratico.

-Dopo quasi mezzo secolo trascorso ai massimi livelli del governo americano, ritiene che la promessa del sogno americano sia ancora valida oggi?
Purtroppo lo è solo in parte. Le cito un dato. Attraverso il Panetta Institute cerchiamo di incoraggiare i giovani a dedicarsi al servizio pubblico. E ogni anno, insieme a Hart and Associates di Washington, realizziamo un sondaggio tra gli studenti universitari. I risultati di quest’anno mostrano una forte preoccupazione per la direzione del Paese. Oltre il 70% ritiene di non poter vivere il sogno americano di cui hanno beneficiato i propri genitori e non si aspetta una vita migliore rispetto alla generazione precedente. È un risultato deludente. Molti giovani guardano al proprio futuro e non sono più sicuri di poter vivere lo stesso sogno che ho avuto la fortuna di vivere io. Oggi credo che il vero compito delle classi dirigenti sia proprio quello di lavorare in maniera coesa per rendere di nuovo possibile questo sogno, come lo è stato per la mia generazione.
-Presidente della Commissione Bilancio della Camera, direttore dell’Office of Management and Budget, Capo di Gabinetto, direttore della CIA, Segretario alla Difesa: quale incarico le ha insegnato di più sull’America e quale sulla natura del potere?
Sinceramente credo che tutti, a modo loro, abbiano contribuito a determinare la persona che sono.
Fu molto stimolante appartenere a un Congresso che funzionava, nel quale Democratici e Repubblicani riuscivano a lavorare insieme anche su questioni molto difficili come il bilancio. Ed anzi proprio negli accordi sul bilancio ho visto quella grande capacità di sintesi e quella visione pragmatica che oggi mancano al Paese. Allo stesso tempo, come Capo di Gabinetto ero alla Casa Bianca, e più vicino di così al potere americano è difficile arrivare. Ho visto le sfide che un presidente deve affrontare e le decisioni difficili che deve prendere. Ho potuto vedere anche che, quando un presidente possiede determinazione e concentra il proprio lavoro sulle condizioni di vita delle persone, può produrre risultati importanti. Può veramente cambiare il Paese.
Bill Clinton lo ha fatto. Barack Obama lo ha fatto. Anche altri presidenti, repubblicani e democratici, lo hanno fatto. Il presidente degli Stati Uniti dovrebbe concentrarsi proprio su quel sogno americano di cui parlava mio padre: permettere alle persone di costruire una vita migliore. Ed è questa la vera cifra dell’America, la capacità di compattarsi e unirsi per realizzare questo grande progetto.
-Lei è stato Chief of Staff nell’era Clinton. Come descriverebbe il ruolo di Capo di Gabinetto della Casa Bianca?
Più come una posizione da campo di battaglia che come un incarico puramente manageriale. Un impegno totale, una grande responsabilità, ma anche un privilegio per chi, come me, crede nell’importanza del senso delle istituzioni.
-E dopo aver lavorato così a stretto contatto con un presidente, quale aspetto del potere presidenziale è meno visibile all’opinione pubblica?
Da ex Capo di Gabinetto, direttore della CIA e Segretario alla Difesa ho osservato la presidenza molto da vicino.
Una delle qualità più importanti per un presidente è la disponibilità ad ascoltare persone che abbiano più esperienza di lui su determinati temi e siano disposte a contraddirlo. Sapersi circondare di persone valide, eccellenti, capaci di dire di no anche quando è scomodo. Bill Clinton, ad esempio, voleva persone intelligenti nella stanza. Voleva ascoltare persone competenti ed esperte.
Trump, invece, privilegia la lealtà personale. Questo significa che non sempre riceve i consigli di cui avrebbe bisogno. Infatti, rispetto alla precedente amministrazione, io credo che in questo caso manchino dei veri e propri guard-rail capaci di frenare l’attivismo del presidente. E questo è un problema essenziale perché, nel momento di maggior difficoltà, ma anche nei momenti comuni e apparentemente banali, un presidente deve avere un Capo di Gabinetto e dei collaboratori disposti a guardarlo negli occhi e dirgli: «No, sta per commettere un errore». Se nessuno è disposto a farlo, gli errori diventano inevitabili e a pagarne il prezzo è il Paese.
-Quali sono i principali timori di un direttore della Cia?
La più grande paura di un direttore della CIA è essere colto di sorpresa, perché una falla nell’intelligence finisce inevitabilmente per esporre il Paese e il Presidente. La nostra responsabilità fondamentale è quindi impedire che ciò accada. Per questo occorre mantenere sempre lucidità, attenzione e concentrazione, cercando per quanto possibile di anticipare anche ciò che, per sua natura, sembra imprevedibile.
– Molte persone l’hanno definita un “former everything”. Se dovesse individuare un unico filo conduttore tra tutti i ruoli della sua carriera, quale sarebbe?
Lo spirito di servizio. Come figlio di immigrati, i miei genitori italiani mi insegnarono che era importante restituire qualcosa al Paese che ci aveva accolti. Ho portato questa convinzione in ogni incarico. Al Congresso la sfida era affrontare il deficit e arrivare al pareggio di bilancio. Come Capo di Gabinetto dovevo organizzare lo staff affinché servisse efficacemente il presidente nei momenti più difficili. Alla CIA dovevamo dare la caccia a bin Laden e portare a termine quella missione. Al Pentagono dovevamo mantenere le forze armate più forti del mondo e ampliare le opportunità di servizio per uomini e donne, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Ogni incarico presentava una sfida diversa, ma il criterio era sempre lo stesso: fare ciò che ritenevo necessario per rendere il Paese più forte e migliorare la vita degli americani. Seguire, in sostanza, la via del dovere per dare il più serio contributo possibile agli Stati Uniti.

-Lei ha ricoperto incarichi chiave sia sotto i repubblicani sia, ancora di più, con i democratici. Come giudica oggi i due partiti? E quanto sono diversi da quelli in cui ha creduto?
Sono molto preoccupato. A Washington assistiamo a una quasi totale paralisi della capacità dei due partiti e del presidente di lavorare insieme. Credo nell’esistenza di due partiti politici forti. È importante per la democrazia. Ho visto Washington nel suo momento migliore e nel suo momento peggiore, ma ho anche visto che può funzionare. Quando arrivai nella capitale e lavorai per un senatore repubblicano, Democratici e Repubblicani avevano differenze profonde, ma sulle grandi questioni collaboravano nell’interesse del Paese. Quando fui eletto al Congresso, lo Speaker Tip O’Neill, democratico, aveva un ottimo rapporto con il leader repubblicano Bob Michel. Certo, divergevano politicamente, ma erano convinti che governare significasse trovare soluzioni insieme. Oggi i partiti sono profondamente divisi, polarizzati e le grandi questioni restano irrisolte. Pensiamo alla questione migratoria. L’immigrazione richiederebbe una riforma complessiva negli Stati Uniti che entrambi i partiti non possono eludere. Ma ciò vale anche sui temi fiscali. Per quanto riguarda il bilancio, ad esempio, abbiamo ormai un debito di circa 40.000 miliardi di dollari. Quando lavoravo con il presidente Clinton contribuimmo prima al pareggio e poi a un surplus di bilancio. In passato Democratici e Repubblicani riuscivano generalmente a lavorare insieme per affrontare questi temi. Oggi nessuno vuole affrontare seriamente la disciplina fiscale. Lo stesso vale per la sanità, il costo della vita e le decisioni sulla guerra, sulle quali il Congresso dovrebbe esercitare il proprio ruolo costituzionale.
-Qual è secondo lei la maggiore minaccia per la sicurezza nazionale americana?
Credo che sia proprio la disfunzione politica di Washington e l’incapacità dei due partiti di governare. Quello che manca è la capacità di interpretare le necessità di una visione bipartisan sulle cose.
-Quel sistema politico basato sul mainstream appartiene definitivamente al passato oppure gli Stati Uniti possono ricostruirlo?
Dico spesso agli studenti del Panetta Institute che, in una democrazia, si governa attraverso la leadership oppure attraverso le crisi.
Se ci sono leader disposti ad assumersi rischi, prendere decisioni difficili e fare ciò che ritengono giusto, molte crisi possono essere evitate. Se manca quella leadership, si finisce per governare passando da una crisi all’altra. Negli ultimi quindici o vent’anni gli Stati Uniti hanno governato molto più attraverso le crisi che attraverso la leadership. Possiamo tornare a un sistema diverso, ma dobbiamo eleggere leader politici disposti a esercitare una forte leadership bipartisan e a collaborare per governare il Paese. Non eleggiamo qualcuno perché vada a Washington semplicemente a battere la scarpa sul tavolo. Lo dovremmo eleggere per governare. Spero quindi in un risveglio delle componenti pragmatiche e moderate, capaci di ritrovare le ragioni che uniscono rispetto a quelle che ci dividono. Ma al momento ciò non è facile.

-Questa polarizzazione, però, non riguarda solo il GOP ma anche i Democratici. Che cosa del trumpismo potrebbe sopravvivere a Trump, a destra come a sinistra, nella politica americana?
La cosa peggiore che possa accadere è che gli estremismi prendano il controllo di entrambi i partiti.
Gli estremisti oggi hanno preso il controllo del Partito Repubblicano e Donald Trump ne è il risultato. I Democratici devono evitare che accada la stessa cosa al loro partito. Questo Paese deve essere governato dal centro. È stato così in passato e così potrà continuare in futuro. Perché è lì che si trova la maggioranza degli americani. Gli americani a mio avviso non sono né di destra né di sinistra. Se si attraversano Stati repubblicani e democratici si scopre che le persone si preoccupano sostanzialmente delle stesse cose: avere un buon lavoro, garantire sicurezza alla propria famiglia, offrire una buona istruzione ai figli, avere accesso all’assistenza sanitaria, potersi permettere una casa e difendere le libertà e i diritti dei cittadini. Sono questi i problemi sui quali i due partiti dovrebbero collaborare. Invece oggi essi sono ossessionati dallo scontro politico e, mentre combattono tra loro, i problemi reali non vengono affrontati. È questo il pericolo per la nostra democrazia.
-Le elezioni di metà mandato si avvicinano e, secondo molti osservatori, i Repubblicani potrebbero perdere almeno una delle due Camere. Cosa potrà accadere?
Il popolo americano è profondamente insoddisfatto. Oltre il 70% degli americani non sostiene la guerra in Iran e molti sono preoccupati per le conseguenze sui prezzi del carburante, dei generi alimentari, sull’inflazione e sul costo della vita.
Il presidente viene ritenuto responsabile di molti di questi problemi e oggi è molto impopolare. Esiste quindi una possibilità concreta che i Democratici conquistino la Camera dei Rappresentanti. Hanno anche qualche possibilità al Senato, anche se sarà molto più difficile. Ma se avranno successo non potranno limitarsi a combattere Trump. Dovranno presentare una visione del Paese sui temi chiave quali sicurezza, economia forte e tutela delle libertà, dei diritti e delle garanzie costituzionali. Se si limiteranno solo a contrastare Trump o a sostituire a una visione estremista un’altra visione estremista, non ce la faranno.
-Lei è stato Segretario alla Difesa durante un periodo cruciale segnato dalla Primavera araba. Oggi come vede il ruolo americano nel mondo e in Medio Oriente?
Temo che la credibilità degli Stati Uniti sia stata gravemente danneggiata. Per ottant’anni, dalla fine della Seconda guerra mondiale, presidenti democratici e repubblicani hanno condiviso alcuni principi fondamentali: la difesa della leadership americana nel mondo; la costruzione di alleanze solide come la NATO; la costruzione di forze armate e di una diplomazia forti; e soprattutto l’opposizione ai tiranni. Questa amministrazione ha rovesciato gran parte di quell’impostazione e oggi l’America è più debole proprio mentre il mondo diventa più pericoloso. Putin ha invaso una democrazia sovrana, l’Ucraina. La Cina possiede un’enorme forza economica e sta investendo per diventare la principale potenza militare mondiale, esercitando pressione su Taiwan e sul Mar Cinese Meridionale. La Corea del Nord continua a sviluppare armi nucleari. L’Iran, dopo questa guerra, potrebbe diventare ancora più intransigente e destabilizzante. A tutto questo si aggiungono terrorismo ed estremismi. Gli Stati Uniti devono tornare a esercitare una forte leadership globale, rafforzare le alleanze e opporsi agli autocrati.
-Parliamo della NATO allora. Di fronte ai cambiamenti portati dal vertice di Ankara stiamo assistendo all’inizio di una nuova divisione delle responsabilità o un segnale di disimpegno americano?
La NATO è una delle alleanze più importanti costruite dopo la Seconda guerra mondiale. Nacque sotto Harry Truman per unire Europa e Stati Uniti di fronte all’Unione Sovietica. Dopo l’11 settembre gli alleati si schierarono al fianco degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo. Credo profondamente nell’Alleanza Atlantica e ritengo che gli Stati Uniti debbano mantenere una relazione molto forte con la NATO. Dobbiamo rendere chiaro a Putin che non avrà successo in Ucraina. Gli ucraini hanno combattuto con grande coraggio e hanno dimostrato straordinaria determinazione. Gli Stati Uniti devono continuare a fornire armi, sistemi di difesa aerea e tutto il sostegno necessario. Il messaggio deve essere inequivocabile: non permetteremo a Putin di vincere questa guerra.

-Ma in questo ordine mondiale che futuro hanno queste alleanze? Studiosi come Charles Kupchan e Sergio Vento hanno sostenuto che il futuro ordine internazionale potrebbe dipendere sempre più da alleanze regionali maggiormente autonome ma coordinate tra loro. Può diventare un modello sostenibile?
Dobbiamo garantire una forte sicurezza contro chi minaccia le democrazie. Nonostante i messaggi contraddittori del presidente, credo che nel Congresso americano, tra Repubblicani e Democratici, esista ancora la consapevolezza che gli Stati Uniti debbano esercitare una leadership mondiale e abbiano bisogno di alleanze forti. Questo presidente non resterà in carica per sempre. Altri presidenti torneranno, credo, ai principi fondamentali che hanno tradizionalmente guidato la politica estera americana. Nel frattempo l’Europa ha la responsabilità di provvedere maggiormente alla propria sicurezza. Sta già iniziando a farlo. I Paesi europei stanno collaborando più strettamente e questo è molto positivo. Anche perché ormai essa è una necessità. La lezione della Seconda guerra mondiale è che le democrazie devono essere capaci di unirsi quando vengono minacciate dai tiranni. Vale anche nel XXI secolo.
-Però oggi il rapporto tra alleati non è facile. Quest’anno vi è stato uno scontro tra Giorgia Meloni e il presidente Trump. Come valuta l’Italia di Meloni?
Credo che Meloni abbia esercitato una leadership forte per l’Italia. Non sono d’accordo con tutto ciò che ha fatto, ma riconosco quella leadership. Crede nell’importanza di sostenere l’Ucraina e la NATO. Ho sempre pensato che l’Italia dovesse essere un alleato forte degli Stati Uniti. Per questo mi preoccupa quando il presidente americano attacca un alleato come l’Italia o il suo leader. Questo è un momento in cui Stati Uniti, Italia e partner europei dovrebbero lavorare insieme per garantire la sicurezza internazionale. Attaccando gli alleati, un presidente finisce per indebolire sé stesso. Indipendentemente dal comportamento di Trump, credo che l’Italia debba esercitare una leadership forte all’interno dell’Europa e mantenere una posizione ferma nei confronti di Putin.
-Come si aspetta che evolverà la rivalità tra Cina e Stati Uniti e quale futuro prevede per le relazioni tra queste due grandi potenze?
Quando si ha a che fare con Russia, Cina, Corea del Nord o Iran bisogna partire da una posizione di forza, non di debolezza. Con la Cina dobbiamo definire chiaramente alcune linee. Pechino deve sapere che non può invadere Taiwan e che gli Stati Uniti sosterranno Taiwan. Non può neppure assumere il controllo del Mar Cinese Meridionale, dove la comunità internazionale deve conservare libertà di navigazione. Ma è altrettanto importante mantenere aperto il dialogo. La Cina possiede un’economia enorme, investe massicciamente nelle nuove tecnologie ed è un attore centrale anche nel cyberspazio. Dobbiamo quindi discutere di economia, sicurezza e tecnologia e trovare forme di cooperazione che aiutino entrambi i Paesi a preservare la pace. Perché questo avvenga deve esistere fiducia tra il presidente degli Stati Uniti e il presidente Xi. La Cina può essere un avversario e può rappresentare una minaccia, ma credo che anche Pechino comprenda i rischi di uno scontro incontrollato. Sono quindi moderatamente fiducioso. Se riusciremo a mantenere un dialogo serio, Stati Uniti e Cina potranno continuare a competere senza rinunciare a trovare settori nei quali collaborare. –
–Torniamo a Lei ora. È stato molto amico di James Gandolfini, conosciuto soprattutto per I Soprano. Come ricorda quel rapporto?
James Gandolfini era un amico e un grande attore. Mi cercò dopo avermi interpretato in Zero Dark Thirty, cosa che per me fu un grande onore. Gli dissi che ero contento che un italiano mi avesse interpretato, parolacce comprese.
Ridemmo del fatto che anche i duri possono avere un cuore d’oro. Lui ce l’aveva.
-Penso proprio ai Soprano. Per decenni gli italoamericani hanno combattuto contro l’immagine semplicistica che li associava al gangsterismo. Come ha vissuto lei la sua identità italoamericana e questi pregiudizi?
Credo profondamente che l’America sia una terra di immigrati e che gli italiani, come gli altri, avessero il diritto di costruirsi un futuro in questo Paese. La Statua della Libertà rappresenta bene ciò che l’America dovrebbe significare: dare alle persone provenienti da ogni parte del mondo la possibilità di venire qui, avere successo ed entrare a far parte del Paese. È ciò che fecero i miei genitori. Arrivarono come milioni di altri immigrati, lavorarono duramente e credevano profondamente nell’America. Non ho mai dimenticato quell’eredità italiana. Sono tornato in Calabria, nei luoghi da cui provenivano i miei genitori, e ho incontrato la famiglia. Mio nonno, il mio nonnu, contribuì a crescermi e quindi ho sempre avuto una forte consapevolezza delle mie origini. Sono orgoglioso degli italiani che sono venuti negli Stati Uniti e hanno avuto successo nello spettacolo, nell’economia, nelle forze armate, nel servizio pubblico, negli affari e nelle loro comunità. Una volta un mio cugino in Italia mi chiese: «Tu sei americano o sei italiano?». Gli risposi: «Tutte e due. Io sono italiano, ma sono anche americano». Conoscere le proprie origini può aiutare a essere americani migliori. Ho quindi vissuto sempre la mia identità in questo senso, come tanti italoamericani che si sono fatti strada in questo Paese smentendo pregiudizi o prevenzioni con fatica e perseveranza.
-C’è un libro o un film che considera l’opera che più di ogni altra ha segnato la sua vita?
Ho letto molti libri sulla Rivoluzione americana. Sono trascorsi 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza e continuo a trovare ispirazione nelle opere su George Washington, Thomas Jefferson, Alexander Hamilton e gli altri protagonisti della fondazione degli Stati Uniti. Per chi si occupa di servizio pubblico, conoscere i Padri Fondatori rimane importante. Quindi credo soprattutto questi testi, perché mi hanno indicato cosa vuol dire veramente la democrazia e la politica in America.
-E un romanzo?
Penso a John Steinbeck, che proviene dalla mia stessa zona. I suoi libri raccontano la lotta delle persone per sopravvivere, migliorare la propria condizione e costruirsi una vita. Per questo li considero profondamente legati all’idea del sogno americano. Forse La valle dell’Eden o Furore.
-Qual è stata la figura politica più importante che ha incontrato nel corso della sua carriera, almeno sul piano personale?
Ho avuto l’opportunità di lavorare con molti ottimi leader a Washington e, più in generale, in tutto il mondo. Ma ricordo sempre l’opportunità che ebbi di incontrare Dwight Eisenhower dopo la fine della sua presidenza. Un senatore per il quale lavoravo mi portò a Gettysburg e lì ebbi la possibilità di incontrare l’ex presidente Eisenhower. Non l’ho mai dimenticato. Perché rappresentava un esempio di quel tipo di leadership che fu fondamentale per il nostro Paese, tanto in guerra quanto in pace, per proteggere e garantire la nostra democrazia. Ha sempre rappresentato quel tipo di qualità della leadership che, secondo me, i leader devono possedere: comprendere che sono servitori del popolo, non il contrario. Sono servitori del popolo. E devono fare ciò che è giusto per il nostro Paese. Perché questo è ciò che l’America dovrebbe rappresentare.