OGGETTO: L’Inghilterra è di nuovo Albione
DATA: 11 Maggio 2021
SEZIONE: inEvidenza
Dopo la Brexit, Boris Johnson disegna la Global Strategy del Paese, vale a dire una nuova proiezione imperiale.
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Il messaggio che è passato è laconico. L’Inghilterra si muove meglio al di fuori dei meccanismi burocratici e contabili dell’altissima austerità, e questo è un punto a favore di Londra e del suo Impero, sia esterno, che interno, che per tradizione ricopre un ruolo mercantilista di eccellenza, sin dalla fondazione della sua prima grande multinazionale, la Compagnia delle Indie Orientali. Il ghiotto mercato dell’Indopacifico, strettamente collegato alle Isole del Sud Est Asiatico, sembrerebbe, da come evidenzia il Rapporto Integrato di Sicurezza, Difesa, Sviluppo e Politica estera, uno dei principali obbiettivi da raggiungere. Tale mercato rappresenta il 17,5% dello scambio globale britannico e il 10% degli investimenti diretti esteri verso l’interno del paese. È proprio tramite questa presenza commerciale che Londra mira ad estendere la sua influenza sino al tavolo dell’ASEAN, adattandosi all’equilibrio di poteri già esistenti sia su scala locale che globale. È chiaro che nei prossimi anni la crescita dell’economia mondiale sarà trainata da quella Cinese, e Boris Johnson non vuole farsi scappare quest’occasione, date le potenzialità del sistema finanziario del Regno Unito, le cui ramificazioni spaziano dai Caraibi, al mediterraneo, all’Indo Pacifico appunto. Impossibile per il Premier, e per la potentissima City di London, non flirtare con l’accattivante mercato asiatico, creando uno specchio orientale di ciò che già accade ad occidente con la potenza militare  statunitense, sulle calde e soleggiate spiagge caraibiche, i Territori d’Oltremare di Sua Maestà.

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Nell’Integrated Review l’amicizia con gli Stati Uniti viene millantata così tanto da uniformare di fatto gli obbiettivi strategici inglesi con quelli di Washington. Johnson fa gli interessi degli Stati Uniti d’America dove questi fanno comodo al proprio paese. La crisi epidemiologica che imperversa in India e che si somma alle tensioni tra il popolo indù e quello musulmano, aprono di fatto un crinale per Stati Uniti e Inghilterra sull’ex colonia britannica per eccellenza, proprio come fu per Parigi e Londra, su fronti opposti durante la Guerra di Secessione Austriaca nel XVIII secolo, quando il loro successo nella rivoluzione industriale e militare loro rendeva di fatto gli unici due paesi in grado di combattere oltremare, nella lontana India. Le due corone si inserirono nel continente durante il caos politico che scoppiò quando l’imperatore Moghul Aurangzeb (1658-1707) si inimicò i sudditi indù, cercando di imporre leggi e costumi islamici. I predoni Marathi fondarono allora uno stato nel Deccan occidentale. Gli eredi di Aurangzeb non riuscirono a controllare la situazione, complicata da un’invasione persiana nel 1750 e dalle successive e terribili incursioni dei popoli afghani, sempre da nord. In questo contesto turbolento, l’Inghilterra vantava un avamposto a Madras, e i francesi uno a Pondicherry. Quando i francesi si lasciarono coinvolgere dalle guerre di successione del Carnatico, i britannici ne approfittarono, cavalcando un’onda che li portò molto lontano, realizzando un’impresa altrimenti impossibile, il dominio militare di un continente. Le condizioni di oggi sono naturalmente differenti, ma il passo falso delle grandi potenze è dietro l’angolo in situazioni di estrema instabilità

Chiusa questa larga, ma inevitabile parentesi sull’India, è opportuno ricordare che l’agenda di Johnson non sia limitata affatto all’Indopacifico, bensì spazi come detto prima, a tutti gli stati del Commonwealth e delle ex colonie formalmente indipendenti, ma finanziariamente legate alla Corona. La trasformazione del “Foreign Office” in “Foreign, Commonwealth and Development Office” segna indissolubilmente il legame tra la prosperità dell’Impero interno a quello esterno ai confini della madrepatria. L’istituzione del Global Talent Visa punta ad attirare studenti e ricercatori da tutto il mondo, assicurando percorsi di formazione sia scientifica che politica d’eccellenza mondiale. Sempre nel Rapporto è evidente come l’Inghilterra voglia allo stesso tempo diventare uno dei punti di riferimento per le comunità LGBTQ+, per le Società Aperte, attirando a sè per quanto possibile capitale estero da investire nella ricerca scientifica, così da trasformare il paese in una Potenza scientifica militare in grado di affrontare con “Resilienza” (termine che appare con insistenza nel documento) le prossime pandemie. E’ proprio nell’impronta “global” che la nuova Britannia intende lasciare che si collocano i nuovi strumenti di potere d’oltre mare e di fascinazione globale per il mantenimento di influenze esterne ai confini. Il Global Partnership for Education with Kenyane è un esempio:

“Girls’ education: we will continue our efforts to ensure all girls have at least 12 years of quality education and to get 40 million more girls in developing countries into school by 2025, using our aid spending and presidency – with Kenya – of the Global Partnership for Education summit in 2021.”

Dal documento The Integrated Review of Security, Defence, Development and Foreign Policy

La strategia della Global England è eclettica e sfrutta anche la Chiesa Anglicana del Vescovo Truro per di tutelare la libertà di religione nei luoghi di particolare tensione. È infatti fissata al 2022 la conferenza ministeriale internazionale per implementare strategia di tutela di religione o credo (FoRB). Questo va a sommarsi con il partenariato strategico con il Kenya stesso, la collaborazione con il Sud Africa, la Nigeria,  l’Etiopia, il Ghana, l’Oman “in particular to further our shared prosperity goals, our democratic values and our security interests” naturalmente. Il pivot Etiopia è una casella sempre più pesante nella partita a scacchi con la Cina in Africa, in quanto l’interesse inglese verso Addis Abeba è chiaramente finalizzato al contenimento di Pechino, il quale vanta il dominio economico e di presidio a Djibouti sul Mar Rosso, pedina che nella storia del dominio dell’Oceano Indiano, insieme ad Hormuz presso il Golfo Persico, ha sempre rappresentato fisicamente una posizione di egemonia tattica sulle rotte da percorrere. Sin dalle prime fortificazioni portoghesi e poi spagnole, a partire dal XV secolo, l’occidente e l’Impero Ottomano si contesero a suon di cannonate quelle roccaforti. Prevedere scontri diretti nel breve periodo tra grandi potenze nei mari dell’Oceano Indiano sarebbe una previsione strampalata, ma è sintomatico di un avvicinamento dei fronti. L’interesse in Nigeria affonda anch’esso le radici nella storia della corsa all’Africa, dell’imperialismo e i progressi della medicina. Lo sviluppo della profilassi chinica verso gli anni trenta del XIX secolo diede il via alla risalita del fiume Niger da parte di numerosi avventurieri britannici armati fino ai denti, finalmente in grado di curarsi dalla febbre gialla, prima di allora vera e propria barriera biologica al continente nero. Come ricorda Ryan Evans dalle colonne di War on The Rocks, però, non bisogna però pensare,  in commento al documento in questione, che la Gran Bretagna abbia intenzione di iniziare una diplomazia della cannoniera. Nonostante la revisione del bilancio delle spese militari sia notevole – circa 33 miliardi di sterline nei prossimi quattro anni – non sono specificati i dettagli sufficienti a comprendere nel complesso il piano di spesa, a parte la sostituzione dei sottomarini nucleari e il mantenimento delle spese in armi nucleari a fini deterrenti e difensivi. Viene anche citata in bilancio la Royal Air Force, che verrà naturalmente modernizzata e arricchita di F-35 Statunitensi, che sorvoleranno le ZEE sino all’isola di Man nell’Atlantico per contenere la Russia, contando sull’appoggio delle Repubbliche Baltiche, la Norvegia e la Svezia, consolidando il ruolo di guardia di ferro sul varco del Giuk. 

L’incremento della spesa militare, almeno nel breve periodo è finalizzata ad incrementare la sicurezza dei confini dell’Impero interno, compresa la traballante Scozia della Sturgeon, che però non ha raggiunto la tanto agognata maggioranza assoluta necessaria per il referendum, e l’esplosiva Irlanda del Nord, la cui faglia fiscale creata dalla Brexit ha riaperto pericolosamente la ferita infetta che il Good Friday Agreement del ‘98 era riuscito a tamponare, almeno provvisoriamente. Ora che Joe Biden è al potere la questione è di rilevanza cogente per Johnson, in quanto il Presidente è di chiarissime origini irlandesi, e come fa notare Dario Fabbri dall’analisi su Limes, l’opinione pubblica statunitense insieme a quella di Biden stesso, sembra essere favorevole all’indipendenza dell’Irlanda del Nord. La stabilità del Regno Unito per la sicurezza dell’Europa è fondamentale, anche vista la situazione esplosiva che tiene la Francia in bilico tra il disordine e la guerra civile. Staremo a vedere quanto gli Stati Uniti peseranno nella decisione o meno di una Scozia nell’Ue e di un’eventuale riunificazione delle due Irlande. Boris Johnson ha comunque consolidato, alle elezioni di pochi giorni fa, l’egemonia su scala locale dei Conservatori, tranne che per la città di Londra, il cui sindaco laburista Sadiq Khan è stato rieletto. Pensare che gli States possano permettersi pressioni eccessive per dividere internamente il Regno Unito sarebbe però un’ipotesi azzardata, in quanto i Territori d’Oltre Mare di Sua Maestà sono l’avamposto finanziario più importante del mondo, i cui grandi protagonisti sono proprio Usa e Uk. Le esportazioni di servizi finanziari di matrice londinese, e in particolare della City di Londra, sono probabilmente l’arma più potente che il Regno Unito possieda. Basti pensare che probabilmente il 90% dei prestiti finanziari proviene da questa rete finanziaria, e che vanta migliaia di prolungamenti in tutto il mondo. Le più grandi società di consulenza finanziaria come KPMG, EY (Ernst & Young, il cui presidente dell’appendice italiana è niente di meno che Massimo D’Alema) Mapeley Steps, ecc. hanno sede in queste isole. 

Vale la pena ricordare che una di queste isole, l’isola di Jersey, è una delle più importanti roccaforti finanziarie dell’Inghilterra, seppur formalmente indipendente, e qualche giorno fa è stata al centro di una dimostrazione muscolare tra la Marina Britannica nei confronti dei pescherecci francesi, in tutela alla ZEE che la circonda. Questa è la carta fondamentale della Global Strategy attraverso la quale il Regno Unito farà valere le proprie opinioni di fronte agli Stati Uniti e all’Unione Europea nei prossimi attriti diplomatici.


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