Capire Boris Johnson

La Svezia ha, invece, deciso di seguire la teoria dell’immunità di gregge, ma poco se ne legge in Italia, e non ci risulta che gli intellettuali italiani si siano lanciati in copiosi insulti verso il Primo Ministro svedese.
La Svezia ha, invece, deciso di seguire la teoria dell’immunità di gregge, ma poco se ne legge in Italia, e non ci risulta che gli intellettuali italiani si siano lanciati in copiosi insulti verso il Primo Ministro svedese.

Scriviamo da Londra, in una fredda giornata grigia. Fuori dalla finestra del salotto, un parco semi deserto con qualche padre che gioca a tennis col figlio. Alcuni corrono, in molti girano in bicicletta e qualcuno indossa la mascherina per fare il giro dell’isolato. Da buoni italiani stiamo a casa, forse anche per la pressione psicologica che la famiglia trasmette quotidianamente, eppure, ancora una volta, l’atteggiamento con cui questo Paese sta affrontando la crisi pone dei confronti obbligatori tra le due nazioni, l’Italia, e il Regno Unito. I giornali italiani si sono lanciati in un’invettiva senza precedenti contro Boris Johnson e la gestione britannica dell’emergenza coronavirus, che fa alquanto sorridere, se non indurre a pensare che l’agenda politica di regime, enfatizzata da una stampa non libera, abbia solo un obiettivo: tenere buone le masse italiche per evitare che la pessima gestione europea della crisi spinga gli italiani a guardare oltre Manica. Del resto, agli italiani sono state raccontate molte frottole in materia, anche se forse qualcuno alla fine si è reso conto che gli inglesi – contrariamente a quanto per tre anni di negoziato i giornali dicevano – non hanno cambiato idea! Anzi, la maggioranza che Boris ha avuto alle elezioni gli dà uno dei consensi personali più forti della storia britannica.

Il governo di Sua Maestà sta affrontando in maniera estremamente seria l’emergenza con una strategia ben chiara: contenere e ritardare l’inevitabile scoppio del picco di modo da permettere al sistema sanitario nazionale di affrontare la fase di massima diffusione del virus nel miglior modo possibile e garantire a tutti le cure necessarie. Tuttavia, Boris Johnson non ha nascosto la gravità della situazione ed ha invitato la popolazione a preparasi al peggio. Un realismo che i benpensanti nostrani hanno pensato di trasformare in un “j’accuse” sproporzionato e fuori luogo per farlo apparire come un mostro insensibile. L’astio della stampa italiana nei suoi confronti, che ha raggiunto livelli davvero biechi nel momento in cui Downing Street ha annunciato la positività di Boris al Covid-19, è emerso chiaramente dall’accanimento mediatico contro il Regno Unito sulla faccenda dell’immunità di gregge. Il Regno Unito, infatti, non ha mai annunciato di voler seguire la teoria dell’immunità di gregge come confermato dal Ministro della Salute Matt Hancock e, per quanto possa sorprendere il manipolato lettore italiano, Johnson non ne ha mai fatto menzione. E’ stato bensì Sir Patrick Vallance, Chief Scientific Adviser e Head of Government Science and Engineering che, durante la conferenza stampa del 12 marzo, mentre spiegava le tre fasi di contrasto al virus (tra l’altro con più di un riferimento alla curva italiana) ha ad un certo punto detto che l’avanzata del virus era di per sé inarrestabile, ed in realtà “not even desirable because you want some immunity in the population to protect ourselves in the future”. Su questo la stampa italiana ha ricamato pizzi pregiati, tralasciando di informare l’opinione pubblica italiana che tutto il resto del discorso era incentrato a delineare le varie fasi che hanno aperto la strada al progressivo e preannunciato lockdown del Paese, sulla base di un modello scientifico pubblicato dall’Imperial College, disponibile e consultabile online. Ironicamente molto criticato dagli svedesi! La Svezia ha, invece, deciso di seguire la teoria dell’immunità di gregge, ma poco se ne legge in Italia, e non ci risulta che gli intellettuali italiani si siano lanciati in copiosi insulti verso il Primo Ministro svedese. Di Svezia poco si parla e sempre e solo con rispetto, anche oggi. Una disparità di trattamento evidente ed alquanto inopportuna, se non si dimenticasse che la socialdemocrazia svedese ed il suo Primo Ministro rappresentano l’orgasmo negato di molti “intellettuali” e politicanti italiani che detestano la Brexit più di quanto amino la verità.

Mentre invitiamo tutti a sentire con le proprie orecchie la già menzionata conferenza stampa tenuta dal PM e dai suoi collaboratori medico-scientifici (attenzione, civil servants, non politici conservatori!) giovedì 12 marzo, vorremmo ricordare alcuni punti importanti. Il Regno Unito è ancora indietro nello svolgimento della “curva” e questo dà alcune settimane di fiato al governo nella preparazione ad affrontare la crisi. Ciononostante, il Tesoro e la Banca d’Inghilterra hanno annunciato misure straordinarie di sostegno all’economia in maniera preventiva (11 marzo, praticamente in parallelo alla blindatura dell’Italia). Un piano coordinato di dimensioni epocali che ha visto pressoché contemporaneamente un taglio dei tassi allo 0.1%, l’incremento del QE per £200 milardi e la riduzione a zero del countercyclical capital buffer, unitamente alla previsione di 350 miliardi di sterline all’economia. Per la prima volta nella storia un governo conservatore ha programmato l’intervento diretto dello Stato nel pagamento degli stipendi del settore privato (a patto che i

datori di lavoro non licenzino i dipendenti) fino ad un tetto massimo dell’80% del salario per un valore pari fino a £2,500.00. La chiusura dei locali pubblici e le misure di distanziamento sociale introdotte venerdì 19 marzo hanno confermato l’impegno del governo alla riduzione della diffusione del virus, nel rispetto del principio della proporzionalità della risposta al rischio effettivo. Perché è la scienza, non il panico, a dover guidare l’azione di uno Stato. Senza menzionare la predisposizione della costruzione di tre nuovi ospedali dedicati solo al coronavirus (Londra, con ben 4mila letti, Manchester e Birmingham), ed una forte spinta ad accelerare ed aumentare la quantità di test giornalieri. Sorprende che la stampa italiana critichi questo approccio quando in Italia si è passati da una ridicolizzazione del problema (è solo un’influenza!) agli aperitivi a Chinatown fino all’odierna auto flagellazione. Un atteggiamento quantomeno bipolare, visto che nel Regno Unito si è pensato fin da subito a tracciare tutte le persone che tornavano dalla Cina e a prepararsi con le predisposizione mediatica di come gestire l’home-care e tenere libero il sistema sanitario per le emergenze più gravi quando avverranno. Il 22 marzo Johnson ha annunciato ulteriori misure di isolamento forzato per le categorie a rischio (12 settimane!), ma il governo non sta al momento bloccando

nessuna attività se non che la vita sociale nonostante già da due settimana abbia invitato le aziende allo smart working dove possibile. Il 23 marzo sono state annunciate misure più restrittive. Il Parlamento di Westminster ha, infatti, votato il passaggio del COVID-19 Bill, legislazione che autorizza, tra le varie misure, il governo ad imporre misure coercitive per limitare la libertà personale ove necessario. Fin dall’inizio Boris aveva annunciato – senza entrare nei dettagli – un timetable di azione per adottare miusure sempre più restrittive suggerendo che l’adozione di queste ultime si sarebbe basata su un timing di azione proporzionato al diffondersi del virus. Numeri alla mano, il lockdown in questo paese è arrivato prima che in Italia, se paragonato ai dati di diffusione del virus. Per quanto la stampa italiana “dimentichi” molti fatti, la popolarità di Johnson nel Regno Unito è dimostrata dalla pubblicazione di un sondaggio effettuato dal ben noto YouGov del 24 marzo che riporta che il 93% dei britannici approva la strategia del Primo Ministro. Una luna di miele con l’opinione pubblica che sarà probabilmente difficile da mantenere nel lungo periodo, ma che certamente dimostra l’unità del paese (merito anche di un’opposizione che ha deciso di non speculare sull’emergenza sanitaria per profitti politici, anche se già si intravede che lo scontro politico si riaprirà a brevissimo sulla questione del testing) davanti ad una sfida così grande come quella del coronavirus.

Quello che preoccupa per l’Italia, oltre al suo essere intrappolata nel sistema degli egoismi europei, è l’avviamento da parte del suo stesso governo di un programma di suicidio economico senza pensare che le conseguenze saranno pagate per anni da almeno quel 97% della popolazione che sopravviverà a questa immane sciagura che nessun governo può ormai evitare e nemmeno più significativamente contenere. I politici italiani, di tutti gli schieramenti, pensano solo a non essere ritenuti responsabili dell’ecatombe umana ed hanno completamente perso di vista la gestione geo-politica ed economica della crisi in atto. Non perché chi scrive creda ai complotti. Le epidemie sono sempre esistite e sempre esisteranno, ma gli Stati e le persone si troveranno a prendere delle decisioni da cui dipenderà il proprio destino. Non è folle l’invito a pensare all’economia. L’economia deve ripartire, ed al più presto! Basti pensare che oggi, 2 aprile 2020, la Germania ha rimosso il divieto di ingresso dei lavoratori stagionali dovuto al COVID-19 cedendo alle pressioni delle lobby agricole.

Nello stesso Regno Unito, nonostante il lockdown, la vita va avanti, con tutte le precauzioni possibili in essere (almeno fino a nuovo ordine). Con il risultato che le strade sono semi deserte ma il paese è attivo. Sembriamo tutti aver dimenticato che i nostri bisnonni continuarono a combattere la Grande Guerra durante la diffusione della Spagnola: altro che ritirata! Da questa crisi dovremmo imparare una lezione fondamentale: andare avanti. Non abbiamo bisogno di auto distruggerci più di quanto necessario e i nostri governanti dovrebbero sentirsi l’obbligo morale di pensare alle generazioni future oltreché quello di salvare chi ha bisogno di aiuto. Il trade off é difficilissimo e richiede qualità di leadership che scarseggiano pressoché ovunque ma la sostenibilità di uno shut-down generale non è di lunga durata. Prima o poi finirà comunque, volenti o nolenti, con la teoria dell’immunità di gregge, perché è così che l’esperienza storica ci insegna, nell’attesa che un vaccino anticipi i tempi di risoluzione dell’emergenza. Quello che è certo è che il coronavirus segna la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Chi vincerà la guerra al Covid-19 scriverà le regole del nuovo secolo.

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