Alla vigilia della Festa del Trono, il re del Marocco Mohammed VI ha concesso la grazia o una riduzione della pena a 1.788 persone. Nelle ore successive, decine di migliaia di persone di persone, in larga parte giovani uomini, hanno attraversato in massa la frontiera di Ceuta, provocando disordini, incendiando veicoli e tentando anche di forzare l’accesso alle abitazioni di alcuni residenti spagnoli. Nonostante i rientri forzati, e mentre il Ministero dell’Interno spagnolo parla di “normalità quasi raggiunta”, migliaia di stranieri vagano ancora per Ceuta, reportage sul campo descrivono una realtà ancora profondamente instabile.
Ceuta e Melilla, territori spagnoli e parti integranti dell’Unione europea, costituiscono l’unico confine terrestre tra l’UE e il continente africano. La sua importanza non deriva soltanto dalla collocazione geografica: rappresenta una posizione avanzata dalla quale la Spagna deve esercitare sorveglianza, controllo e deterrenza sulla sponda meridionale dello Stretto. Su questo fianco, Madrid non difende soltanto una propria frontiera nazionale, ma presidia una parte del perimetro esterno dell’intero continente. Ceuta occupa una posizione strategica sulla sponda meridionale dello Stretto di Gibilterra, nel punto di passaggio tra Mediterraneo e Atlantico. Il fatto che circa 50.000 persone abbiano potuto entrare in due giorni in una città di circa 85.000 abitanti dimostra quanto rapidamente una pressione concentrata possa alterare gli equilibri territoriali e costringere uno Stato europeo a reagire in condizioni di emergenza.
Il fatto che Ceuta si trovi geograficamente nel continente africano e confini con il Marocco non rende quanto vi accade estraneo all’Europa. Al contrario, proprio perché si tratta di territorio spagnolo ed europeo collocato sulla sponda africana, ogni perdita di controllo della sua frontiera riguarda direttamente l’intero continente. Mantenere quel confine sicuro costituisce quindi una responsabilità strategica della Spagna verso tutti gli Stati europei, perché un cedimento a Ceuta non resterebbe confinato alla popolazione locale, ma inciderebbe sulla sicurezza comune. Madrid ha dunque la responsabilità di proteggere quel tratto di frontiera anche per conto degli altri membri dell’Unione.
Perdere stabilmente la capacità di controllare quella linea difensiva significherebbe dimostrare che una frontiera europea può essere travolta attraverso la pressione di massa. Il punto di non ritorno, ammesso che non sia già stato oltrepassato, sarebbe raggiunto nel momento in cui non fossero più le autorità spagnole a decidere chi può entrare nel territorio europeo, ma la capacità di gruppi organizzati di forzare il passaggio.
L’ondata migratoria è coincisa con una nuova fase di tensione tra Madrid e Rabat. Per comprenderne il significato occorre partire dalla rivalità tra Marocco e Algeria. I due Paesi competono per l’influenza nel Maghreb e si trovano su fronti opposti nella questione del Sahara Occidentale: Rabat considera quel territorio parte integrante del Marocco, mentre Algeri sostiene il Fronte Polisario, che ne rivendica l’indipendenza.
La Spagna non ha formalmente scelto l’Algeria contro il Marocco, ma ha cercato di mantenere aperti entrambi i rapporti. Il 20 luglio Pedro Sánchez si è però recato ad Algeri, ha definito l’Algeria un «partner strategico» e ha annunciato il rafforzamento della cooperazione politica, energetica, migratoria e antiterrorismo. Per Rabat, vedere Madrid riavvicinarsi al proprio principale rivale regionale non rappresenta un gesto neutrale, ma il possibile rafforzamento dell’influenza algerina nel Maghreb e nel Mediterraneo occidentale.
Tre giorni dopo, la Commissione Giustizia del Congresso spagnolo ha approvato una proposta presentata da Sumar, la coalizione progressista che governa insieme al Partito Socialista di Pedro Sánchez, per concedere la cittadinanza spagnola ai saharawi nati quando il Sahara Occidentale era ancora amministrato dalla Spagna. La misura non equivale formalmente al riconoscimento di uno Stato saharawi, ma attribuisce a quella popolazione una specifica continuità storica e politica distinta da quella marocchina. La sensibilità del provvedimento è dimostrata dal tentativo del PSOE, il partito di Sánchez, di eliminare dal testo i riferimenti al «popolo saharawi», così da attenuarne la portata politica e renderlo meno irritante agli occhi di Rabat, pur governando insieme a Sumar, che aveva promosso l’iniziativa. Per il Marocco, che considera il Sahara Occidentale parte integrante del Regno, un simile passo mette inevitabilmente in discussione la narrazione secondo cui quel territorio e la sua popolazione appartengono integralmente e definitivamente al Marocco.
Tradotto: Madrid si riavvicina all’Algeria e, quasi contemporaneamente, una commissione del Congresso spagnolo compie un passo favorevole ai saharawi. Il Marocco percepisce entrambe le iniziative come contrarie ai propri interessi e possiede uno strumento immediato per esercitare pressione sulla Spagna: il controllo del proprio lato della frontiera di Ceuta. Rabat può ricordare a Madrid che la sicurezza di quel territorio dipende in larga misura dai rapporti con il Marocco.
Il precedente del 2021 chiarisce il metodo. Quando la Spagna accolse per cure mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, senza informare preventivamente Rabat, il Marocco considerò la decisione un atto ostile, poiché il Polisario contesta la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. In risposta, le autorità marocchine allentarono i controlli e oltre 8.000 persone entrarono a Ceuta. La manovra fu ampiamente interpretata come una rappresaglia politica contro Madrid. Nessuna dichiarazione di guerra e nessun attacco convenzionale: fu sufficiente sospendere temporaneamente il contenimento dei flussi per travolgere la frontiera spagnola e costringere il governo a pagare un prezzo per una decisione sgradita a Rabat.
È precisamente questa la leva che il Marocco potrebbe aver utilizzato ancora una volta. Rabat reagisce secondo una logica di potenza: se la Spagna rafforza il principale rivale marocchino e interviene sulla questione saharawi, il controllo dei flussi diventa uno strumento per ricattarla, destabilizzare Ceuta e ricordarle quanto sia vulnerabile dalla dipendenza con il Marocco.
La vulnerabilità spagnola, tuttavia, non riguarda soltanto il rapporto con Rabat. Nel 2019 il figlio del primo ministro israeliano pubblicò una mappa dei territori spagnoli in Nord Africa, invitando arabi e musulmani a cominciare da Ceuta e Melilla la liberazione delle presunte «terre islamiche occupate». Tali parole provenivano dall’interno della famiglia politica al potere e collegavano apertamente la vulnerabilità territoriale della Spagna al suo sostegno alla causa palestinese. Trattarle come un episodio irrilevante significherebbe ignorarne il significato politico.

Esiste infatti una convergenza di interessi che Madrid non può permettersi di ignorare. Il Marocco rivendica Ceuta e Melilla, Israele ha costruito con Rabat una cooperazione strategica sempre più stretta e Washington ha riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Allo stesso tempo, il governo Sánchez è entrato in aperto conflitto politico con Israele sulle guerre di Gaza e del Libano e sulla questione palestinese. In questo quadro, la vulnerabilità spagnola può diventare uno strumento di pressione anche senza l’esistenza di una regia unica o di un accordo formalmente dichiarato. È sufficiente che attori diversi comprendano come colpire la Spagna attraverso le sue dipendenze, le sue divisioni e la fragilità dei suoi territori nordafricani. Ognuno può agire per conto proprio, ma il risultato resta lo stesso: Madrid viene sottoposta a pressioni sempre maggiori e perde progressivamente la capacità di decidere in autonomia.
La Spagna è anzitutto vittima di sé stessa, perché ha indebolito la deterrenza, subordinato il controllo territoriale all’ideologia e affidato la sicurezza delle proprie frontiere alla collaborazione di Stati che perseguono interessi differenti dai suoi. Ma lo diventa anche di attori che non si muovono secondo le categorie morali e formalizzate con cui l’Occidente continua a interpretare la politica internazionale, pretendendo al tempo stesso che il resto del mondo vi si conformi. La migrazione diventa così un’arma asimmetrica. Destabilizza il territorio avversario, satura le strutture di sicurezza, alimenta il conflitto politico interno e costringe il governo a scegliere tra la perdita del controllo e una risposta coercitiva destinata a essere condannata sul piano mediatico. Permette inoltre di esercitare pressione senza oltrepassare formalmente la soglia di un’aggressione militare, sfruttando contro lo Stato avversario le sue divisioni interne, i suoi vincoli giuridici e la sua riluttanza politica a ricorrere alla forza. La crisi è stata inoltre favorita dalla diffusione di una lettura distorta della sentenza n. 814/2026 del Tribunal Supremo spagnolo. La decisione ha stabilito che il regime speciale di respingimento immediato previsto per Ceuta e Melilla non può essere applicato alle persone intercettate in mare mentre tentano di raggiungere le due città a nuoto, qualora non abbiano superato alcun elemento materiale di contenimento. In questi casi deve essere avviata la procedura ordinaria di rimpatrio prevista dalla legge sull’immigrazione. La decisione è stata deformata sui social e presentata come la prova che la Spagna non avrebbe più potuto rimandare indietro chi fosse riuscito a raggiungere Ceuta. Le reti criminali e migliaia di potenziali migranti hanno immediatamente individuato il varco. Una decisione concepita senza valutarne fino in fondo gli effetti comunicativi ha così prodotto una vulnerabilità immediatamente sfruttabile sul terreno.
Quanto sta accadendo sul fronte dell’immigrazione non ha colore politico: prima ancora di essere una questione di partito, è un problema strategico e di sicurezza nazionale. La politica di Pedro Sánchez rappresenta uno degli esempi più evidenti della subordinazione dell’interesse nazionale alla sopravvivenza del potere politico e a una concezione ideologica dell’immigrazione. La regolarizzazione di massa e la convinzione dichiarata che l’immigrazione sia inevitabile e necessaria hanno indebolito la deterrenza.
Sebbene la risposta di Paesi come l’Italia sia stata tempestiva ed efficace, non è ancora sufficiente. La reazione è stata necessaria perché ha comunicato che il superamento di una frontiera esterna non resterà senza conseguenze. Questa, tuttavia, interviene in modo parziale, e a tratti monco, sulla crisi. All’orizzonte non si intravedono provvedimenti diretti contro il Marocco: né pressioni diplomatiche significative, né una revisione della cooperazione economica e migratoria, né misure militari di deterrenza a sostegno della frontiera spagnola. Il risultato è paradossale. Gli Stati europei rafforzano i controlli reciproci e finiscono per entrare in contrasto tra loro, mentre l’attore che controlla il lato meridionale della frontiera non sembra destinato a sostenere alcun costo. In questo modo si offre all’esterno l’immagine di un’Europa pronta a colpire gli effetti della crisi al proprio interno, ma priva del coraggio necessario per esercitare pressione su chi potrebbe averla provocata o deliberatamente favorita.
Una risposta seria dovrebbe affiancare ai controlli interni una pressione economica e diplomatica coordinata sul Marocco. Ciò potrebbe comprendere una richiesta formale di chiarimenti al governo marocchino, rivedere gli accordi di cooperazione e subordinare aiuti, finanziamenti e agevolazioni commerciali al rispetto concreto degli impegni sul controllo della frontiera. A queste misure potrebbe accompagnarsi un sostegno più forte alla Spagna nella difesa di Ceuta. La cooperazione con il Nord Africa non può trasformarsi in una dipendenza priva di deterrenza.
Anche il riarmo europeo dovrebbe essere valutato sotto questa prospettiva. Accumulare risorse militari non serve se alcuni paesi del Vecchio Continente continuano a considerare la forza uno strumento politicamente inutilizzabile. Se un episodio analogo dovesse ripetersi, i Paesi mediterranei dovrebbero intervenire nel luogo in cui la crisi viene generata, sostenendo direttamente la difesa delle linee di confine e adottando misure militari contro chi ne abbia deliberatamente favorito il cedimento.
Questa esigenza di deterrenza esterna impone però anche una verifica della coerenza interna: non basta difendere le frontiere dalle violazioni se, parallelamente, l’immigrazione regolare continua a essere trattata come una variabile quasi esclusivamente economica.
Lo stesso governo italiano ha programmato l’ingresso regolare di 497.550 lavoratori non comunitari tra il 2026 e il 2028. L’immigrazione legale per lavoro non è assimilabile a uno sfondamento irregolare della frontiera e sarebbe scorretto confondere i due fenomeni. Se però si considera la sicurezza anche come tutela della continuità demografica, culturale e sociale, allora neppure l’immigrazione legale può essere trattata come una variabile puramente economica, sottratta a qualsiasi valutazione sulla sua dimensione e sui suoi effetti nel lungo periodo. In altre parole: che piano ha Roma per assimilare chi entra?
La debolezza europea emerge soprattutto dalla distanza tra la gravità delle minacce e le priorità delle sue istituzioni. Mentre il terrorismo jihadista e la radicalizzazione continuano a rappresentare una minaccia persistente nel cuore del continente e le frontiere vengono sottoposte a pressioni crescenti, Ursula von der Leyen risponde ancora una volta con condanne rituali e misure del tutto insufficienti rispetto alla natura strategica della crisi. La stessa Commissione europea, il 22 luglio 2026, ha rifiutato di registrare il Save Europe Act, che chiedeva una moratoria sull’immigrazione non occidentale e un meccanismo di remigrazione fondato sulla continuità etnica e culturale dei popoli europei. In questo modo, Bruxelles dimostra ancora una volta di considerare più grave mettere in discussione i propri dogmi morali che perdere il controllo del territorio europeo.
Finché la questione migratoria resterà subordinata all’ideologia, al timore di contraddire presunti valori europei e al conformismo di una parte del ceto politico e intellettuale, più preoccupata del giudizio di chi osserva il fenomeno da una dimensione completamente avulsa dalla realtà che delle sue conseguenze concrete, sarà impossibile affrontarlo con la necessaria serietà. Difendere i confini significa essere disposti a ricorrere, quando indispensabile, anche all’impiego della forza. Dalla capacità dell’Europa di compiere questa scelta, assumendosene fino in fondo la responsabilità, dipenderà la stessa sopravvivenza del continente.