A Mosca il direttore della CIA John Ratcliffe ha incontrato il capo dell’intelligence estera russa Sergej Naryškin; negli stessi giorni, su un canale distinto e non necessariamente coordinato, monsignor Paul Richard Gallagher è arrivato nella capitale russa per colloqui con Lavrov e con le autorità religiose. Due missioni differenti, accomunate però dalla necessità di riaprire uno spazio politico dove ormai sembrano parlare soltanto le armi. Quella affidata ai servizi è una sondatura seria, seppure embrionale, per verificare se esista uno spazio reale tra Mosca e Kyiv. La volontà americana di cercare una via d’uscita è concreta. Su un altro piano, il Vaticano continua a tessere la propria tela, richiamando la necessità di creare le condizioni per un processo politico e diplomatico, mentre è già prevista una nuova missione del cardinale Zuppi in Russia. Qualcosa si muove sotto la superficie; anche se non v’è alcuna svolta sul terreno.
Intanto, i Volenterosi eseguono la funzione che gli Stati Uniti hanno assegnato ai paesi europei, armare l’Ucraina e conservarne il peso contrattuale mentre chi conta sul serio si riserva la regia del negoziato. Nel Regno Unito, ad esempio, l’idea che il Cremlino possa arrivare a prendere di mira il paese è diventata sufficientemente concreta da spingere le istituzioni a preparare la popolazione alle eventuali conseguenze. A chi arriva dall’estero vengono distribuite indicazioni che spiegano l’ovvio. Agli stranieri un manuale per ricordare le più elementari regole di civiltà; agli inglesi indicazioni su come prepararsi a sopravvivere alle conseguenze di una possibile minaccia russa. Una curiosa distribuzione delle priorità.
Dopo le dimissioni di Keir Starmer si è insediato Andy Burnham. Faccia diversa, stessa direzione. L’ex impero marittimo di Sua Maestà si trova così esposto contemporaneamente a due rischi che ne investono la tenuta interna ed esterna: da una parte, l’incapacità di governare pienamente gli effetti prodotti dall’ingresso e dall’insediamento di popolazioni portatrici di codici culturali differenti; dall’altra, una politica estera che, nel tentativo di trasformare il Regno Unito nel baluardo occidentale contro Mosca, accresce progressivamente l’esposizione britannica a una possibile rappresaglia russa. Nel suo esibito protagonismo, Londra tenta di dimostrare a Washington di essere ancora uno dei pilastri più affidabili del campo occidentale e di essere disposta, più di altri europei, ad assumersi il costo dello scontro con la Russia. Lo ha fatto in maniera talmente esplicita, e con una convinzione talmente ostentata, da trasformare quella stessa esposizione in un rischio per il territorio britannico. Il desiderio di mostrarsi indispensabili agli alleati ha l’inconveniente di rendersi altrettanto visibili agli avversari.
È uno degli esempi più evidenti di quanto la mancanza di lungimiranza finisca, prima o poi, per presentare il conto direttamente alla popolazione. Il 24 agosto la Coalizione dei Volenterosi è tornata a riunirsi per fare il punto sul sostegno all’Ucraina, con parte dei leader presenti a Kyiv e altri collegati in videoconferenza. Al vertice hanno preso parte, tra gli altri, Andy Burnham, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Volodymyr Zelensky. Più di trenta paesi hanno ribadito la volontà di continuare a sostenere Kyiv. Nello stesso giorno la Commissione europea ha approvato altri 6,1 miliardi di euro destinati alla difesa ucraina: sistemi antiaerei e antimissile, missili, munizioni e radar. La cifra si aggiunge ai 16 miliardi di piani di approvvigionamento già approvati, all’interno di un meccanismo europeo che, per il biennio 2026-2027, prevede fino a 60 miliardi destinati alla componente militare. Londra e Parigi hanno inoltre autorizzato ulteriori trasferimenti tecnologici per consentire all’Ucraina di sviluppare e produrre capacità missilistiche sul proprio territorio, mentre Burnham ha chiesto agli alleati nuovi sistemi di difesa aerea e intercettori Patriot. Zelensky, dal canto suo, ha preteso ulteriori 300 missili Patriot.
Se Londra e Parigi si collocano in pole position, Berlino accelera. Nel 2026 la Germania si è dotata della prima strategia militare della Bundeswehr, indicando un obiettivo che fino a pochi anni fa sarebbe apparso quasi impronunciabile: trasformare entro il 2039 le forze armate tedesche nella più forte potenza militare convenzionale d’Europa. Il piano prevede l’aumento degli effettivi e della riserva, il rafforzamento simultaneo di esercito, marina, aviazione, dominio cibernetico e informativo, fino alla ricerca di una superiorità tecnologica permanente. La Russia vi è indicata come la principale minaccia alla sicurezza europea. Giudizio, quest’ultimo, tutt’altro che unanime nel più ampio ambiente militare tedesco.
Individuare in Mosca la minaccia principale offre inoltre a Berlino la giustificazione politica necessaria per un riarmo che, senza un nemico chiaramente riconoscibile, sarebbe assai più difficile da spiegare ai tedeschi. Entro il 2039 la Germania intende diventare la maggiore potenza militare d’Europa. La data dice tutto, quasi che Berlino volesse sublimare ciò che la propria memoria non ha mai davvero rimosso, trasformando il centenario dell’invasione della Polonia nel punto d’arrivo di una nuova ambizione militare e tornare, ancora una volta, più forte che mai. Anche la Polonia ragiona ormai sul 2039. Varsavia sta conducendo uno dei più imponenti programmi di riarmo del continente e, attraverso SAFE, ha ottenuto oltre 43,7 miliardi di euro, la quota più elevata fra gli Stati membri dell’Unione, destinata a difesa aerea e antimissile, artiglieria, droni, sistemi antidrone, infrastrutture militari e rafforzamento dell’industria nazionale. Tedeschi e polacchi guardano così alla stessa data da lati opposti della medesima memoria. Dopotutto, gli esseri umani hanno bisogno talvolta di un nemico. Dopo la fine della Guerra fredda, convinti che la pace universale fosse ormai dietro l’angolo, gli occidentali finirono per cercare dentro sé stessi il conflitto che non trovavano più fuori. Cominciò l’autolesionismo culturale protrattasi abbastanza a lungo da produrre, oggi, una certa insofferenza.

Ma nella guerra sempre più diretta contro Mosca c’è anche, e soprattutto, l’Italia, ma in maniera più defilata: quasi un capolavoro di ambiguità tattica. Roma, infatti, resta pienamente dentro il campo occidentale senza trasformare l’allineamento in esposizione frontale. Sostiene Kyiv, partecipa al circuito politico europeo, continua a fornire assistenza militare e materiale, ma evita accuratamente di collocarsi nell’avanguardia dello scontro con Mosca. Almeno a parole: niente truppe italiane sul terreno, nessuna partecipazione alle esercitazioni autunnali dei Volenterosi, un profilo pubblico generalmente più basso rispetto a quello britannico e francese.
Sul piano delle dichiarazioni pubbliche, l’Italia continua a presentarsi come un paese in pace, estraneo a qualsiasi condizione di guerra. Sul piano della realtà, però, le cose stanno diversamente. Armi, assistenza, sostegno economico e presenza industriale collocano Roma dentro il conflitto molto più di quanto il linguaggio ufficiale lasci intendere. Non tutto può o deve essere detto, anche per evitare di eccitare ulteriormente le anime interne, già abbastanza divise fra loro. Tanto basta a rassicurare parte degli italiani, mantenendo l’idea di non essere in guerra con nessuno, quando invece, nei fatti, dentro la guerra ci si è già. Leonardo è a Kyiv dallo scorso maggio. Il gruppo italiano ha costituito Leonardo Ukraine, società controllata attraverso Leonardo International e destinata a rafforzare la presenza industriale nel paese, con attività che comprendono ricerca, ingegneria software, comunicazioni, navigazione, tecnologie elettroniche e ottiche, con particolare attenzione ai droni e ai sistemi senza pilota. L’Italia, dunque, non si limita a sostenere l’Ucraina dall’esterno: una delle principali industrie strategiche nazionali sta entrando direttamente nell’ecosistema tecnologico e militare.
Tra le altre cose, sarà l’Ucraina a ospitare i primi test reali del Michelangelo Dome, scudo tecnologico destinato a coordinare l’intera difesa contro missili, droni e altre minacce. Sul progetto, il gruppo stima circa 21 miliardi di euro di opportunità commerciali nel prossimo decennio. Il dato economico conta, ma fino a un certo punto. Più interessante è ciò che un teatro di guerra restituisce in termini di esperienza, adattamento, correzione, apprendimento. Ciò che oggi viene testato in Ucraina difficilmente resterà confinato all’Ucraina. L’esperienza, per chi sa raccoglierla, diventa potenza. A questo proposito, è recente l’“arruolamento” di Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa ucraino silurato da Volodymyr Zelensky e ora scelto da Guido Crosetto come advisor per l’Innovazione della Difesa italiana. Fedorov porterà a Roma l’esperienza maturata nella guerra dei droni, nella difesa aerea e nella trasformazione tecnologica del campo di battaglia. Non proprio un dettaglio, mentre Leonardo mette radici a Kyiv.
Confitta nel campo occidentale, l’Italia non ha deciso se esserci, ma decide come, rendendo almeno ambigua la forma di una partecipazione obbligata. Roma resta dentro senza mostrarsi troppo e si espone quel tanto che basta affinché la profondità del proprio coinvolgimento non coincida mai interamente con il suo palesarsi. Serve a dire a Washington che Roma rimane nell’Alleanza; ricordare a Parigi, Berlino e Londra che l’Italia siede ancora al tavolo europeo; lasciare contemporaneamente a Mosca la percezione che il rapporto non sia precipitato in un antagonismo irreversibile, in una continua calibrazione dell’esposizione.
Ma l’ambivalenza possiede un limite: riduce l’esposizione ma non elimina la realtà. Per Mosca non conta soltanto ciò che un governo dichiara; conta ciò che materialmente contribuisce alla capacità dell’avversario. Se tecnologie italiane, sistemi industriali italiani e armamenti italiani entrano nella macchina militare ucraina, il basso profilo può attenuare il rischio, non cancellarlo. La questione russa impone inevitabilmente di confrontarsi con quella atomica. La dottrina nucleare di Mosca, già aggiornata nel 2024, ha comunque ampliato le circostanze nelle quali il Cremlino si riserva il diritto di ricorrere all’arma atomica, la cui soglia appare meno solida di quanto si preferisca credere.
Siamo ormai nel quinto anno di guerra. Più il conflitto si prolunga, più aumentano le possibilità di superamento di soglie che fino al giorno prima sembravano invalicabili. Il 28 agosto la Russia ha effettuato da Plesetsk il lancio di un missile balistico intercontinentale mobile a combustibile solido, un vettore capace di trasportare testate nucleari. Un lancio di questo genere possiede inevitabilmente una funzione dimostrativa, come avvenne con il collaudo del Sarmat nell’aprile 2022, accompagnato da Putin con un esplicito invito alla riflessione rivolto agli avversari della Russia, e con l’impiego dell’Orešnik contro Dnipro nel novembre 2024. È comunque emblematico che arrivi proprio all’indomani della visita a Mosca di Ratcliffe.
Naturalmente nessuno può sapere se e quando Mosca deciderà di oltrepassare quella soglia. Ma proprio qui sta il punto: un eventuale impiego nucleare non arriverebbe accompagnato da un cortese preavviso. La sorpresa appartiene alla natura stessa di un gesto concepito per sconvolgere il calcolo dell’avversario. Proprio perché è tornata a essere contemplata come possibilità concreta, più falliscono le alternative, più aumenta la probabilità che qualcuno finisca per considerarla praticabile. Il conflitto potrebbe naturalmente terminare prima. Per come si stanno allineando gli eventi sul campo, però, non è questo lo scenario che sembra profilarsi.
La guerra raramente si lascia governare da chi vi entra e, prima o poi, assoggetta alle proprie leggi chi vi si trova coinvolto. Finora, Roma, ha amministrato la propria presenza con maggiore abilità di altri. La dissimulazione italiana trova la propria utilità anche nel tempo che riesce a sottrarre agli eventi. Mentre Leonardo consolida la propria presenza in Ucraina, questo margine temporale dovrebbe essere impiegato anche per riaprire, mantenere o approfondire canali riservati con Mosca, sondare disponibilità, comprendere quali compromessi siano ancora possibili e gettando le basi per la ricostruzione del dopoguerra, soprattutto per quanto riguarda i rifornimenti energetici.
Se il tempo viene utilizzato per preparare una via d’uscita dalla guerra, ristabilendo i contatti anche a costo di procedere controcorrente rispetto a Volenterosi europei cuciti in un Leviatano acefalo, allora diventa lungimiranza. L’Italia non si muove male. Anzi, tutt’altro. Assorbe competenze ucraine, mantiene una presenza industriale nel paese e, contemporaneamente, cerca di non esporsi quanto Londra, Parigi o Berlino. Se non altro, qualora tutto dovesse prendere fuoco, forse lo stivale avrà avuto l’accortezza di sistemarsi un poco più lontano dalle fiamme. Non abbastanza da restarne immune. Ci si augura abbastanza da bruciare meno degli altri.