OGGETTO: Speculazioni sulla via della seta
DATA: 29 Maggio 2025
SEZIONE: Geopolitica
AREA: Asia
Due nazioni un tempo unite nella “Madre India”, come la chiamava Gandhi. Antichi rancori religiosi, risalenti ai tempi delle incursioni e dei sultanati, poi saturati dall’era Moghul. Un piccolo Pakistan che si fa forte grazie alla competizione del suo avversario con veri e propri giganti, che non vedono l’ora di superare il Bharat nella corsa all’oro, ora che i suoi vecchi alleati si fanno più vulnerabili.
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Pahalgam, Kashmir indiano, 22 aprile 2025. Le conifere e le vette innevate dominano la valle, quando 5 militanti pakistani di Lashkar-e Taiba si avvicinano a un gruppo di visitatori giunti in loco per godere della natura del posto, i quali li scambiano per guardie locali: gli uomini armati chiedono a ogni maschio del gruppo la religione di appartenenza e la nazionalità, e in base alla risposta vi è o meno la determinazione del tragico esito; i terroristi aprono il fuoco su 25 turisti indiani e un nepalese di religione induista, una guida turistica musulmana del luogo che aveva tentato di disarmare i malintenzionati e un europeo, uccidendoli. Curioso come la zona, la valle di Baisaran, solitamente presidiata da centinaia di militari indiani, fosse quel giorno scoperta: il governo del Pakistan, dopo aver in seduta comune indetto un comitato di sicurezza, ha negato la complicità nell’attentato.

Due settimane dopo, nella notte tra il 6 e il 7 maggio, l’areonautica indiana attua l’Operazione Sindoor, nome che indica la polvere di vermiglio con la quale le donne indiane si tingono la fronte per indicare di essere sposate, in risposta agli attentatori di Pahaglam. L’operazione non risulta però particolarmente efficace, e la difesa pakistana afferma di aver abbattuto mediante contraerea 5 caccia indiani, di cui 3 Rafale di matrice francese, causando collateralmente, secondo i portavoce di Nuova Delhi, almeno altre 8 perdite civili indiane. Inoltre, l’India dirà di aver abbattuto siti militari di matrice terroristica per un totale di 80 minacce liquidate, quando nel pratico il risultato degli aerosiluri sarà un triste tentativo di pareggio dei morti civili: colpita una moschea nel Punjab Occidentale 13 pakistani perdono la vita; nel Kashmir del Nord viene però colpita da un altro aerosiluro la famiglia di Masood Azhar, leader del gruppo islamista Jaish-e Muhammad. Nel frattempo diverse munizioni di artiglieria percorrono la linea del Kashmir da una parte all’altra. Islamabad dichiara il raid indiano un atto di guerra, mentre l’India si appella al diritto di autodifesa; curiosamente, almeno con le prime dichiarazioni successive all’accaduto, Trump si schiera col Pakistan, definendo “codardo” l’attacco indiano.

La situazione nel Kashmir non è delle migliori da quasi ottant’anni, o meglio, non se la passa bene il canale diplomatico tra India e Pakistan da quando il mandato britannico si è sciolto, dando modo al Paese di amministrarsi come meglio credesse, partendo dal suo dividersi per motivi religiosi. È per questo motivo che, oltre al Pakistan come lo conosciamo oggi, quello formatosi nel 1947 comprendeva anche il Pakistan Orientale (l’attuale Bangladesh), separato dal resto del territorio pakistano: i musulmani in India erano (e sono tutt’ora) parecchio diffusi, rappresentando circa il 13% della popolazione (150 milioni di persone), concentrati in maniera disomogenea ai vari angoli del subcontinente, tra cui a ridosso, per l’appunto, del Golfo del Bengala. Già nel 1948 vi è un primo conflitto per la regione del Kashmir, conclusosi con la divisione da parte delle Nazioni Unite dell’area in Territorio Indiano di Jammu e Kashmir a sud e Kashmir Settentrionale in mano al Pakistan al nord. Nel 1965 il Pakistan infiltrerà le sue truppe tra gli autonomisti del Kashmir e ciò provocherà un nuovo scontro con l’India nuovamente sedato dall’ONU. Lo stesso fa l’India 6 anni dopo, supportando gli indipendentisti del Pakistan Orientale contro il governo centrale: il conflitto del 1971 si conclude con la vittoria indiana e l’indipendenza del Bangladesh.

Nel 1974 l’India effettua il suo primo test nucleare, denominato Smiling Buddha. Altri scontri percorrono gli Anni Ottanta per quanto riguarda il ghiacciaio Siachen, ceduto poi dal Pakistan alla Cina per ringraziarla del supporto in chiave anti-indiana dovuto ai rancori sinoindiani relativi al possesso dell’Aksai-Chin (cinesi sono anche i missili terra-aria PL15 usati 3 settimane fa dal Pakistan per l’abbattimento dei jet indiani). Nel ‘98 anche il Pakistan porta a termine il proprio programma nucleare. Nel 1999 un quarto conflitto vede oggetto il distretto di Kargil, nel Kashmir indiano, occupato da truppe pakistane per un paio di mesi, poi ricacciate in patria dall’esercito indiano. Attentati islamisti del 2008 in India e presunta matrice pakistana manterranno il fuoco del risentimento acceso tra le due nazioni. Nel 2016 truppe pakistane eseguiranno un blitz contro le forze indiane nel Kashmir, le quali ricambieranno il favore con operazioni delle forze speciali oltre la linea di confine. Un attentato islamista di matrice pakistana colpirà nel 2019 la città di Pulwama, causando una quarantina di vittime paramilitari. Anche allora, l’India risponde con degli attacchi mirati tramite jet, sempre di matrice francese (all’epoca i Mirage 2000), oltrepassando lo spazio aereo pakistano (a differenza di quanto successo questo mese) e colpendo in modo efficace i campi di addestramento di Jaish-e Muhammad.

E a sua volta il Pakistan bombarda le posizioni indiane nella regione di Jammu e Kashmir, causando un inseguimento aereo da parte di un MiG-21 Bison indiano alla volta dei cacciabombardieri pakistani, che lo abbattono e causano l’espulsione dal velivolo del pilota e il relativo arresto. Negli anni successivi fino al corrente, le autorità pakistane riporteranno l’abbattimento di diversi droni-spia indiani, alcuni di matrice israeliana. Il Pakistan si munirà infatti di tecnologia per la guerriglia elettronica di matrice, guardacaso, cinese, con l’obbiettivo di creare uno scudo anti-droni; non mancheranno nemmeno esercitazioni di electronic warfare congiunte tra Islamabad e Pechino, e quest’ultima si occuperà di sostituire gli F-16 americani del Pakistan con i propri J10C, in risposta all’acquisizione dei Rafale da parte di Nuova Delhi. Altri pezzi della sua “bolla” antiaerea il Pakistan li recupera dalla Turchia, come la piattaforma Bombardi Global 6000, mentre i sistemi di missilistica non cinesi del Pakistan non sono altro che gli S400 russi, venduti da Mosca anche alla controparte indiana. Un all-you-can-eat bellico di armamentari a guadagno di tre potenze che non si tirano mai indietro quando vi è da lucrare su un conflitto regionale. Ma oltre alla riapertura del conflitto a bassa intensità per l’Aksai-Chin, qual è l’interesse del supporto cinese al Pakistan? 

Una corrente dei giganti della Silicon Valley sembra essere spaventata dallo strapotere cinese, sempre in ottica dello spartirsi la fetta nel futuro assetto globale multipolare: la Apple, ad esempio, ha annunciato a fine 2022 di voler spostare la produzione di iPhone dalla Cina in India, causa dichiarata le politiche zero Covid di Xi Jinping deleterie per gli operai, causa reale le pressioni della Cina in chiave anti-indipendentista contro la Foxconn, l’azienda taiwanese che ospita la fabbrica in cui per l’appunto si produce il 75% degli smartphone in questione, a cui l’America ha deciso di rispondere trovando una comoda mano da parte dell’India. Già nel 2024 la produzione degli iPhone nel sud dell’India è arrivata al 15% della produzione globale, e si punta ad arrivare al 25% entro il 2028. La Cina controbatte impedendo agli ingegneri informatici di lasciare il Paese e alla Foxconn di esportare macchinari o componenti elettroniche. Il commento di Trump a sfavore dell’India sembra però far intendere che, visti i precedenti tra il Presidente USA e il mercato cinese, il trend potrebbe nuovamente invertirsi. 

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