OGGETTO: Il conflitto è pop
DATA: 22 Novembre 2023
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
Sotto la superficie del nostro consumo mediatico giornaliero si annidano aspetti geopolitici sconosciuti. Per capirne i meccanismi occorre equipaggiarsi e affrontare la guerra semiotica che va in scena tutti i giorni.
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Ogni civiltà per darsi un qualche fondamento ha bisogno di una visione del mondo. Di questi tempi, citando Max Weber, quella stessa visione è più facile la si trovi al cinema, così come nelle serie Tv, all’interno di un videogioco o in un brano musicale. «Se la nostra comprensione di ciò che ci circonda è sempre mediata da segni e rappresentazioni culturali», sostiene Giacomo Natali in Geopolitica Pop (Treccani, 2023), «ciò vale ancora di più per la nostra comprensione del mondo e dei rapporti internazionali, che raramente avviene per esperienza diretta, ma è mediata dal consumo culturale di rappresentazioni create da altri».

Difatti, contrariamente a quanto a quanto si potrebbe pensare, i territori della fiction (nella sua accezione più ampia) non riguardano soltanto il mero intrattenimento di milioni di persone, ma preannunciano costruzioni sociali, frontiere, conflitti: in definitiva, la realtà che ogni giorno abbiamo davanti. E che, riemersi dalle pagine di questo affascinante saggio, crediamo di conoscere un po’ di più.

A differenza che altrove, qui in Italia gli studiosi interessati all’interconnessione tra cultura popolare e politica internazionale non sono molti. Eppure, fin dai tempi di Giovenale e la sua massima panem et cirsenses, come giustamente ricorda Natali nel prologo, dovremmo aver compreso quanto siano importanti per l’identità e la coesione di un popolo tutte le forme culturali da esso prodotte. Nondimeno, si fatica ancora a riconoscere piena dignità alla cosiddetta popular geopolitics, filone di studi verso cui l’autore, analista geopolitico e collaboratore dell’Istituto Treccani, rivolge ormai da tempo la sua attenzione (si veda il precedente Capire l’Eurovosion, tra musica e geopolitica, Vololibero, 2022).

Con un approccio multidisciplinare che mescola semiotica, sociologia e cultural studies, in questo libro Natali indaga gli effetti del cosiddetto soft power, prendendo in esame fenomeni culturali di aree del mondo diverse con l’intento di mitigare rigidità ed errori della stessa geopolitica. La quale «sembra spesso ancora presupporre che gli umani si comportino come giocatori razionali, cadendo così in un’illusione simile a quella di tanti economisti, che poi si sorprendono quando individui, popoli e nazioni finiscono per andare contri i propri interessi. Oppure quando eventi reali smentiscono previsioni basate su considerazioni logiche che sembravano inattaccabili». Pensiamo solo alla guerra russo-ucraina e alla Brexit, due eventi su cui in pochi avrebbero scommesso.

Ecco perché, allora, è necessario mettere in discussione quei prodotti che, inconsapevolmente, accettiamo di consumare senza porci alcuna domanda, né sul significato di ciò che rappresentano, né tantomeno sul contesto in cui sono stati pensati.

Il ventaglio di proposte che offre il saggio di Natali, in tal senso, è piuttosto ampio: l’ascesa della Corea del Sud con il K-pop, le serie Netflix e il cinema d’autore; la vittoria dell’Ucraina all’Eurovision e lo scontro, anche musicale, con la Russia; le telenovelas turche e l’eterno conflitto tra tradizione e modernità; la colonizzazione dell’immaginario da Peppa Pig a Masha e Orso; la nuova guerra fredda culturale tra Usa e Cina in Top Gun; l’elettronica musicale della Nigeria contemporanea; l’India tra Yoga e Bollywood; infine, i videogiochi di guerra come manuale geopolitico.

Nei tanti scenari descritti dall’autore vi sono aspetti ricorrenti, come «la creazione dell’identità, sia verso l’interno che verso l’esterno», per esempio in paesi come la Nigeria e l’Ucraina, legati come sono «alla questione della rappresentazione, intesa come l’immagine mentale che abbiamo di un posto e il modo in cui lo collochiamo in una mappa non solo geografica ma di potere e di valori». Oppure l’utilizzo del fattore identitario quale strumento di propaganda e di ricerca di alleanze strategiche: a tal proposito, il caso della Corea del Sud risulta paradigmatico. Qui, a partire dagli anni Novanta, il supporto governativo alla serialità televisiva (Squid Game), al cinema (Parasite di Bong Joon-ho, vincitore degli Oscar del 2019) e alla musica (da Gangnam Style di PSY, fino alle due K-Pop band EXO e BTS) ha dato un grande impulso all’industria culturale del paese consolidandone la posizione all’interno del mercato internazionale dell’intrattenimento. Esattamente negli anni in cui il proprio vicino di casa, la Corea del Nord di Kim Jong-un, trovava ragioni sufficienti per ridare vigore alle proprie ambizioni nucleari. «È in questo contesto che anche le politiche culturali sono state cooptate all’interno della nuova dottrina strategica sudcoreana, guidata dal concetto di Corea globale. L’obiettivo di questa offensiva di diplomazia culturale era quello di mostrare verso l’esterno un Paese democratico, orientato vero il futuro, multiculturale e visionario». Una strategia di lungo periodo (la cui accelerazione risale al governo guidato da Lee Myung-bak tra il 2008 e il 2013) che ha dato i suoi frutti, in quanto «più dei sistemi antimissilistici sul confine, infatti, il vero scudo che per decenni ha impedito la ripresa del conflitto è rappresentato dalla presenza dell’esercito americano sul territorio sudcoreano», di conseguenza «qualunque offensiva da parte del regime di Pyongyang causerebbe una risposta immediata da parte degli Stati Uniti in grado di annichilire il paese».

Quello coreano rappresenta un modello virtuoso di come il soft power possa essere utilizzato, non tanto per ampliare la propria influenza, ma come un’occasione, da parte di un paese militarmente debole, di accrescere il proprio peso nel contesto globale. Tuttavia, sempre sul punto di essere messo in discussione, specialmente in caso di cambiamenti esogeni (ad esempio, un impiego diverso da parte degli USA delle proprie risorse), e condannato a vivere sulla base di equilibri assai precari.

La lungimiranza dello studio di Natali, ancor prima di un conflitto vero e proprio, richiama pertanto ad equipaggiarsi nei confronti di una “guerra semiotica” in corso da tempo fatta di segni comunicativi e significati, che all’utilizzo di armi consuete preferisce l’applicazione di puntuali forme comunicative. Una guerra invisibile, ma pur sempre sostanziale. Una guerra che ci obbliga a non cadere nelle trappole della manipolazione cui siamo esposti, e ad agire più consapevolmente nella maglia algoritmica dei nostri consumi culturali.

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