Quando si parla di ideologia russa contemporanea, i media della nostra parte di mondo tante e troppe volte si sono soffermati su personaggi secondari. Come non citare, fra i tanti, Aleksandr Dugin, la cui influenza reale sul Cremlino resta ad oggi molto controversa e spesso sopravvalutata rispetto al suo peso effettivo nelle stanze decisionali. Ivan Ilyin, al contrario, occupa una posizione ben diversa: è il pensatore le cui spoglie sono state fatte traslare nel 2005 con tutti gli onori riservati a un padre della patria, i cui testi vengono raccomandati dal 2014 ai vertici delle amministrazioni regionali russe, e che Putin cita esplicitamente e ripetutamente nei propri discorsi. La pubblicazione italiana dei suoi scritti, curata da Flavio Menozzi per Ibex Edizioni, colma dunque una lacuna: mentre il nome di Dugin circola ovunque nella pubblicistica italiana, spesso a sproposito e con scarsa cognizione dei suoi reali margini di influenza, il pensatore che davvero informa il vocabolario del potere russo è rimasto fino a oggi quasi sconosciuto al lettore italiano, salvo sporadiche citazioni di pochissimi analisti.
Il nucleo più rilevante del suo pensiero (e quello che più “attuale) è il timore ossessivo per lo smembramento della Russia, tema a cui Ilyin dedica ampio spazio poiché percepito come scenario molto più concreto di quanto immaginato dai suoi contemporanei (e, in misura eguale, anche dai nostri). L’intero capitolo “Lo smembramento della Russia: quali conseguenze per il mondo?”, per l’appunto, è costruito come analisi sistematica, punto per punto, delle conseguenze di una eventuale disgregazione del paese, mentre un capitolo a parte, “A proposito di chi vuole disgregare la Russia”, elenca tassonomicamente le categorie di nemici. Una cornice concettuale fondamentale anche per il lettore di oggi: quella illustrata quasi cent’anni fa è la stessa cronica paura di cui molti parlano quando parlano di Russia. Mosca si percepisce, e non potrebbe essere diversamente, costantemente assediata da potenze che la vogliono dividere per dividerne l’influenza. È questa la paura che il potere russo contemporaneo continua ad adoperare per mobilitare anime e corpi, e gli eventi degli ultimi anni sembrano confermare che questa non fosse soltanto un’ossessione da esule politico, ma la lettura di una viva minaccia.

Ilyin scrive, riferendosi esplicitamente ai propri nemici, che non è nemmeno necessario nominarli, “poiché li conosciamo e loro sanno chi sono”, e ne traccia poi una tipologia articolata: ci sono quelli che agiscono “per debolezza, timore e ignoranza”, spaventati semplicemente dalle dimensioni della Russia; ci sono i rivali mossi da “rivalità marittima e commerciale”; ci sono coloro che agiscono “per invidia, avidità e desiderio di potere”, convinti che il popolo russo sia “una razza inferiore, semi-barbarica” destinata all’estinzione; ci sono gli “antichi nemici religiosi” che vogliono ridurre la Russia a “un purgatorio salvifico” o spazzare via l’Ortodossia con “una scopa di ferro”; e infine ci sono quelli che operano nell’ombra, che vogliono imporre alla Russia, “sotto forma di tolleranza, l’ateismo; sotto forma di repubblica, la sottomissione a manovre occulte; sotto forma di federazione, la perdita dell’identità nazionale”. Questi nemici, scrive Ilyin, “desiderano una Russia frammentata, ingenuamente libera ed erroneamente convinta che il suo bene risieda nella disintegrazione. Non desiderano affatto una Russia unita.” E ancora, in una pagina che oggi si legge con un po’ di emozione dettata dal senno di poi: “La prima vittima sarà l’Ucraina, politicamente e strategicamente impotente; essa verrà facilmente occupata ed annessa dall’Occidente al momento opportuno”.
L’ossessione per la distruzione dell’idea stessa di Russia potrebbe sembrare tipica di un pensatore sconfitto dalla storia. Appare tuttavia fondamentale oggi rileggerne il nucleo centrale considerando, come già sottolineavamo, l’enorme rilevanza per la classe dirigente russa contemporanea, che da essa trae ispirazione strategica. Un’ispirazione secondo la quale la Russia è un “organismo vivente” indivisibile, la cui frammentazione produrrebbe conseguenze catastrofiche “che peserebbero sull’umanità per molto tempo”, e che dietro ogni spinta federalista, ogni richiesta di autonomia regionale, ogni movimento indipendentista ai margini dell’ex impero si celi la regia di potenze straniere interessate a indebolire il “nucleo russo”. È la stessa logica con cui, negli anni recenti, Mosca ha inquadrato pubblicamente le tensioni con l’Ucraina e con altri paesi dell’ex spazio sovietico, presentandole non come conflitti di sovranità ma come tentativi occidentali di completare uno smembramento già tentato, secondo questa narrazione, nel 1991 e mai davvero interrotto.
Va detto con chiarezza che questa lettura – quella di una Russia perennemente vittima di complotti esterni finalizzati alla sua disgregazione – è essa stessa una costruzione ideologica, non un dato di fatto neutro: serve a giustificare politiche di accentramento del potere, repressione del dissenso interno e azioni militari all’estero presentandole come difesa esistenziale piuttosto che come scelte politiche discutibili. Ma proprio per questo la sua comprensione è indispensabile. Chiunque voglia capire perché il Cremlino continui a descrivere ogni frizione geopolitica come un attentato all’integrità della propria anima, invece che come un ordinario conflitto di interessi, trova in queste pagine la matrice teorica di quel linguaggio, formulata con settant’anni di anticipo da un uomo che scriveva dalla Svizzera pensando a una Russia che non esisteva più e a una che, temeva, non sarebbe mai più tornata a esistere.