Che fine ha fatto la pandemia?

L’informazione è ormai divisa per compartimenti stagni, scelti in base all’emergenza del momento, in perenne stato di emergenza.
L’informazione è ormai divisa per compartimenti stagni, scelti in base all’emergenza del momento, in perenne stato di emergenza.

Il dibattito mediatico procede a compartimenti stagni: di fatto un solo argomento monopolizza l’informazione, per un tempo determinato, appiattendola in una disorientante mono-tematicità e risolvendola in un’onnipresente narrazione emergenziale. Il tema del momento è l’immigrazione? Parliamo solo di immigrazione. Covid? Solo covid. Guerra? Solo guerra. Prevale un pensiero unico non discutibile che semplifica con logica manichea la complessità della realtà e mette a tacere non tanto le forme di dissenso, quanto il puro e semplice desiderio di capire qualcosa in più, di orientarsi.

Possiamo convenire sul fatto che in questo momento storico i media tradizionali vengono per l’appunto “mediati” dai social, arene senza regole dove ognuno apparentemente può dire la sua ed ergersi al rango di esperto di qualsivoglia argomento. È indubbio inoltre che vi sia una pluralità di mezzi mediatici incomparabile anche rispetto al recente passato. Tuttavia questa visione appare limitante e incompleta. Il quadro, infatti, presenta delle sfaccettature poliedriche che possono dar luogo a considerevoli distorsioni. Un esempio di queste storture è rappresentato da fenomeni come le camere di risonanza – filter bubbles echo chambers – in cui gli scambi comunicativi avvengono quasi esclusivamente tra soggetti simili, in una dimensione autoreferenziale e “filtrata”. Gli algoritmi che “governano” i social filtrano e indirizzano i risultati di ricerca sulla base delle nostre preferenze, facendoci pervenire solo una porzione molto ristretta di informazioni. Lo scenario comunicativo in cui agiamo si rivela quindi costruito sulla base di precise regole e abitato da chi la pensa come noi. La “bolla di filtraggio” è il risultato del sistema di personalizzazione dei risultati delle ricerche, che utilizza dati sul comportamento dell’utente per scegliere selettivamente, tra tutte le risposte, quelle che si presume voglia vedere l’utente stesso. L’effetto è di escluderlo da informazioni che sono in contrasto con il suo punto di vista, isolandolo quindi nella sua bolla ideologica.

La “camera d’eco” è una descrizione metaforica di una situazione in cui le informazioni vengono amplificate dalla comunicazione e dalla ripetizione all’interno di un sistema definito. Le fonti ufficiali spesso non vengono messe in discussione e le visioni concorrenti sono censurate o sotto-rappresentate. L’assenza di controllo è quindi il motore del meccanismo di disinformazione che sta alla base delle fake news. In sostanza, ci si abitua a non controllare. Spesso chi le crea e diffonde si appoggia sul sentimento da “tifoso” della maggioranza dei riceventi e sul sovraccarico di notizie al quale siamo sottoposti, con un conseguente calo di attenzione. Proprio questa sovrabbondanza di informazioni, a volte lacunose, altre contraddittorie e fuorvianti, può facilitare il fenomeno del cosiddetto cherry picking, meccanismo cognitivo attraverso il quale l’individuo seleziona solo le informazioni volte a sostenere i suoi a-priori, ignorando qualsiasi elemento che potrebbe contraddirli. Le opacità nella comunicazione contribuiscono a selezionare le informazioni che vanno unicamente nella direzione di suffragare le proprie rassicuranti difese. Si può quindi determinare un ragionamento che porta a conclusioni falsate e ad una pericolosa fallacia logica. Si vede quindi come dalla pan-demia si passa rapidamente ad una ancor più virale pan-media.

In media stat virus?

Curiosamente, negli ultimi due anni, nella narrazione della pandemia è stata spesso utilizzata una retorica bellica, che ha visto la designazione del ruolo di “comandante in capo” per il decisore politico e la tacita e inevitabile accettazione di forme di autoritarismo. Il contenimento del contagio paragonato ad una guerra «con i suoi caduti, i suoi eroi, i suoi martiri, i bollettini dal fronte, gli ospedali come trincee, le battaglie quotidiane, gli alleati, il virus come nemico». Allo stesso tempo, in guerra occorre unità, non c’è spazio per critiche sulla condotta dei vertici, viene rifiutato il disfattismo e si accettano misure di controllo sociale. In tempo di guerra si è tutti al fronte, tutti sottoposti alla legge marziale, tutti con l’elmetto in testa. Scovare e consegnare disertori e traditori è un dovere civico. Il “sabotatore” diviene colui che non canta all’unisono nel coro e assume condotte di indisciplina sociale. A forza di evocare metaforicamente la guerra, ecco che la guerra arriva davvero.

La stampa e gli esperti di ogni schiera l’elmetto non hanno nemmeno dovuto toglierselo, già lo indossavano. Tanto quanto si è visto per la pandemia, si è assistito nell’ultimo mese su tutte le reti nazionali ad un profluvio di esperti di geopolitica tra cui non è difficile individuare molti ciarlatani da salotto dediti al gioco del risiko. «Opinionisti con l’elmetto, bardi della guerra dai loro atticiriscaldati in centro» (per dirla con le parole del bravissimo Nico Piro), dediti alla riduzione della complessità della guerra alla logica binaria buoni contro cattivi, tra l’altro con certezze che spesso nemmeno gli analisti militari hanno. Chi per esempio si sforza di articolare un’analisi sull’invasione dell’Ucraina, scostandosi dalla mera indignazione e dalla totale esecrazione e rifiuto dei russi tutti in quanto popolo, chi prova ad introdurre elementi di complessità è visto come un fiancheggiatore di Putin. Una banalizzazione estrema del ragionamento, che ho letto in vari social (ma anche in certa stampa considerata mainstream) condensata in un’affermazione apodittica sconcertante: il passaggio logico (?) da no-vax, ad anti-greenpass a pro-Putin. Chi non odia i russi e tutto ciò che essi incarnano, dal momento che ognuno di loro è colpevole fino a prova contraria fintanto che non prende le distanze pubblicamente dal pensiero del proprio presidente, viene etichettato in automatico come proveniente dalle stesse fila di chi ha contestato o tuttora contesta le misure liberticide imposte dal governo. Bianco o nero. Buoni o cattivi. Fascisti o antifascisti. Devi per forza schierarti contro qualcuno. Le posizioni più articolate e “terze”, in pandemia come in guerra, non sono concepite. 

Non si può essere contemporaneamente vaccinati con tre dosi (come il sottoscritto) e avanzare dubbi sul fatto che il nostro Paese sia rimasto l’unico (o tra i pochi) a richiedere il green pass rafforzato non solo per lavorare, ma anche per esempio agli adolescenti per fare sport, in una situazione epidemiologica ormai mutata e divenuta pressoché endemica. Evidentemente però a risultare endemica è la tendenza ad obliterare un pensiero non schierato, vorace di conoscenza, curioso di domande, di dati, di analisi e avulso a qualsiasi forma di semplificazione, categorizzazione ed etichettatura. Quelle considerate impure e quindi pericolose sono le posizioni terze, intermedie, non omologate, capaci di dar conto delle sfumature e dei dubbi. Basta un dubbio, un vacillamento, un’esitazione, una messa in discussione delle rigide norme italiane (che peraltro permangono pressoché immutate rendendoci caso unico in Europa) e si viene bollati immediatamente come negazionisti, antivaccinisti e laureati all’università della vita. La reductio ad hitlerum, al bianco contro il nero, è il segno di questo atteggiamento, che non ammette defezioni o esitazioni, né sfumature. Quel che è peggio è che ormai tutto ciò sembra appartenere all’ordine naturale delle cose.

Analogamente a ciò che è avvenuto nelle scuole con la famigerata DAD, la possibilità di informarsi e di sviluppare conseguentemente un pensiero critico, più che un’esperienza di ricerca personale e curiosità fatta di esplorazione, assume una postura passiva. Si ricevono informazioni indiscutibilmente vere da una persona che parla da uno schermo: come dall’insegnante, così dal giornalista o politico o sedicente esperto che appare in televisione, uno strumento che mira sempre più ad ottenere effetti di indottrinamento, connotandosi di una postura dittatoriale (nel senso etimologico di “dettare” ciò che si deve fare) e di una natura autoritaria in quanto è intrinsecamente privo della possibilità dialogica, e di conseguenza assume valenza oracolare (il famoso “lo hanno detto in TV”). La favorevole accoglienza da parte della maggioranza dei cittadini delle stringenti disposizioni sembra appunto delineare una nuova normalità, accettata come conseguenza di leggi fisiche facenti parte dell’ordine naturale dell’universo e messa in conto nell’ottica delle misure necessarie per la garanzia della salute pubblica.

Da due anni ormai viene propinato sui social media italiani, anche da parte di esperti e politici o decisori, un mix di ipocrisie paternaliste, pseudo-scienza, ricerca di visibilità personale e“squadrismo”. Si è persa la possibilità di assegnare un peso diverso alle notizie, che ora ci giungono tutte uguali, senza alcuna gerarchia, anzi con lo stesso risalto acchiappa-clic, saturando ed esaurendo la nostra attenzione nel giro di uno scroll di smartphone. Questa continua pressione su argomenti sgonfi oltre ad alimentare inutili ansie si installa al centro della narrazione cosiddettamainstream. Sembra di essere tornati ai tempi andati di quando il nonno saggio della famiglia commentava sbuffando con sufficienza le notizie del TG, notando come la gran parte avrebbe occupato solo un trafiletto sul giornale del giorno dopo. Il problema è che adesso si è persa la gerarchizzazione delle fonti d’informazione, i confini sono saltati e vale tutto, detto da chiunque. «Una stampa con l’elmetto, in cui dalla mattina alla sera non si ta altro che blaterare, urlare, protestare, piangere, sentenziare, per creare una psicosi di massa». Che si parli di pandemia o di guerra, l’atteggiamento di opinionisti, di sedicenti esperti e, a cascata, dei commentatori, come si vede non è affatto cambiato.

Quando si uscirà dallo stato d’emergenza e si ritornerà ad un’effettiva “normalità”, permarranno a lungo nella nostra società le cicatrici della diffidenza reciproca, della sfiducia verso il prossimo che talora sfocia in mero odio verso chi non la pensa nella stessa maniera e osa discostarsi e mettere in discussione l’opinione dominante. Che essa si radichi in una vera e propria frattura sociale tra opposte fazioni o si trascini in una guerra civile sotterranea, è tutto da vedere. Quel che è probabile è che i danni psicologici e comportamentali che questo contesto sociale così disumanizzante sta arrecando in special modo alle giovani generazioni emergeranno nella loro forma più grave e manifesta solo tra qualche anno. Welcome to the new world order. Benvenuti nella nuova normalità. Ne usciremo migliori?

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