OGGETTO: Morire per overdose d'intrattenimento
DATA: 28 Gennaio 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
Quarant'anni dopo, la profezia di Neil Postman enunciata in "Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell'era dello spettacolo" (Luiss University Press, 2025) sulla trasformazione del discorso pubblico in spettacolo è tanto veritiera quanto insufficiente nelle sue conclusioni: non è la società ad aver fatto indigestione di cultura massmediatica, ma i media ad aver divorato la realtà stessa.
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Quando Donald Trump, al termine dello storico incontro in cui comunicava al Presidente ucraino Volodymyr Zelensky che quest’ultimo “non aveva le carte”, esclamò con entusiasmo che il litigio a cui il mondo aveva appena assistito sarebbe stato “great television”, stava involontariamente rivelando una verità inquietante sulla natura della nostra contemporaneità. Non si trattava di un semplice commento sulla copertura mediatica di un incontro diplomatico: stava riducendo un momento di importanza geopolitica cruciale, che coinvolgeva un conflitto devastante e questioni di sovranità nazionale, a puro spettacolo televisivo. Questa osservazione, apparentemente banale, racchiude in sé l’essenza della trasformazione culturale che Neil Postman aveva diagnosticato nel suo “Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo”, ripubblicato nel 2025 da Luiss University Press. Un testo che oggi appare non solo attuale ma profetico nella sua capacità di anticipare le derive della società dello spettacolo.

Per comprendere appieno la portata dell’analisi di Postman, è necessario fare un passo indietro e rivolgersi a Marshall McLuhan, probabilmente il più celebre fra i massmediologi del ventesimo secolo. Con la sua opera “The Medium is the Massage” (fortuito ma deliberato gioco di parole con “message”), McLuhan aveva intuito che i mezzi di comunicazione non sono semplici canali neutri attraverso cui passano i contenuti, ma sono essi stessi il messaggio, plasmando profondamente la nostra percezione della realtà e la struttura stessa del pensiero. McLuhan sosteneva che ogni medium estende alcune facoltà umane mentre ne atrofizza altre: la stampa aveva esteso la vista e favorito il pensiero lineare e analitico, mentre i media elettronici stavano creando un “villaggio globale” caratterizzato da simultaneità e coinvolgimento sensoriale. La sua intuizione fondamentale era che le tecnologie della comunicazione non sono strumenti neutrali che usiamo per trasmettere informazioni preesistenti, ma ambienti che modellano radicalmente la natura stessa di ciò che può essere comunicato e pensato. Postman prende le mosse da questa intuizione mcluhaniana, ma la sviluppa in una direzione specifica e inquietante.

La tesi centrale in “Divertirsi da morire” è che la televisione, diventando il medium dominante della cultura americana (e occidentale in generale), ha trasformato ogni forma di discorso pubblico in intrattenimento. Mentre l’era della stampa aveva favorito un discorso pubblico razionale, argomentativo, capace di sostenere complessità e sfumature, l’era della televisione ha imposto una logica dello show business che riduce tutto a spettacolo. Postman sviluppa questa tesi attraverso un’analisi storica e culturale che parte dall’America del diciannovesimo secolo, quando i dibattiti politici potevano durare ore e il pubblico seguiva con attenzione argomentazioni articolate e sofisticate, come nei celebri dibattiti Lincoln-Douglas del 1858. In quel contesto, plasmato dalla cultura tipografica, il pensiero complesso e l’argomentazione logica erano non solo possibili ma valorizzati. La televisione, sostiene Postman, ha cambiato tutto questo in modo radicale e irreversibile. Il medium televisivo, per sua natura, privilegia l’immagine, l’emozione immediata, la frammentazione, la velocità e soprattutto l’intrattenimento.

Quando la politica entra in televisione, non viene semplicemente trasmessa: viene trasformata. I politici diventano performer, le idee complesse devono essere ridotte a slogan di pochi secondi, l’apparenza conta più della sostanza, e il criterio di successo diventa non la validità dell’argomentazione ma la capacità di intrattenere e catturare l’attenzione. Lo stesso vale per l’istruzione, la religione, il giornalismo: ogni ambito del discorso pubblico, una volta entrato nella logica televisiva, deve conformarsi alle sue regole. Il risultato è una società in cui il discorso serio è diventato impossibile, non perché censurato (come nella distopia orwelliana del “1984”), ma perché reso irrilevante e ridicolo dalla sovraesposizione all’intrattenimento (più vicino alla distopia huxleyana del “Mondo nuovo”). Postman dedica interi capitoli all’analisi di come questo processo abbia corrotto specifici ambiti della vita pubblica. Il telegiornale, ad esempio, presenta guerre, carestie e catastrofi naturali con la stessa logica con cui presenta lo sport o la pubblicità: tutto deve essere veloce, visivamente accattivante, emozionalmente coinvolgente ma superficiale, interrotto da pubblicità che annullano qualsiasi possibilità di riflessione continuativa.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

L’istruzione televisiva promette di rendere l’apprendimento “divertente”, ma in realtà insegna ai bambini che imparare deve essere facile e divertente, preparandoli male per le sfide intellettuali reali. La religione televisiva trasforma la spiritualità in spettacolo, dove predicatori carismatici vendono salvezza con le tecniche del marketing. In tutti questi casi, il contenuto specifico è meno importante della forma: ciò che conta è che tutto diventi show, intrattenimento, spettacolo facilmente consumabile. La forza dell’analisi di Postman sta nella sua capacità di mostrare come questo processo non sia il risultato di un complotto o di cattive intenzioni, ma sia intrinseco alla natura stessa del medium televisivo. Non sono i cattivi programmi a rovinare la televisione: è la televisione stessa, per sua natura, a rendere impossibile un discorso pubblico serio. Questo determinismo tecnologico, ereditato da McLuhan, porta Postman a una conclusione pessimista: in una cultura dominata dalla televisione, stiamo letteralmente “divertendoci da morire”, intrattenendoci fino all’estinzione della capacità di pensiero critico e impegno civico autentico.

Eppure, per quanto brillante e profetica, l’analisi soffre di un limite evidente. Ciò che Postman non aveva compreso, e forse non poteva comprendere scrivendo a metà degli anni Ottanta, era che la sua visione di declino sociale era fin troppo conservativa. Postman immaginava ancora una realtà “vera” che veniva distorta o nascosta dall’intrattenimento mediatico, una distinzione chiara tra il serio e il frivolo, tra contenuto e forma, tra realtà e rappresentazione. Ma, riprendendo le celebri tesi di Jean Baudrillard, è possibile notare come si sia andati oltre: non è la società ad aver inglobato troppo i media, sono i media e il falso ad aver inglobato completamente la società. Viviamo nell’era della simulazione, dove i segni non rimandano più a una realtà esterna ma si riferiscono solo ad altri segni, creando una realtà più reale del reale stesso. Oggi non è più possibile distinguere fra vero e falso in modo significativo: l’outcome più probabile, quello che viene creduto e condiviso, è quello che intrattiene di più, quello più vicino non alla verità ma alla narrazione più coinvolgente, spesso quindi quello più vicino al falso.

Trump che definisce un incontro diplomatico “great television” non sta semplicemente banalizzando la politica: sta riconoscendo, con brutale onestà, che nella società della simulazione, la politica è televisione, la realtà è lo spettacolo, e il confine tra i due è dissolto. Questa è una conseguenza inevitabile della necessità del capitalismo contemporaneo di servirsi delle emotività e dello spettacolo per giustificare la propria apparente razionalità, per rendere naturale e desiderabile un sistema che altrimenti mostrerebbe le sue contraddizioni. In questo senso, Postman aveva ragione a preoccuparsi, ma aveva torto a pensare che ci stavamo divertendo mentre la realtà veniva nascosta: ci stiamo divertendo perché non c’è più nessuna realtà da nascondere, solo infiniti livelli di simulazione in cui il più divertente prevale sempre.

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