Non è ancora finita

Dopo mesi d’impasse il successo della controffensiva ucraina apre scenari militari e politici inediti: l'esito della guerra è diventato incerto, ma i russi sono tutt’altro che sconfitti.
Dopo mesi d’impasse il successo della controffensiva ucraina apre scenari militari e politici inediti: l'esito della guerra è diventato incerto, ma i russi sono tutt’altro che sconfitti.

Ottomila chilometri quadrati: a tanto ammonta l’estensione del territorio riconquistato dalle forze ucraine nel corso della controffensiva su Kharkiv, nell’Est del Paese. Un numero che da solo basta a dare la misura del successo di quella che si prospetta come la più imponente operazione dall’inizio della guerra, ormai sette mesi fa; i russi, in ritirata dopo essere per poco sfuggiti ad una manovra a tenaglia intorno all’importante snodo logistico di Izyum, lasciano sul campo anche alcune migliaia di prigionieri e vaste quantità di materiale. Così, mentre continuano feroci i combattimenti nell’oblast di Kherson, obiettivo a sua volta di una manovra diversiva ucraina, a Kiev c’è aria di festa: trascorsi oltre duecento giorni di sostanziale impasse intervallati soltanto dai bombardamenti, per la prima volta lo sfortunato Paese può inequivocabilmente dire d’aver colto una vittoria contro il vicino invasore. 

L’arretramento del fronte dà agli ucraini la possibilità di consolidare le proprie linee e snellire la logistica in previsione di una pausa verosimilmente destinata a protrarsi fino alla fine di questo inverno; vantaggi negati alle truppe di Mosca, che anzi debbono cercare di ridurre due pericolosi salienti a sudest della citata Izyum senza poter fare affidamento sulle provviste che vi erano stoccate, cadute in mano avversaria. Dato conto di questi importantissimi sviluppi strategici, i risultati ottenuti nel corso delle ultime due settimane testimoniano la compiutezza dell’integrazione con la NATO: dalla dottrina ai sistemi d’arma, l’esercito ucraino è organizzato e agisce come uno dell’Alleanza, il cui apporto si è d’altronde dimostrato fondamentale, specie in materia di intelligence. Appaiono fugati i dubbi sulle effettive capacità di proiezione del blocco atlantico che, nonostante il pluridecennale ridimensionamento — per invertire il quale sarà necessario almeno un lustro — va riaffermandosi come un soggetto militare efficace, segnando nel contempo una pesante battuta d’arresto per il già tumultuoso processo di creazione di un suo sostituto indipendente targato UE.

Molto rafforzata pure la posizione di Volodymir Zelensky: il presidente ucraino può ora offrire ai suoi partner internazionali delle prospettive concrete rispetto ad un esito favorevole del conflitto, su cui far leva per assicurarsi il loro rinnovato appoggio, quanto mai necessario stante il notevole livello di attrito implicito in un’azione di così ampia portata. Fino a che punto l’Occidente sia disposto a fare da garante della sovranità di Kiev resta comunque un’incognita di difficile soluzione. La gravissima crisi energetica innescata dall’interruzione del flusso di combustibili fossili dalla Federazione Russa ha acuito nel Vecchio Continente il dissenso verso la linea dura sposata dagli organismi comunitari, Commissione in primis. Non è da sottovalutare l’ipotesi che una prossima fronda pacifista, con ogni probabilità a trazione tedesca, tenti un approccio diplomatico in rottura con gli Stati Uniti; la relazione euro-americana ne uscirebbe certamente danneggiata, forse in maniera irreparabile. 

In ballo c’è dunque la tenuta non solo dello schieramento pro-Ucraina, ma anche e soprattutto degli equilibri globali vigenti sin dal crollo del Muro. Lo sa bene il Cremlino, per il quale l’intervento rappresenta un’occasione irripetibile per avocare a sé il nucleo di quel Russki’j Mir a lungo caldeggiato come un polo geopolitico, culturale e spirituale alternativo agli USA. In termini più pragmatici, il recupero della sua storica propaggine europea consentirebbe alla Russia di insidiare l’egemonia statunitense nella regione: a farne le spese sarebbe Bruxelles che, schiacciata tra le due opposte sfere d’influenza, andrebbe quasi di sicuro incontro alla disgregazione. Quella di Putin è, insomma, una scommessa potenzialmente assai redditizia, ma altrettanto rischiosa. Con le dimensioni dello sforzo bellico oltremodo dilatate e l’economia nazionale sottoposta ad una sempre maggiore pressione, il leader russo è cosciente di star giocandosi il tutto per tutto: vacillare ora significherebbe mettere a repentaglio la sopravvivenza del regime di cui è a capo, e con essa la stabilità dell’intero spazio post-sovietico, in una replica degli Anni ’90 dai risvolti imprevedibili.

Indietro non si torna, Kharkiv o meno. Sebbene rappresenti un vero e proprio disastro politico, da un punto di vista militare l’abbandono della città e dell’area circostante risponde ad una precisa logica di conservazione delle forze: impossibilitati ad attuare una qualsiasi resistenza di rilievo, i russi hanno preferito ripiegare in buon ordine sulla sponda sud del fiume Oskil, evitando così di vedere distrutta la gran parte del loro esiguo corpo di spedizione. Il collasso della porzione orientale del fronte fa della cronica penuria di uomini e mezzi un problema ineludibile; lo stesso sfondamento iniziale, nel settore di Balakleya, è da attribuire in toto all’inadeguatezza numerica e qualitativa dei reparti della Rosgvardia lì schierati, la cui fuga ha aperto un varco di circa 30km subito sfruttato dagli ucraini. Saltano definitivamente anche gli ultimi presupposti del piano russo: l’intento di portare avanti un impegno limitato cozza con la massiccia estensione del teatro operativo, per coprire il quale i soli volontari (decimati da perdite che secondo stime attendibili superano ormai le 45mila unità) non bastano più.

Da qui la decisione, annunciata dal Ministero della Difesa tre giorni fa, di procedere con il richiamo di 300mila riservisti, da mandare in prima linea nelle prossime settimane. Insieme al rinnovato accenno al dispositivo nucleare — “il nostro Paese possiede svariati strumenti di distruzione”, ha detto Putin nel suo discorso televisivo — l’avvio della mobilitazione delle forze armate russe rappresenta un’escalation a dir poco preoccupante; la natura ufficialmente parziale dell’iniziativa non deve illudere sull’evolversi della situazione nell’immediato futuro, tanto più alla luce del fatto che il relativo decreto non vi fa alcun riferimento. È guerra totale, almeno a parole; le infrastrutture elettriche ucraine vengono bersagliate da lanci missilistici e si rincorrono le voci di un (improbabile) coinvolgimento della Bielorussia di Aleksandr Lukashenko. Intanto, a Mosca e San Pietroburgo è scattata la protesta: sono almeno 1300 i manifestanti arrestati durante le dimostrazioni spontanee tenutesi nella serata di ieri. Chi intravede in queste manifestazioni spontanee i prodromi della caduta dell’autocrazia russa farebbe però bene a frenare i propri entusiasmi; per quanto persistente, il dissenso dei ceti urbani è stato largamente disarticolato dalla stretta dello scorso anno. Senza una rete organizzativa a coordinarli, gli oppositori sono pressoché innocui. 

La campagna in Ucraina gode peraltro di una sorprendente popolarità presso le zone rurali, da sempre feudo filogovernativo; in tanti, frustrati dal protrarsi della sanguinosa invasione — il grosso dei caduti proviene dai quei luoghi — chiedono misure drastiche affinché la spetsoperatsija si concluda in maniera congrua alle loro aspettative. Rientra tra queste l’annessione del Donbass: dopo che l’avanzata di luglio le ha poste sotto il pieno controllo russo, le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk si preparano a venire integrate nella Federazione tramite un referendum-lampo reminiscente di quello, pilotato, svoltosi nel 2014. Una vittoria di Pirro, che tuttavia può servire a forzare la riapertura di una trattativa. Gli attacchi portati contro le entità separatiste equivarrebbero infatti ad un’aggressione contro la Russia, a cui il Cremlino non esiterebbe a reagire anche ricorrendo all’atomica: nel peggiore degli scenari, una salva di testate tattiche farebbe da apripista per un’offensiva generale indirizzata verso Kiev e oltre. In ogni caso, per il momento ci si può aspettare semplici movimenti esplorativi, volti ad individuare le falle nella difesa ucraina in vista della primavera.

A questo punto la partita si fa politica. Se Washington sembra intenzionata a non demordere, l’Europa minacciata dalla recessione potrebbe piegarsi ad accettare un compromesso in stile Crimea che la sottragga alla catastrofe economica. Dall’altro lato della barricata, all’ambiguità cinese va a sommarsi una certa irritazione dell’India, da tempo impegnata a mantenere un delicato equilibrio d’interessi che la questione ucraina sta turbando; i due giganti asiatici sono ad oggi gli unici attori in grado di indurre Putin a riconsiderare le sue mosse. Nel complesso, la fine della guerra è ancora lontana e per niente scontata. La crescente dipendenza dai rispettivi referenti stranieri ha ristretto di parecchio i margini di autonomia di Russia ed Ucraina, a cui non resta che continuare ad affrontarsi; raggiunto il culmine, il conflitto potrebbe allora trasformarsi in un interminabile scontro a bassa intensità, preludio di una seconda Guerra Fredda che alcuni sostengono sia già in corso. La diplomazia può scongiurare questa eventualità, ma con le Nazioni Unite di fatto relegate al ruolo di spettatrici, la responsabilità di intavolare un negoziato ricade sui contendenti. 

Prevedere chi sarà ad assumersela è impossibile. Ogni concessione fatta è una piccola resa: e, sia chiaro, qualcuno dovrà arrendersi. Presto o tardi. Presto, prima che sia troppo tardi.

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