OGGETTO: Il naufragio della diplomazia celeste
DATA: 13 Gennaio 2024
SEZIONE: Geopolitica
AREA: Asia
Fu nel periodo fra le due guerre mondiali che la Santa Sede fece gli sforzi più importanti per instaurare rapporti diplomatici con l'allora Repubblica Cinese. Pio XI, Pio XII e il Mons. Celso Costantini videro naufragare i loro piani, sommersi da crescenti tensioni asiatiche e da una rivoluzione che avrebbe sconvolto la Cina e il resto del continente.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

I cinesi sin dal XVII secolo, furono alle prese con l’espansionismo russo in Manciuria, oltre a quello dell’emergente Giappone verso la fine del XIX. Infatti, con il Trattato di Shimonoseki del 1895 siglato al termine della prima guerra sino-giapponese, la Cina aveva dovuto riconoscere l’indipendenza della Corea, e dovuto cedere al Giappone la penisola di Liaotung, le isole Pescadores e infine, Taiwan. Inoltre il 26 giugno 1858 era stato siglato il secondo Trattato Ineguale con le potenze imperialiste occidentali, il Trattato di Tientsin, che oltre alle note e umilianti clausole del caso includeva il protettorato francese sui cattolici in Cina, inclusi i fedeli indigeni. In conseguenza i cinesi iniziarono a covare una certa diffidenza anche verso le missioni cattoliche in terra sinica, presenti nell’area almeno dal V secolo d.C.. Il detto che circolava all’epoca tra gli abitanti della terra di Confucio era “un cattolico in più, un cinese in meno”. Il punto di svolta per i rapporti tra Vaticano e Cina è racchiuso nella Lettera Apostolica Maximum Illud (30 novembre 1919) redatta da Benedetto XV su impulso del Prefetto di Propaganda Fide, mons. Van Rossum, il quale ebbe l’intuizione per cui la Chiesa in Cina avrebbe dovuto prendere le distanze dalla politica imperialista delle potenze occidentali, ovvero sarebbe dovuta restare “al di fuori e al di sopra delle questioni politiche”. L’intuizione era corretta, infatti, nel maggio di quell’anno, vi era stata un’importante contestazione popolare a Pechino circa la firma cinese del Trattato di Versailles. 

Era l’entreguerre della grande instabilità asiatica e momento storico di riorganizzazione diplomatica tra grandi potenze. Proprio in questi anni gli Stati Uniti coglievano la necessità di schermarsi in Cina dalla crescente influenza del Giappone, con il quale sarebbe infine entrato in rotta di collisione. Gli USA, allora, strinsero un’alleanza con il Regno Unito nel 1922, il quale si vide costretto a interrompere quella con il Giappone, operativa sin dal 1902. Fu a quel punto che iniziò a covare il disegno giapponese per un successivo dominio militare della Manciuria, sino a quel momento ancora in orbita cinese. Peraltro, la regione sinica in questione rientrava in una delle regioni ecclesiastiche della Cina. È una coincidenza significativa che proprio il 6 febbraio di quell’anno venisse fatto pontefice Ambrogio Damiano Achille Ratti nel nome di Pio XI. Egli riprese il progetto di Benedetto XV di instaurare rapporti diplomatici con la Repubblica Cinese, in un momento in cui la linea diplomatica del Vaticano si poneva in sintonia proprio con quella statunitense. Sino a quel momento, a partire dal pontificato di Leone XIII, tutti i tentativi della Santa Sede di instaurare in territorio cinese una Nunziatura Apostolica, ovvero una sede di rappresentanza diplomatica ufficiale, era naufragato a causa delle interferenze da parte di Parigi, che pur di mantenere in piedi il proprio protettorato sui cattolici in Cina, aveva ostacolato ogni mossa in tal senso dei vari pontificati.

Per questa ragione Pio XI decise di cambiare approccio e di rinunciare, almeno in un primo momento, a relazioni diplomatiche formali, preferendo ad esse rapporti de facto con il governo repubblicano di Cina mediante la figura del Delegato Apostolico, più discreta rispetto al Nunzio. La figura scelta da Pio XI per questo ruolo fu l’Amministratore Apostolico a Fiume, mons. Celso Costantini. Pio XI, nell’agosto del 1922 conferì al Delegato la potestà di giurisdizione su tutte e cinque le regioni ecclesiastiche esistenti, inclusa la Manciuria ed esclusa l’Isola di Formosa (oggi Taiwan), che all’epoca si riteneva fosse meglio legare alla rappresentanza pontificia in Giappone. Nei due anni successivi la sede della Delegazione Apostolica in Cina fu stabilita a Pechino, ma al di fuori del quartiere delle Legazioni diplomatiche Occidentali e finalmente nel 1924 si svolse il primo Concilio Sinense presieduto da Celso Costantini a Shangai. Tuttavia con il procedere, nei tre anni successivi, dei contatti tra le due parti (S. Sede e Repubblica di Cina), si venivano a frapporre fra di esse diverse evoluzioni politico-militari in territorio cinese. 

A stretto giro, l’Esercito Rivoluzionario Nazionale orchestrò e mise in atto la “spedizione militare del Nord” appena in seguito alla morte del dott. Sun Yat Sen, sino ad allora a capo del Kuomintang, segnando l’inizio della guerra civile tra le forze nazionaliste, capeggiate dal nuovo leader Chiang Kai-shek, e quelle comuniste. Inoltre, era iniziata nel 1925 una guerra economica tra Cina e Giappone e questa sarebbe andata avanti fino al 1928. Il 20 aprile di quell’anno le forze del Kuomintang si scontrarono al confine con le truppe giapponesi nella città di Jinan (Manciuria Meridionale), sede cinese di importanti interessi economici nipponici, e che venne occupata dalle forze di Tokyo sino al 1929. In tale contesto, verso fine gennaio di quell’anno, Celso Costantini incontrò Chiang Kai-shek e, di lì a poco, anche il Ministro degli Esteri Cinese Wang Zhengting, che propose la redazione di un “trattato di amicizia” tra le due nazioni, tentando di affrettare il processo di riconoscimento. Ad ogni modo, ai tentativi di redazione di una bozza di accordo tra San Pietro e Nanchino, si contrapposero una campagna diffamatoria da parte della stampa francese e gli esiti dell’incidente di Mukden nel 1931, ben più significativi delle operazioni mediatiche di Parigi. Era l’inizio dell’occupazione da parte giapponese della Manciuria (e di parte della Mongolia Orientale), ovvero la prima regione ecclesiastica della Santa Sede in Cina, che ora, però, sarebbe finita sotto il dominio militare giapponese. 

In questo caso Costantini diede ordine ai missionari mancesi di restare estranei alla contesa, ma di restare sul posto. Ben presto vi furono ulteriori evoluzioni della situazione, ovvero l’erezione dello stato fantoccio del Manciukuò, eterodiretto da Tokyo. Poco meno di due settimane dopo alla Santa Sede pervenne un messaggio recante la firma del reggente mancese, nonché ultimo rappresentante della dinastia imperiale cinese Qing, Enrico Pu-Yi, nel quale si faceva una richiesta di riconoscimento internazionale dello Stato del Manciukuò. Lettera alla quale il Pontefice decise di non rispondere. La Santa Sede era usa a non riconoscere uno Stato neonato in guerra guerreggiata prima che qualche altra nazione non l’avesse già fatto prima. In questo caso particolare il Manciukuò era isolato a livello internazionale, con l’eccezione giapponese, s’intende. Il regime autoritario mancese, però, ben presto interruppe le linee di comunicazione tra le missioni cattoliche nell’area e la Delegazione Apostolica cinese. Fu dunque necessario per la Santa Sede continuare a trattare con le autorità in questione per via informale, tentando e riuscendo nel difficile compito di tutelare la vita e le anime dei cattolici mancesi, senza però concedere allo stato fantoccio nipponico un riconoscimento formale. Il 20 febbraio, dunque, Propaganda Fide incaricò mons. Auguste Gaspais in qualità di Vicario Apostolico a Kirin, cosicché potesse trattare direttamente con le autorità mancesi. 

Gaspais, nei due anni successivi, fu al centro di campagne diffamatorie da parte della stampa giapponese, finalizzate a convincere i cinesi nazionalisti che il Vaticano avesse instaurato relazioni diplomatiche formali con il Manciukuò, cosa però non vera. Le trattative del Vaticano con il governo repubblicano di Cina nel frattempo proseguivano con il terzo tentativo di accordo diplomatico, definito “Ponenza del 1937”. Contemporaneamente, il 7 luglio dello stesso anno, scoppiava la seconda Guerra Sino-Giapponese e quindi il progetto passò in secondo piano nell’agenda di Chiang Kai-shek. Inoltre, il leader nazionalista cinese ed il suo entourage, osservando i successi diplomatici che andava incassando il Manciukuò – nel frattempo riconosciuto dall’Italia, dalla Germania, dalla Polonia e parzialmente dalla Spagna Franchista – temevano che anche il Vaticano avrebbe fatto lo stesso, assecondando l’orientamento dell’Italia con la quale l’11 febbraio del 1929 aveva siglato i Patti Lateranensi. I timori di Chiang al riguardo, però, non si concretizzarono mai, nonostante fossero legittimi. Gli incontri tra le due autorità vaticane e mancesi si erano intensificati a tal punto che una “missione amichevole ed economica” proveniente da Hsinking, venne ricevuta dal Pontefice a Castelgandolfo il 10 settembre 1938. Inoltre l’ambasciatore mancese presso il Quirinale rappresentò il Manciukuò ai funerali di Papa Ratti, a cui successe il 2 marzo il card. Pacelli, nel nome di Pio XII, il quale ereditava l’annosa questione insieme ad un pontificato sulla soglia di una mondializzazione del conflitto in atto tra grandi potenze. L’11 dicembre del 1941 gli USA entravano in guerra contro il Giappone. 

In quei difficili anni, la comunicazione tra le missioni cattoliche in Manciukuò e la relativa Delegazione, mossa a Tokyo con la proclamazione dello Stato fantoccio, ora coinvolto nel conflitto, avveniva in maniera frammentaria e incostante. Dal 1942 i missionari tornarono a comunicare con la Delegazione Apostolica in Pechino, aggirando i divieti nipponici. Questa si rivolgeva principalmente a Chiang Kai-shek, che pure nella Conferenza del Cairo (22-26 novembre 1943) era stato ufficialmente riconosciuto come principale interlocutore degli USA e come 4° poliziotto del Nuovo Ordine Mondiale. Alla vigilia della definitiva dissoluzione del Manciukuò (verso la fine 1944) proprio il ministro di Cina presso la S. Sede faceva pervenire in Segreteria di Stato un messaggio nel quale chiedeva chiarimenti riguardo un possibile riconoscimento da parte del Soglio Petrino del Manciukuò in data 7 agosto 1934, come riportato dallo Year Book Giapponese. Costantini, allora Prefetto di Propaganda Fide, smentì la falsa notizia

Dissolto l’impero mancese, venne ripristinata la sovranità cinese sulla Manciuria e venne a decadere anche il “mandato Gaspais”. Nel 1945, sconfitto il Giappone, però, la guerra civile tornò a divampare nella terra di Confucio. Qui il Vaticano continuò a mantenere i rapporti con la Repubblica di Cina e non con le emergenti forze comuniste, con le quali si pose in aperto contrasto, in accordo con la posizione degli Stati Uniti. Nel 1946 venne creata l’internunziatura apostolica presso Nanchino nella figura di Mons. Antonio Riberi, concedendo un riconoscimento diplomatico formale parziale alla Repubblica Nazionalista Cinese, ma la guerra civile si protrasse sino al 1949 e vide prevalere i comunisti e la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Nell’estate del 1949 l’Esercito di Liberazione Popolare attraversò il fiume Yangtze e conquistò la capitale nazionalista Nanchino. Il governo guidato dal Kuomintang arretrò verso Guangzhou a meridione, per poi rifugiarsi sull’isola di Formosa. Tutti i corpi diplomatici seguirono. L’Internunzio e l’ambasciatore americano, però, restarono a Nanchino, preparandosi ad accettare de facto il governo comunista e a trattare con esso, ma le cose non andarono come previsto. Il 26 giugno 1951 Riberi venne accusato dal governo comunista di essere una spia americana e venne infine espulso dalla Cina continentale. 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è martedi7-2blur-1-1024x768.jpg

Roma, Luglio 2023. X Martedì di Dissipatio

Da allora, non furono mai più allacciati rapporti diplomatici formali tra Vaticano e Repubblica Popolare Cinese. In conseguenza alle persecuzioni dei cattolici perpetrate dal governo comunista, e alle pressioni diplomatiche degli USA, infine, nel 1953, mons. Riberi decise di spostare la Nunziatura apostolica a Taipei, dove si concentrò la diaspora dei cattolici cinesi perseguitati dall’Esercito di Liberazione Popolare.

I più letti

Per approfondire

The New Zeitgeist

Il ralliement tra Chiesa e Stato tedesco in chiave antiromana. Un saggio illuminante di Andrea Francia e Lorenzo Trapassi.

L’isola che c’è

In un remoto arcipelago dell'Oceania si sta giocando una partita-chiave per la transizione multipolare: il controllo delle Isole Salomone.

Il conflitto epidemico

La corsa sudamericana ai vaccini.

Conte, il vaticanista

Da Oltretevere arrivano messaggi chiari per chi vuole capire. La Santa Sede è tornata sulla scena politica italiana e Giuseppe Conte sembra l'uomo giusto per incarnare un partito di centro, di matrice cattolica, ovviamente.

«Qualcuno ha scoperto che sono tornati gli imperi, ma gli imperi non hanno mai smesso di esistere». A lezione da Domenico Quirico

Storico inviato e caporedattore Esteri de La Stampa commenta i principali avvenimenti del presente attraverso la lente dell'informazione. Un girotondo sul mondo che cambia e si rigenera.

Gruppo MAGOG