Il narcisismo del volontariato

La pandemia ha chiuso i confini e ci ha liberato dalla passerella di giovani occidentali in posa tra le capanne di fango. Ora che non possono più andare in Africa a fare i cooperanti per il tempo di un selfie e cambiare la propria foto profilo di Instagram, i Millennial scoprono che il loro vuoto interiore è vasto come il Sahara. I maschi si riappropriano del culto del corpo. Le donne hanno ricominciato a fare il pane. Riaprite le frontiere prima che si torni alla normalità!
La pandemia ha chiuso i confini e ci ha liberato dalla passerella di giovani occidentali in posa tra le capanne di fango. Ora che non possono più andare in Africa a fare i cooperanti per il tempo di un selfie e cambiare la propria foto profilo di Instagram, i Millennial scoprono che il loro vuoto interiore è vasto come il Sahara. I maschi si riappropriano del culto del corpo. Le donne hanno ricominciato a fare il pane. Riaprite le frontiere prima che si torni alla normalità!

Tra i tanti divieti dalle conseguenze nefaste che la pandemia ha imposto, ce n’è uno per cui dovremmo ringraziarla. Le restrizioni geografiche ci hanno risparmiato i soliti servizi fotografici che ritraevano i nostri amici e conoscenti accerchiati da bambini di colore sullo sfondo di uno di quei villaggi africani che rispetta tutti gli stereotipi del nostro immaginario più hollywoodiano che reale. Un set dove l’autentico diventa un momento dell’artificiale, dove la spontaneità è il miglior filtro di Instagram, dove tutto è lasciato a un caso allestito nei minimi dettagli. Quante foto dal soggetto sempre identico ci è capitato di vedere negli ultimi anni. Una sezione aurea di povertà e desolazione al cui centro sorride una ragazza (il 54% sono donne, secondo le statistiche) con il volto al naturale, libero dai brutali segni metropolitani di un maquillage senza il quale, fino a ieri, non osava uscire di casa: è lei la protagonista, è lei il demiurgo attorno a cui gravita tutta la scena, è lei che converte il dolore che sta sullo sfondo (le case dai tetti di paglia, i vestiti laceri, le scarpe fatte di bottiglie di plastica) nella gioia dei sorrisi degli infanti. Sembra quasi che sia la sua presenza cristica, evangelica, sovrumana, il suo corpo pneumatico a risolvere gli scompensi economici tra il Nord e il Sud del mondo. È lei a risarcire un continente da tutto il male commesso dal nostro passato di colonizzatori, dal nostro presente di consumatori di H&M. Ecco che tutto questo, almeno per quest’anno, lo abbiamo evitato. Niente più sorrisi plastici tra sofferenze altrui, niente più citazioni melense, niente più hashtag a capitalizzare in visibilità la fame nel mondo.

I cooperanti per il tempo di un selfie sono stati costretti a casa o comunque nei confini nazionali, senza che questa limitazione generasse un aumento del volontariato interno. Non abbiamo alcun dato a riprova di questo fatto, quindi ci potremo sbagliare, ma pare che in tempi normali solo il 14% dei volontari scelga di rimanere in Italia e oggi non ci risultano brigate di ventenni iscritti alla Caritas. L’hashtag #CaritasIt non è altrettanto convincente, almeno non si è visto nessuno dedicarsi al bisognoso dietro l’angolo con gli stessi sorrisi, la stessa spensieratezza e gli stessi book fotografici con cui ci si occupa dei poveri subequatoriali. La solidarietà per assurdo è un meccanismo psicologico che scatta solo con emergenze a distanza. Empatizzare con il vicino, questo sconosciuto, con l’indigente di quartiere, non va altrettanto di moda. Scomodiamo Marc Augé per dire una cosa scontata: «se fossimo animati soltanto dal desiderio di incontrare gli altri potremmo farlo facilmente senza uscire dai nostri confini, dalle nostre periferie». Il volontariato globale (#globalhealt è un altro dei trend più in voga) ha tutt’altro sapore, c’è quell’esotismo, quell’atmosfera da Tour d’Afrique che ci ricorda i giovani artisti romantici partire alla volta di un’Italia decadente e selvaggia, nell’Ottocento, alla ricerca di un’autenticità perduta. Eppure in questi viaggi pilotati e programmati fin nei minimi dettagli con l’ausilio del proprio IWatch, in queste terre ormai cartografate centimetro per centimetro dai cartografi dell’Impero, non c’è niente di straordinario e di remoto, ma solo la conferma di ciò che si stava cercando. Si va incontro al già visto, allo scatto già scattato: tutte le pose, i sorrisi, gli orizzonti si assomigliano. In quel paesaggio non si cerca l’altro, ma qualcosa che continui a parlarci di noi. Siamo sempre noi, infatti, il personaggio principale del viaggio, siamo noi il volontario e il bisognoso, il soggetto e l’oggetto: a cambiare è solo il contesto nel quale vogliamo avere a che fare con noi stessi, sperando di scoprirci diversi a una diversa latitudine del globo. L’antropologo Mondher Kilani sostiene infatti che «la curiosità per l’altro corrisponde assai spesso a sogni di evasione piuttosto che a un tentativo di conoscenza». Nessuno vuole conoscere, ma al massimo riconoscersi, scoprire qualcosa in più su di sé. «L’infatuazione del pubblico contemporaneo per la letteratura esotica – scrive ancora Kilani – obbedisce a considerazioni recondite, nascoste nell’immaginario occidentale, come quella di rassicurarsi sulla propria superiorità o di confermarsi nelle proprie qualità in rapporto all’altro, in un mondo che vede la trasformazione e la rimessa in discussione di tale superiorità». L’altro è il metro di misura attraverso cui calcoliamo il nostro stato di salute, con cui confrontiamo la nostra felicità o infelicità, è lo specchio rovesciato, il doppio nel cui sguardo lenitivo vediamo la frivolezza dei nostri problemi e delle nostre insicurezze per poter tornare tra i comfort occidentali e fare la stessa vita di prima, ma con un pretesto in più per poter parlare di noi.

Sono 6400 gli italiani che in media partono ogni anno verso il continente più fotogenico del globo per aggiornare le loro foto profilo di Facebook e di Instagram, per fare economia di attenzione in un mercato sempre più competitivo dove non basta più pubblicare la foto dell’ultimo piatto, per risolvere finalmente i propri conflitti edipici e riscoprire il proprio io interiore con l’aiuto dei più bisognosi. Chi è il volontario alla fine? A guadagnarci da tutta questa storia è l’Occidentale che fa il suo jogging morale o il suo Safari umano tra le rovine tranquille della colonizzazione. Insomma questo sourcing della propria identità non ha niente da invidiare al sourcing dell’abbigliamento da parte delle nostre multinazionali. Neanche lo star-system ha più potuto fare sfoggio del suo cosmopolitismo dei sentimenti. Le varie Angelina Jolie non vanno più ad abbracciare i bambini in quelle zone di conflitto che un domani faranno da set al loro prossimo film. Ora siamo costretti tra le mura di casa, a tempo indeterminato, obbligati a mappare la vastità della nostra solitudine. Ci chiediamo quindi che fine abbiano fatto tutti quei giovani volenterosi che partivano con i loro pantaloni di yuta tra le case di fango. Come esprimeranno adesso quella che sembrava essere una smania di solidarietà irrefrenabile? I maschi hanno ritrovato loro virilità e forza fisica: tra esercizi a corpo libero e sollevamento di casse d’acqua si riscoprono uomini mentre le donne hanno riconquistato i fornelli e hanno imparato a discernere tutti i tipi di farina per fare il pane, in ossequio alla peggiore tradizione patriarcale. Riaprite le frontiere prima che si torni alla normalità!

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