Declassify Enrico Mattei

Il goffo e superficiale tentativo de La Repubblica di demitizzarlo non riesce a intaccare la figura di Enrico Mattei, che resterà per sempre un martire d'Italia.
Il goffo e superficiale tentativo de La Repubblica di demitizzarlo non riesce a intaccare la figura di Enrico Mattei, che resterà per sempre un martire d'Italia.

Alcuni giorni fa è uscito su La Repubblica un articolo a firma del corrispondente da New York, con i toni da grande scoop storico-giornalistico: “La Cia riscrive il caso Mattei: “Era fascista: pagò la DC per fingersi partigiano“. Perbacco, il titolo fa sobbalzare il lettore sulla sedia. Cosa mai è andato a scoprire il corrispondente scartabellando i 13.173 documenti decaduti dal rango di segreti proibiti? Ben poco a dire il vero. Una manciata di questi documenti CIA freschi-freschi di declassificazione, che in qualche modo toccano le vicende italiane degli anni del boom economico, e di cui alcuni passaggi sono riportati nell’articolo in questione, sono piccoli aghi sottoforma di parole sbiadite che punzecchiano e forano la pelle della nostra storia e da quei minuscoli forellini il giornalista, lo storico, il curioso cercano di intravedere nuove prospettive, nuovi spunti di ricerca, nuove verità. Affascinante senza dubbio; il sottoscritto prima della stesura del romanzo Ho ucciso Enrico Mattei ha passato le notti su documenti simili, diciamo appartenenti alla stessa grande famiglia Langley – fogli assolutamente consultabili da chiunque abbia un computer, una connessione, una pazienza da insonne. Divertitevi pure voi a bruciarvi le cornee a tarda notte.  

Purtroppo, in questo caso specifico, e come ahinoi in innumerevoli altri casi passati, presenti e temo futuri, non emerge nessuna indiscutibile verità, nessuna prova; trattasi di rumors battuti a macchina da un agente, poi ciclostilati, spediti dall’altra parte dell’Atlantico, letti velocemente da funzionari dell’intelligence americana e forse adocchiati dal potente direttore dell’Agenzia di allora, Allen Dulles (fratello dell’altro potentissimo Foster Dulles, Segretario di Stato della presidenza Eisenhower negli stessi anni). E poi archiviati, lasciati a macerare per decenni in armadi chiusi a doppia mandata in sotterranei blindati. Dunque, apriamo anche noi lo scrigno dei segreti: 

National Archives Releases New Group of JFK Assassination Documents

Press Release – Thursday, December 15, 2022

Washington, DC

In accordance with President Biden’s memorandum of December 15, 2022, the National Archives today posted 13,173 documents containing newly released information subject to the President John F. Kennedy Assassination Records Collection Act of 1992 

In questa ultima ondata di carta, dedicata alla grande madre di tutti i misteri – l’attentato JFK – suprema emicrania storica, circoscrivendo all’Italia, tre sono effettivamente i nomi che balzano all’occhio: Claire Boothe Luce, Pemindex (e non Permidex come viene scritto nell’articolo), e il più importante di tutti, Enrico Mattei. 

Sui primi due nomi, riporto dei passaggi tratto dal mio romanzo “Ho ucciso Enrico Mattei”: “Clare Boothe Luce (si pronuncia Lius anche se molti in Italia la chiamano Luce, come d’altronde è anche suo desiderio, per “italianizzarsi”, per compiacerci, astuta) ne ha fatte di cose. Nata all’inizio del secolo a New York, ha fatto i primi quattrini da attrice bambina, una enfant prodige del cinema. È diventata poi giornalista, lavorando nella rivista di moda Vogue. Negli anni ’30 assume la direzione del magazine Vanity Fair. Scrive sceneggiature per il teatro e libri. Dopodiché fa il colpaccio, e sposa in seconde nozze il magnate dell’editoria Henry Luce, proprietario, tra gli altri, del famoso settimanale TIME. Si potrebbe dire che sposandosi, Lady Luce abbia appeso il cappello al chiodo. Ma la donna è troppo in gamba per interpretare il solo ruolo di ricca moglie sofisticata da sfoggiare durante gli eventi mondani. Entra in politica nelle file del Partito Repubblicano. Si forma intransigente e risoluta, un peperino ultraconservatore. Alfiera della visione americana delle cose. A seguito della perdita della figlia in un incidente stradale, sprofonda in una crisi mistico-religiosa. Si fa cattolica devota. Circola una storiella buffa, di quando Luce è andata in udienza da Papa Pio XII. Lei gli si prostra con devozione esagerata, con fervore ostentato e il papa allora la canzona: «Signora, non mi deve convertire, sono anche io un cattolico». I suoi nemici sono i rossi, da snidare ovunque si trovino. Qua in Italia, vive costantemente nel timore che i nostri comunisti possano prendere il potere. Ne ha la paranoia. Anzi, prova addirittura angoscia per la sopravvivenza dell’Occidente. Vede comunisti, comunisti ovunque. Il comunismo è l’Anticristo. I colleghi della CIA conoscono bene le sue pulsioni ferocemente anticomuniste, sanno approfittarne. Luce è paladina del modello capitalista statunitense. Libero mercato, libera impresa, interessi economici globali, Dio premia i meritevoli coi dollari. Non è qua in Italia solo per andare dai sarti, a vedere film della Magnani, o prendere il sole. È qua per rappresentare un certo tipo di potere. La viceregina dell’Impero, dal fascino androgino e subdolo, è stata mandata da Ike Eisenhower a controllare la periferia mediterranea dell’America. Disprezzando con forza gli interventi dello Stato nel mercato, che dovrebbe essere quanto mai libero e privo di vincoli alla crescita, Luce non può che essere fiera avversaria della politica indipendente e parastatale dell’ENI, divenuta incontrollabile. È convinta, assieme a tanti altri, sulla necessità di contenimento dell’industria pubblica, e in particolar modo, auspica il ritiro degli interessi statali dal settore petrolifero. Detesta Enrico Mattei, e il sentimento è ricambiato”. 

“La Permindex era una società polipo dai tanti tentacoli estesi ovunque, ma la testa del polipo rimaneva al di là dell’Atlantico, a Langley. Era un’azienda che si spacciava per essere un centro commerciale, un crocevia di affari internazionali; ma diciamo la verità, nessuno nel consiglio d’amministrazione si era adoperato più di tanto per farla sembrare un’entità realmente impegnata nel commercio, e infatti è stata smascherata. La Permindex era un baraccone di marmo lucido, dalla facciata prestigiosa e internazionale, ma al cui interno non c’era niente. La multinazionale dalle stanze vuote, che serviva all’Agenzia per avere una base camuffata a Roma, e per operare finanziariamente con vari soggetti, legali e non, del mondo affaristico italiano e svizzero. Era un modo per gestire i fondi americani destinati alle varie funzioni dello spionaggio in Italia, tra cui la corruzione politica, il finanziamento di operazioni clandestine, il pagamento di noi impiegati“. 

Su Enrico Mattei – e sul personaggio storico, avendo il suo percorso di vita e di impresa una tale rilevanza dal dopoguerra in avanti, occorre scrivere oggi senza alcun tono da romanzo, per rimanere ben lucidi su fatti, testimonianze oggettive, eredità. Nell’articolo di La Repubblica si menziona un preciso dispaccio, datato 11 agosto 1955 e timbrato S E C R E T, inviato al “Chief” con mittente il capo della stazione di Milano e passato per i capo della stazione di Roma. Il documento reca la misteriosa annotazione “Prepared by Montecchi”. Oggetto: Operational – U.S. Embassy and Italian Petroleum Industry.

Al suo interno vengono elencati una serie di punti. Il primo di essi è fondamentale per la comprensione dei successivi, è essenziale, e sarebbe stato doveroso leggerlo con attenzione prima di riportarne i successivi, snocciolati da La Repubblica come verità storica. Il documento è solo una nota che riporta le osservazioni di tal Denter, presumibilmente agente CIA impegnato a Roma. Sono considerazioni basate su voci, rumors, quindi dicerie, chiacchiere, pettegolezzi. Bisbigli di corridoio, dietro alle tende pssst-pssst bocche umide su orecchie golose di infamità. Dunque siamo nel campo astratto privo di fatti oggettivi, a discutere su presunte attività, cioè mormorii impossibili da verificare, su calunnie probabilmente sparate da chi aveva in antipatia (o in odio) Enrico Mattei, e i nemici del fondatore e Gran Visir dell’ENI non mancavano di certo, anche in Patria. Si dice che il firmatario del dispaccio sia stato il capo della CIA a Roma Lester A. Simpson. Semmai fu il possibile responsabile della stazione di Milano dell’Agenzia. Scrivo “possibile” perché non è di certo facile essere certi di questo dettaglio e di questo nome; siamo nell’ambito delle barbe finte, uomini discreti per natura e per lavoro – campo di nebbia, di pseudonimi, di fantasmi. Mentre i capi della stazione romana, la principale in Italia, sono più noti. Nel contesto degli anni dell’ascesa di Mattei, e poi successivi al suo omicidio, i responsabili CIA nella capitale furono William Colby (dal 1953 al 1958), Thomas Karamessines (dal 1958 al 1963), William King Harvey (per breve parentesi dal 1963 al 1964, poi spedito in Laos in una cassa di gin – Harvey è stato un personaggio da romanzo alla James Ellroy), Felton Mark Wyatt (dal 1964 al 1968), e Seymour Russel (dal 1968 al 1971). Su Thomas Karamessines, uomo chiave CIA proprio durante la morte di Enrico Mattei vale la pena fare un excursus.

Thomas Karamessines (1917 – 1978), capo della stazione CIA di Roma dal 1958 fino all’inizio del 1963, quando fu richiamato in patria e promosso Deputy Director of Plans della sezione Directorate of Plans. Questa sezione fu concepita in origine per gestire la rivalità tra le sezioni OSO Office of Special Operations (raccolta informazioni) e OPC Office of Policy Coordination (azione segreta). Il Directorate of Plans si pone al di sopra di queste due entità al fine di coordinarle e guidarle. Il Directorate of Plans è altresì conosciuto come Clandestine Service, denominazione il cui significato è piuttosto indicativo. Karamessines fu impegnato nella caccia a Che Guevara in Bolivia, e nel colpo di stato in Cile del 1973.

Tornando ai rumors, ai pettegolezzi raccolti nel dispaccio e riportati nell’articolo, essi affermano che Enrico Mattei fu fascista fino all’ultimo, al 1945, e che però, essendo entrato nella Resistenza nel 1943, ebbe la scaltrezza di tenere bene i piedi in due staffe, mantenendo i rapporti con i tedeschi occupanti. Addirittura, la moglie Margherita Greta Paulus, ballerina austriaca sposata a Vienna nel 1936, avrebbe avuto una relazione con un capitano SS appartenente al servizio di sicurezza nazista dell’SD (Sicherheitsdienst di Reinhard Heydrich, poi alla morte di costui sostituito da Ernst Kaltenbrunner): questo rapporto adultero entrerebbe nella medesima strategia di Mattei per tenersi buono il potere nazista fino a quando i giochi non si sarebbero compiuti in modo chiaro e definitivo. Una menzogna davvero bassa e squallida. L’altra accusa, o meglio, l’altra calunnia citata, afferma che Mattei si comprò il suo posto di comandante partigiano al prezzo di cinque milioni delle lire che furono pagate a un funzionario diccì

Ora, tralasciamo le maldicenze tramandate, e affidiamoci alla storia. Anni ’20 del secolo scorso, in Italia c’è il fascismo. Da che parte sta Enrico Mattei? Come quasi tutti gli italiani, fin che le cose vanno più o meno bene, ci convive. Sappiamo che aderì al PNF, tessera n.804 del fascio di Matelica, il 26 ottobre 1922, due giorni prima della marcia su Roma. Squadrista della prim’ora, parrebbe. Senonché nel ’22 Mattei ha sedici anni. Uno sbarbatello in vena di avventure che subisce il fascino della cagnara paramilitare mussoliniana, come tantissimi della sua età. Quella tessera non ha molto significato; una ragazzata, non prova di fede. Quella famosa tessera l’avevano in moltissimi, tra cui diversi potenti ripuliti e riciclati nella Repubblica nata nel dopoguerra, che si sono iscritti in età ben più adulta e ragionata.

Negli anni ’30 ha maturato una forma che posso definire di fascismo passivo, critico e dissidente. Sicuramente ne approva la visione nazionalista, l’idea e necessità di un ruolo forte dello Stato a sostegno dell’economia e la spinta a politiche volte all’interesse italiano, almeno sulla carta. In comune con la corrente più “socialista” del fascismo considera il capitalismo internazionale, specialmente quello del mondo anglosassone, una bestia rapace. Questo potrebbe essere il suo pensiero, abbozzato, perché poi c’è la sua grande voglia di lavorare e primeggiare che lo impegna completamente e dunque diciamo che tra lui e il regime esiste una separazione; Mattei procede nella sua vita su un binario diverso, che non incrocia quello del fascismo di Stato; insomma lui vuole lavorare senza problemi. Tipico atteggiamento italiano. C’è un regime, io non do fastidio a lui e lui non dà fastidio a me, fin che le cose, tutto sommato, procedono nel verso giusto. Però muta presto pensiero. Siamo nel febbraio 1934 e un appunto OVRA dice che Mattei critica apertamente il regime. Nell’appunto OVRA, redatto a seguito di un incontro di lavoro a Milano, si informa che Enrico Mattei ha espresso parole di biasimo per la piega che ha preso il fascismo, tradendo i propri ideali sociali degli inizi. Critica il Corporativismo, contesta Roma abbuffona che si piglia tutto, l’arroganza del potere, la corruzione dei gerarchi, l’interesse personale anteposto al bene comune, l’egoismo peggior difetto italiano da cui certo il fascismo non scampa. Quando si legherà a profonda amicizia al professor Marcello Boldrini, un compaesano di Matelica anche lui emigrato a Milano e che lo aiuterà a prendere il diploma di ragioniere, le sue idee diventeranno chiaramente antifasciste.

Balzo in avanti nella storia: guerra civile. Il rappresentante di spicco della DC clandestina milanese è Galileo Vercesi, nome di battaglia “Cusani”, volontario nella prima guerra, doppia medaglia di bronzo al valore sul petto. Arrestato e fucilato nel 1944. Enrico Mattei ne prende il posto e battezzato partigiano con triplice nome. Partigiano “Marconi” per le funzioni militari, partigiano “Este”, per le funzioni politiche, partigiano “Monti” per le funzioni interne democristiane. Non agisce con il mitra ma in altro modo, ancora più utile. Lui non è un soldato, ma un imprenditore, un commerciante, un affabulatore, un venditore. Crea una rete di agganci e appoggi. Banchieri, finanzieri, industriali. Trova soldi, tanti. Amministra i dollari che gli anglo-americani inviano alla guerriglia. È il ragioniere della resistenza. CVL Corpo volontari della libertà: gli ufficiali in prevalenza sono monarchici, ma ci sono altre componenti, ovvero cattolici, seguaci di De Gasperi, repubblicani. Retata della polizia dell’RSI a Como: nell’autunno ’44 Enrico Mattei è arrestato insieme ad altri trenta partigiani. Cortocircuito nel carcere, nel buio scoppia la baraonda. Enrico Mattei taglia la corda. Il CLN si irrobustisce per la spallata finale. Agonia fascista, 25 aprile, banco carni Piazzale Loreto. Nell’ottobre ’45 è decorato dal generale Clark con la Bronze Star al merito per l’azione partigiana. Poi, la famosa riunione del 28 aprile 1945: l’inizio dell’avventura petrolifera AGIP-ENI. La Commissione centrale per l’economia del CLN – divisione Comitato Liberazione Naz.Aziendale “AGIP”, delibera riunita. Sulla poltrona più grande, a capotavola, è seduto il presidente Cesare Merzagora. L’incarico per la liquidazione dell’AGIP, su proposta del consigliere Mario Ferrari Aggradi, è assegnato al Ragionier Enrico Mattei. In quanto imprenditore nel ramo degli oli industriali nonché capo partigiano di provata capacità e fede, viene ritenuto essere persona più adatta rispetto altri. 

Un curriculum di un doppiogiochista? Non sembra proprio. E anche nei fogli americani declassificati oggi e in precedenza (e quelli che riguardano Mattei sono numerosi), non troviamo alcuna traccia sulle insinuazioni romane raccolte da tal Denter e riportate dal misterioso Lester A. Simpson. Nulla di nulla, nessuna conferma né riscontro né altri rumors di così basso livello. C’è altro sì, ma di ben altri toni e argomenti, e molto più pericoloso… Proprio sull’esperienza partigiana di Mattei, rimanendo sugli archivi CIA, è interessante leggere l’Intelligence Report stilato il 27 luglio 1955, pochi giorni prima del famigerato dispaccio che stiamo analizzando. Questo report reca il titolo di Italian Combatants Organizations e aveva lo scopo di fornire una panoramica esaustiva, perlomeno nei numeri e nelle sigle, di tutte le associazioni di reduci di guerra, sia essi fossero fascisti che partigiani, con occhio particolare all’inclinazione politica di tutte le sigle in questione. A pagina 21, alla voce Federazione Italiana Volontari della Libertà, troviamo il nome di Enrico Mattei, indicato come vicepresidente nonché come presidente dell’AGIP. Nel rapporto si indica chiaramente l’orientamento anticomunista della formazione, ma sappiamo bene che non v’era un monopolio ideologico nella Resistenza, non tutti i partigiani furono comunisti, certamente no. 

Ricordiamo anche la raccolta integrale dell’archivio storico ENI degli Scritti e discorsi 1945-1962 di Mattei. La parte dedicata a Mattei partigiano: discorsi sulla Resistenza occupa lo spazio di ben 150 pagine fitte-fitte. Non proprio il contributo di un impostore. Una recita lunga così tanti anni non sarebbe stata smascherata in quattro e quattr’otto? Ogni qual volta le istituzioni americane decidono di declassificare documenti segreti, il pubblico viene investito da veri e propri tsunami di carta. Pagine a migliaia, a milioni, cascate di faldoni. Tra di essi c’è carta buona (in parte cancellata, coperta da OMISSIS perpetui) e c’è carta cattiva. Sta al ricercatore curioso fare la cernita e capire cosa è di qualità e cosa invece è da destinare alla stufa. Il dispaccio Operational – U.S. Embassy and Italian Petroleum Industry siglato da Lester A. Simpson, appartiene al secondo tipo. Ragioniamo proprio sulla qualità delle calunnie. Ecco, visto e considerato il sospetto, poi diventato ostilità, poi diventato odio, che una certa intelligence americana provava per Mattei, se queste insinuazioni fossero state vere, perché mai non le avrebbero utilizzate per distruggere la figura del Gran Visir dell’ENI? Le accuse, se ben argomentate in via politica e giornalistica, avrebbero sortito l’effetto di una bomba, anzi meglio di una bomba: nessuna rischiosa operazione clandestina, nessun morto, nessun lavoraccio di preparazione/esecuzione/repulisti. Articolone sui giornali, titoli cubitali, interrogazioni parlamentari, testimonianze, indagini accurate, prove indiscutibili, e dunque scandalo: Enrico Mattei disarcionato dal piedistallo, il condottiero caduto nel fango, fine della carriera, fine del personaggio storico, fine dell’uomo, fine dell’ENI. Si sarebbe risparmiato pure sull’esplosivo al plastico. E allora perché non spendere quelle accuse? Perché non valevano e valgono nulla, sono parole prive di credibilità. 

Tra le carte buone, invece siamo alla perenne ricerca della carta-bomba. L’indiscutibile verità sul caso Mattei: l’impronta lasciata dai mandanti del suo omicidio. Ma dubito che mai si troverà. Probabilmente non è mai stata scritta. O se scritta è stata cancellata, bruciata, mangiata. Nei rapporti dell’intelligence americana emerge di certo un’attenzione particolare rivolta a Mattei, quasi come se fosse messo al centro di un mirino, ma mancano ovviamente prove inconfutabili e pistole fumanti. Negli appunti dell’intelligence nessuno mai si sarebbe sognato di scrivere e tramandare frasi esplicite che ammettessero chiaramente la volontà di assassinio. Queste cose le scriviamo noi scrittori, non le spie, discrete per natura. Però non tutto viene declassificato e desegretato, dipende se le informazioni risultino essere sensibili per la sicurezza degli Stati Uniti. Un segreto, anche se vecchio di sessant’anni, può fare ancora dei danni se di pubblico dominio. Se mai si trovassero delle chiare ammissioni sul coinvolgimento della CIA nell’attentato a Mattei pensiamo a che ripercussioni si avrebbero sui rapporti diplomatici tra Italia e Stati Uniti. L’eco dell’esplosione nel cielo sopra Bascapè si udirebbe di nuovo. Voglio dire, sarebbe la prova storica non solo di un’ingerenza spudorata nei nostri affari, ma una confessione di un delitto maturato con mentalità e metodi da mafiosi, contro un importante personaggio pubblico italiano, quindi un attacco violento di uno Stato contro un altro Stato.

Certo, possiamo fare tutte le considerazioni che vogliamo sulla sudditanza italiana alla NATO e agli Stati Uniti dal 1943-45 in avanti, ma un conto è ragionare sull’evidenza di basi militari e di una politica estera allineata e che spesso sacrifica il nostro interesse nazionale, altra cosa è invece sapere senza ombra di dubbio che si è compiuto un assassinio in nome di questa sudditanza, un attentato pianificato e realizzato per togliere di mezzo un uomo potente e incontrollabile che era diventato molto scomodo e che avrebbe potuto portare l’Italia verso un’indipendenza troppo marcata dall’influenza americana. Certi progetti di grandezza non potevano essere contemplati da parte di uno Stato suddito, questo il movente più che credibile, ma la prova del coinvolgimento diretto dei servizi segreti manca. Immaginate se si trovasse la prova, che terremoto si scatenerebbe, non solo dal punto di vista della verità storica, ma dal punto di vista della politica estera odierna. E oggi che tutti i possibili testimoni e responsabili della vicenda sono morti, mi chiedo: ma questa prova esiste? E se sì, dove si cela? Queste sono le domande a cui gli storici e ricercatori devono impegnarsi a dare una risposta, non solo per soddisfare una curiosità storica, ma per dare soddisfazione ad un senso di giustizia, e per l’Italia. C’è una traccia, una piccolissima impronta, che forse potrebbe essere un punto di partenza per nuove indagini sul caso Mattei. Da un atto archiviato della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi istituita nella XIII legislatura, nel capitolo Il contesto delle stragi – una cronologia 1968-1975 spunta il nome di Karamessines associato a un rapporto CIA da lui redatto. Leggiamo: 

“Karamessines è anche il presunto autore del rapporto della stazione CIA in Italia del 28 ottobre 1962 sulla morte di Mattei che il governo degli Stati Uniti ha coperto con il segreto di Stato e perciò negato agli inquirenti italiani” 

E allora ci si chiede: Il documento esiste? Quando e da quale inquirente italiano fu chiesta la visione del documento? Se esiste tale documento negli archivi CIA, è ancora coperto dal segreto di Stato? Basterebbe rispondere affermativamente alla prima domanda che già si avrebbe in mano una prova, anche senza visionare il documento. Sarebbe un’ammissione da parte degli Stati Uniti, che sì, esistono dei segreti che loro ben conoscono sul caso Mattei e che tali segreti sono così delicati ed esplosivi da rimanere ancora oggi sottochiave. Sarebbe come trovarsi davanti ad una porta chiusa, non sapere esattamente cosa si cela dietro essa, ma essere dinnanzi a tale porta proibita significherebbe che c’è effettivamente una verità occultata e dunque un coinvolgimento dell’intelligence americana nella faccenda. A mio parere, per quanto possa sembrare debole, gli storici e inquirenti dovrebbero indirizzarsi verso questa pista: sapere se il rapporto CIA del 28 ottobre 1962 sulla morte di Mattei esiste, e se sì tentare a recuperarlo. In quelle pagine c’è la verità sul caso di Enrico Mattei, la risoluzione del giallo. 

Verso la conclusione: a che pro questo articolo uscito su La Repubblica? Superficialità, o se si vuol pensare male, visto il roboante titolo arricchito di quel Le accuse che riscrivono la storia del fondatore dell’Eni nelle carte sull’omicidio Kennedy (che non riscrivono alcunché), appare come un goffo tentativo di demitizzare la figura di Enrico Mattei, soprattutto dopo che la premier Meloni ha citato il suo esempio nel suo discorso d’insediamento alla Camera. Cercando di non cadere nella retorica, ma qua in Italia c’è un disperato bisogno di eroi, di miti nazionali, di esempi insomma, di orgogli, ed Enrico Mattei ha il curriculum per esser tale; pur con i difetti di un uomo dall’ambizione spregiudicata, Mattei è esempio superpartes: al di sopra della politica, dei partiti, delle fazioni. Patriota, eroe moderno e unificante per la desta, il centro e la sinistra. 

Addirittura, sì: Mattei martire d’Italia. 

Federico Mosso

P.S. ai Signori di Repubblica: a margine del vostro articolo dal corrispondente di New York avete inserito alcune fotografie le cui didascalie, riferendosi alla morte di Mattei, riportano l’ormai obsoleta spiegazione “incidente aereo”. Enrico Mattei è stato ammazzato. I dubbi se si fosse trattato di un incidente o attentato sono stati fugati dall’inchiesta condotta dal magistrato Vincenzo Calia dal 1994 al 2003, che ha dimostrato che l’aereo di Enrico Mattei è stato sabotato. Grazie al lavoro di Calia, il sospetto è divenuto verità. Non più ipotesi, immaginazione complottista, gusto per l’intrigo, ma fatto storico oggettivo. Se prima della conclusione dell’inchiesta si poteva ancora dibattere se fosse stato piazzato un ordigno o meno, e se il Morane-Saulnier MS-760 Paris I-SNAP fosse precipitato per un’avaria o per un errore del pilota, ora non si può più. Chi ancora scrive o parla di “tragica fatalità” o di “misterioso incidente” lo fa per ignoranza o malafede. L’instancabile e metodico lavoro di depistaggio e occultamento prove successivo a Bascapè, dà ancora i suoi frutti cattivi a distanza di sessant’anni. 

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