La fantasia al potere

Teologia politica di Giorgio La Pira.
Teologia politica di Giorgio La Pira.

Anni Cinquanta. Nel convento di San Marco, nella stessa cella che fu di fra’ Girolamo Savonarola, dimora un professore siciliano, che poi sarebbe anche il sindaco di Firenze, che poi sarebbe anche un servo di Dio, consacrato terziario francescano con il nome di Fra’ Raimondo. Giuseppe Dossetti, vice-segretario della Democrazia Cristiana è giunto in visita per annunciargli la sua decisione di ritirarsi dalla politica. Pochi anni dopo verrà infatti ordinato sacerdote, lasciando la vita pubblica. Un terzo convitato, Ettore Bernabei,  giovane direttore del giornale Il Mattino, ascolta con attenzione uno scambio teologico-politico-tecnologico fra i  due. Il vice-segretario della Democrazia Cristiana, il partito più potente d’Italia, annuncia al primo cittadino di Firenze, che li ospita nella piccola stanza,  una verità: i russi vinceranno la guerra fredda, il Comunismo trionferà, trainato dalla forza propulsiva delle macchine spaziali che la Russia riuscirà a costruire prima del resto del mondo. Nel 1957, in effetti, l’URSS lancerà nei cieli il suo Sputnik, serviranno poi altri 32 anni a smentire l’intera profezia. Giorgio La Pira controbatte così: i sovietici non vinceranno, perché non hanno Dio. La Fede, nella visione di La Pira, non è una fuga eleusina, ma una forza terribilmente terrena,  un programma da attuare nella società, non un rifugio in cui richiudersi lontano da essa. Egli in quegli anni si appresta a costruire una vera e propria teologia politica, dove il lavoro rappresenta uno dei “dogmi” fondamentali.

1953. Il sindaco, ha deciso di voler salvare a tutti i costi gli operai che lavorano nella fabbrica del Pignone: una creatura ferrosa, metallurgica, adagiata sulla riva meridionale dell’Arno. Cuore industriale di Firenze, fulcro della Resistenza, gli effetti della riconversione post-bellica dell’economia italiana ne hanno inficiato la produttività e da qualche tempo la fabbrica è in stato di agitazione. Si tratta di una vertenza che coinvolge numerosi dipendenti e loro famiglie,  ma che soprattutto sta per diventare l’arena di scontro fra due visioni opposte del modello economico che l’Italia, ormai uscita dalla guerra, è chiamata ad assumere. La Pira si reca in visita allo stabilimento industriale. Un professorino, dagli occhiali tondi ed un borsalino di qualche misura più larga di quella del suo capo. Spicca in mezzo a uomini di ferro, plasmati dallo stesso materiale che lavorano quotidianamente, temprati dalla Guerra di Liberazione. Il primo cittadino ascolta e fraternizza con i lavoratori. Subito dopo si prodiga per trovare un sacerdote che dica messa all’interno della fabbrica occupata.

D’altronde, prima di considerarsi uomo delle istituzioni o di partito, considera se stesso soprattutto un uomo di Dio. Molti a Firenze già lo chiamano “Il sindaco santo”. Sostiene di non avere tessere, se non quella del Signore e, mentre l’orientamento del partito è ancora incerto sul posizionamento riguardo la dottrina economica e industriale da assumere, decide che salvare il Pignone è la cosa giusta da fare. Amintore Fanfani, cavallo di razza della DC, al tempo è Ministro degli Interni, interviene duramente contro le iniziative del sindaco di Firenze, suo caro amico. Un rapporto confidenziale che rischia di cedere proprio sotto il peso dell‘affaire Pignone. Fanfani chiede al primo cittadino di tornare a comportarsi come tale e di smettere di giocare a fare l’agitatore sindacale. Dalla sua, la risposta di La Pira è perentoria: “Tu come Ministro degli Interni non mi susciti alcun timore e in particolare nemmeno alcun rispetto”.

Fare la cosa giusta, per Giorgio La Pira, significa infatti adempiere a un mandato superiore ed un’autorità terrena non è certamente un ostacolo tanto grande da intimorirlo. Giulio Andreotti in un’intervista rilasciata molti anni dopo definirà addirittura “inquietante” la volontà lapiriana di perseguire la giustizia con qualsiasi mezzo, descrivendo l’allora sindaco di Firenze quasi come un “fanatico” della giustizia sociale. La soluzione per la storica fabbrica fiorentina arriverà  da un altro uomo di fede. Dopo lunghe trattative, infatti, l’intervento risolutivo è quello di Enrico Mattei. Il Pignone diventa l’esempio del nuovo paradigma industriale italiano: partecipazione statale ed economia mista. Ministri arabi e principi nigeriani sfilano a Firenze – Mattei a fare da maestro di cerimonie – per incontrare il sindaco La Pira e visitare il Nuovo Pignone, industria riconvertitasi a pieno ritmo alla ragione petrol-chimica, sotto l’egida di AGIP, azienda controllata dall’ENI.

Enrico Mattei e Giorgio La Pira

L’estetica potrebbe tradire la comunanza fra le due figure artefici di quest’iniziativa. Enrico Mattei, ex combattente: decisione e autorevolezza da vero capitano, d’industria e di battaglia, nonché vero e proprio grande ambasciatore dell’Italia nel Mondo. Giorgio La Pira, il timorato di Dio, il sindaco-frate, dal nodo della cravatta perennemente  un po’ allentato. Ciò che li accomuna è però qualcosa di grande: la capacità di immaginare e costruire modelli. “Io sono il braccio e tu la mente” è solito ripetere il Presidente dell’ENI al sindaco di Firenze. La Teologia politica di Giorgio La Pira è una ricerca continua, protesa all”equilibrio sociale e alla concordia. Essa non è una mera speculazione teoretica, la visione lapiriana passa per solide applicazioni reali, la questione del Pignone ne è la prova, ed esse, secondo il sindaco, possono partire solamente dalla dimensione locale. La città, Firenze in questo caso, diventa il centro del ragionamento politico e sociale. Un motore primo.

Firenze è il centro del mondo. [Il convento domenicano di San Marco è il centro di Firenze] e l’Annunciazione del Beato Angelico lì affrescata è il centro di San Marco. Quindi l’Angelico è il centro del mondo”.

Giorgio La Pira

Se contemporaneamente da un lato la città è innalzata  a centro del mondo per cause teologiche, dall’altro la teologia è introdotta al centro della politica pubblica, perché sua stessa espressione. La città come massima espressione dell’Uomo e, quindi, di Dio. Anche le grandi questioni internazionali non possono prescindere da questo ragionamento che, se d’impostazione teologica, non può certamente sfuggire ad un’interpretazione universale. La dottrina lapiriana è un raffinato uroboro, una circolarità dinamica nella quale il particolare ed il generale sono in continuo dialogo. D’altronde tutto è parte del medesimo Creato. E le città, in quanto espressione ultima dell’opera divina, poiché massimo risultato dell’ingegno umano, rappresentano il nucleo della teologia metropolitana e politica del sindaco di Firenze. Giorgio La Pira fece di queste convinzioni prassi politica, trasformando il capoluogo toscano in una vetrina internazionale per il dialogo interreligioso e internazionale e assumendo in prima persona il ruolo di mediatore e ambasciatore di pace. Nel 1955 Palazzo Vecchio ospita, in pieno accordo con la visione elaborata, un incontro fra i vari sindaci delle capitali del mondo. É la festa delle città che travalicano le Nazioni, il sindaco di Mosca incontra i primi cittadini d’Occidente, la Guerra Fredda è lontana dalle dimensioni urbane, il Mondo è tutto nel cuore di Firenze ed è rappresentato dalle metropoli.

D’altronde la Storia della Chiesa è una Storia di città: Gerusalemme, Roma, Costantinopoli, Mosca. Pochi anni dopo, La Pira alza il tiro. Decide di giocare la carta dell’ecumenismo e calarla in un tema di profonda attualità. A Firenze è convocato un grande incontro per il dialogo nel bacino del Mediterraneo. Una scelta coraggiosa: la Crisi di Suez ha irrimediabilmente segnato l’attitudine all’instabilità del Medioriente e, contemporaneamente, la Francia attraversa una profonda crisi politica, dovuta alle spinte per l’indipendenza algerine. La Pira organizza il convegno negli stessi giorni in cui, nel 1219, più di sette secoli prima, San Francesco raggiungeva la Terra Santa per ricevere udienza presso il sultano Al Kamil. La rappresentazione perfetta  della vocazione universale, mai abdicata, del cristiano, figlio di Abramo, così come musulmani ed ebrei, ma anche di un’azione diplomatica, geopolitica, volta a ribadire, seppur nel solco della fede, la presenza occidentale in Medioriente. Il sindaco intrattiene un lungo carteggio con Charles De Gaulle, salutando con favore il suo ritorno al governo, quale campione della Cristianità, immaginando il coinvolgimento della Francia in una rinnovata stabilità nell’area mediterranea. La Pira, come San Francesco, ha trovato anche il suo di sultano: Maometto V del Marocco, che aderisce con grande entusiasmo alla visione ecumenica del “sindaco santo”, volta a trovare nel Maghreb il terreno di incontro e stabilità fra Oriente e Occidente. Il convegno non si conclude con decisioni epocali, complice anche una certezza freddezza francese ad abbracciare la visione italiana dell’area mediterranea, ma segnala eventi importanti, come la compresenza di rappresentanti arabi e israeliani alla conferenza.

“Io penso che nel mondo esista solo una grande chiesa, che parte da Che Guevara ed arriva fino a Madre Teresa”. Canta Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Una versione moderna e pop di quella Giorgio La Pira durante la sua vita ha assunto come modello reale di azione politica. Un lungo filo rosso che sotto una grande – Santa Romana- Chiesa  parte dal Quirinale ed arriva fino a Saigon, lega Gronchi, Fanfani, Enrico Mattei ad  Ho Chi Min, che il sindaco di Firenze convinse ad un accordo di pace, mai accettato dagli USA, che avrebbe posto quasi 10 anni prima fine alla guerra in Vietnam in condizioni ben più favorevoli, passando per Charles De Gaulle e le pressioni sull’indipendenza algerina, terminando con un volteggio intorno al Cremlino e la richiesta di andare a Messa prima di incontrare i vertici del Paese simbolo dell’ateismo di Stato. La fede vissuta come strumento strategico, altro che arrocco conservatore, ma trampolino di lancio per lanciarsi lì dove chi è schiavo di dogmi terreni non si sarebbe potuto spingere. “La Fantasia al potere” come titola uno speciale RAI fortemente voluto da Ettore Bernabei, storico dirigente dell’emittente pubblica, ma soprattutto compagno di Giorgio La Pira nella missione di regalare un nuovo rinascimento culturale e spirituale dell’Italia, che per lui coniò questa definizione.

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