OGGETTO: Ostaggi della cultura di massa
DATA: 04 Novembre 2025
SEZIONE: Media
FORMATO: Analisi
Attraverso Masscult e Midcult, Dwight Macdonald già sessant'anni fa smascherava la cultura di massa come esito della produzione autoreferenziale moderna, dove ogni forma, pensiero e desiderio si riducono a consumo. Nel suo testo (ripubblicato nel 2018 da Piano B Edizioni) mostrava come la società contemporanea, fagocitata dal piacere e dalla distrazione, abbia dissolto l’arte, la coscienza e l’individualità in un eterno ciclo di simulazione, consenso e alienazione collettiva.
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L’intera contemporaneità si potrebbe sintetizzare e tradurre, al di là di tutte le possibili analisi, apologie e critiche, in tre parole: produttrice di consumo. Non si tratta di un puro consumo materiale: a consumarsi ed essere consumate sono anche le identità, le speculazioni, le economie, le politiche, le società, e non da ultimo un elemento fondante di tutto ciò e dell’essere umano stesso: la cultura. La produzione, tanto di beni e persino di repressioni, non si ferma alla sola industria, ai mercati finanziari, alle tattiche degli stati e delle grandi corporazioni.

La produzione è divenuta, in modo imperante in questo secolo, un’entità autoreferenziale che assorbe, trasmuta e ricostituisce sempre ogni cosa, fra cui la sensibilità, l’intelletto e il desiderio. Così la produzione inizia a nutrirsi anche di tutte quelle “astrazioni” che l’uomo crea e usa sia per formalizzare i propri impulsi e sia per canonizzare dei codici di condotta e di comprensione della realtà: l’arte, le idee, gli svaghi persino.

Tutto ciò non viene più creato e modificato continuamente dalle necessità umane e dai processi quantici, ferini e impulsivi del corpo-desiderante, ma da una meccanicizzazione automatizzata e istantanea del piacere e del consumo stesso: in altre parole, l’uomo ha affidato la sua capacità di razionalizzarsi e di dissiparsi a un archetipo reale che simula e basta, mantenendo in uno stato di sicurezza e inibizione perpetua il soggetto, tutti i suoi bisogni, comportamenti e oggetti del desiderio passati, presenti e futuri: «Dio è morto, e tutto accade dal basso verso l’alto. Il controllo dall’alto verso il basso è inibizione.»

Ciò, però, si è rivelata come l’ennesima creazione non tanto di un dio, quanto di un demiurgo verso cui non ci si può riconciliare, ma solo essere integrati e rinchiusi in un ciclo di diffusione e accettazione capillare e subconscia di codici senza contenuto, tradotti in linguaggi e forme legati alla soddisfazione della distrazione richiesta dalle masse e dalla complessità di elaborazione dei dati del reale oggettivo e percettivo degli individui.

Tutto ciò ha le sue cause non nell’esistenza di una cosiddetta Cultura Bassa e della sua divisione con quella Alta, bensì con la nascita di una cultura di massa e fatta dalla massa; una cultura, dunque, che prende le forme e l’essenza di un vero e proprio complesso industriale e di marketing. Questa cultura di massa, che viene trattata in un saggio critico e polemico del giornalista Dwight Macdonald, non è, appunto, un’evoluzione della cultura popolare, bensì uno dei prodotti e dei nodi della società industriale e del consumo.

Macdonald, nel suo libro “Masscult e Midcult”, cerca di tracciare in modo storico, sociologico e spirituale la nascita e l’evoluzione del Masscult e del suo “figlio bastardo”, il Midcult, creando delle vere e proprie categorie socio-culturali. Oltre a ciò, egli pone grande attenzione anche a una ferrea critica al sistema capitalista e materialistico delle società euro-occidentali, in particolare quelle anglo-sassoni; una cosa normale ma al contempo con degli elementi peculiari per un pensatore di estrazione trotskista.

All’inizio del libro, Macdonald afferma che per circa due secoli (lui scrive agli inizi degli anni Sessanta) la cultura è stata divisa in due: la Cultura Alta, rappresentata dalla presenza di canoni estetici, formali e valoriali; e una cultura fatta per il mercato, ovvero per il puro consumo dell’intrattenimento.

La Masscult tende solo a parodiare la Cultura Alta: i suoi prodotti non sono soltanto rivolti alle masse, ma sono essi stessi degli strumenti di massa. Prodotti della Masscult sono infatti le radio, le televisioni, il cinema e ad oggi anche internet.

La principale differenza fra la Cultura Alta e il prodotto Masscult non sta unicamente nella forma: anche nelle epoche passate esistevano grandi schiere di artisti falliti e incapaci di produrre arte di buona o di grande qualità, ma se questo, fino al secolo XVIII, accadeva per via di una mancanza di talento individuale (dove anche il peggiore degli artisti comunque seguiva i canoni stabiliti da lunghe tradizioni), ebbene con il Masscult le cose non stanno così. La caratteristica principale del Masscult è proprio quella di non avere contenuto, rifiutare qualsiasi schema e sistema retorico-valoriale, ma ciò non per spirito di rivolta e rivoluzione d’avanguardia, non perché si abbia una coscienza dello stato dell’arte e delle società e lo spirito di volerle superare, ma perché non esistono proprio né dei presupposti da voler abbattere, né delle nuove vie da voler percorrere.

«Il Masscult non offre ai suoi fruitori né una catarsi emotiva né un’esperienza estetica, poiché entrambe le cose richiederebbero impegno. Al contrario, il Masscult sforna prodotti omologati che come misero obiettivo non hanno nemmeno l’intrattenimento (poiché implicherebbe anch’esso un coinvolgimento), ma la mera distrazione. Che poi sia stimolante o soporifera è irrilevante, l’importante è che sia di facile ricezione. Il Masscult non chiede nulla al suo pubblico, perché è completamente succube dello spettatore. Né gli dà nulla.»

Inoltre, un’altra caratteristica di gran rilevanza del Masscult è che esso, a differenza della Cultura Bassa o popolare, non è una creazione del popolo, delle sue tradizioni, della sua storia e delle miriadi di differenze locali e nazionali che si possono riscontrare. Il Masscult è invece un prodotto di una classe, intellettuale e in parte anche economica, di manager, produttori e professionisti del marketing il cui fine è quello di creare e modellare le distrazioni delle masse offrendo loro dei prodotti in grado di soddisfare tutti questi desideri artificiali e privi sia di qualsiasi utilità, sia di qualsiasi significato.

Roma, Giugno 2025. XXVIII Martedì di Dissipatio

Un’altra caratteristica del Masscult è proprio quella di poggiarsi e affidarsi alle masse, che Macdonald descrive nel suo libro non già come sinonimo di popolo, di identità e comunità, bensì di assemblaggio di quantità indefinite (sia numericamente sia formalmente) di esseri la cui individualità non consiste più nella singolarità del carattere, della sensibilità, dell’intelligenza, dei gusti e degli obiettivi, bensì nell’efficienza e performatività all’interno dei canoni sociali e nella soddisfazione del consumo dei prodotti forniti dal marketing, assemblati dall’industria e trasformati in simulacri di benessere e necessità dalla società. Da qui nasce uno degli elementi più peculiari della critica e visione di Macdonald sulla società americana e anche sovietica del tempo: quella statunitense del capitalismo e quella sovietica del comunismo burocratico avevano le medesime radici in un gretto materialismo in cui ogni aspetto della vita, sia quotidiana e sia antropologica ed esistenziale, era regolato dal dissolvimento di ogni essere umano e di ogni creazione organica (comunitaria, statale, economica, artistica, politica, etc.) in una catena di organizzazione e produzione di oggetti omologati e da consumarsi completamente per poter continuare con l’intero ciclo – e ciò non solo per gli oggetti materiali, ma anche per le astrazioni stesse quali le idee, le morali, le strutture socio-politiche, le religioni e persino gli impulsi corporei. In sintesi, quella del Masscult e della società di massa e consumo sono un’enorme Silicon Valley della bioingegneria e delle cosiddette psyops, le operazioni psicologiche atte a disgregare, confondere e al contempo ammansire e guidare le azioni del proprio avversario – e dunque, la società del consumo, pur basandosi sull’annullamento di ogni conflittualità, è nel suo stesso vortice una coagulazione di micro-conflitti indotti nella società, di inibizioni che portano a piccole e controllabili falle nel sistema che quest’ultimo usa per rafforzarsi e riorganizzarsi. Una virulenza che usa il corpo ospitante (la collettività e gli individui) per nutrirsi e perpetuarsi nello spazio e distorcendo il tempo. Vi è così anche un altro effetto: l’idolatrata produzione illimitata in un pianeta limitato è trasposta anche nell’essere umano. Il desiderio illimitato in un corpo limitato, l’illusione di essere delle entità senza confini che porta all’annullamento dell’eternità e dell’infinito stesso per godere del puro piacere del consumo, identificato come simbolo e oggetto del divenire dell’esistere.

Macdonald, però, analizza e mette in guardia da un altro prodotto della società della massa e del consumo, un prodotto ancor più performante, efficiente e dunque peggiore e terribile del Masscult: il Midcult.

«In un’epoca così avanzata la Cultura Alta non è più minacciata dal Masscult, quanto da quell’ibrido nato dai rapporti contro natura che la Cultura Alta ha intrattenuto con esso. Si tratta di una variegata cultura intermedia che minaccia di assorbire entrambi i genitori. Questa forma […] ha le stesse caratteristiche fondamentali del Masscult […] ma le nasconde per pudore sotto una foglia di fico qualitativa. Nel Masscult il trucco è scoperto: piacere al pubblico con ogni mezzo. Il Midcult, invece, attira il pubblico in due modi diversi: da un lato finge di rispettare i canoni della Cultura Alta, dall’altro […] li annacqua e li volgarizza.»

«[…] Quando al contenuto, sono “importanti” e “universali”, in linea con quell’arte fintamente solenne che i francesi chiamano pompier […].»

«[…] Il Midcult è specializzato in provocazioni deboli. Le sue torte sono fatte per essere mangiate in eterno, e in eterno rimanere intatte.»

Si potrebbe affermare che il Midcult, dunque, sia tanto una rozza evoluzione del Masscult e tanto il miglior esempio di quella strategia simulativa usata dalla società della massa e del consumo per inibire ogni forza conflittuale e creatrice individuale, collettiva, storica, astratta e materiale. Per alienare l’uomo stesso a delle forme e dei simulacri di significati la cui vaghezza e universalità assorbono qualsiasi tensione per slegarle e renderle innocue, per non ferire e attaccare nulla e nessuno, per creare un ambiente e delle forze sterili e consolatorie.

Macdonald, inoltre, afferma che il Midcult non si propaga solo grazie agli strumenti della comunicazione di massa, ma anche grazie alla massizzazione di altri strumenti come i libri, le riviste e persino il racconto orale. Forse questa è la critica meno ortodossa, da un punto di vista marxista, che Macdonald fa: in essa non vi è solo una critica alla merce massificata, ma anzitutto all’inserimento di quelle fasce della popolazione meno interessate e sensibili nei confronti dell’arte all’interno del sistema produttivo e autoreferenziale capitalista. Ma il problema, ovviamente, non è la partecipazione del popolo alla vita culturale e politica di una civiltà, quanto invece il voler abbattere quelle barriere di distinzione fra la Cultura Alta e quella Bassa, che si traducono nella rivincita dello svago e dei capitali nei confronti della creazione culturale (Masscult) e nel dilettantismo estetico-ontologico di questa nuova casta di artisti-produttori, di artigiani delle storie e delle attenzioni, che trova nella cultura pop un mezzo e un elemento di avvicinamento del popolo alle questioni alte della cultura e dell’arte, e al contempo uno spazio neutro e neutralizzante in cui potersi inserire.

Non poche sono le similitudini fra questa Rivoluzione Culturale Massificata e un’altra rivoluzione che ha sconvolto ogni ordinamento europeo: la Rivoluzione Francese. Da una parte v’è il mondo dell’ancien régime culturale, fatto di circoli e di un ristretto numero di interessati ed esperti, i quali, pur con le proprie differenze e, talvolta, divergenze, erano tutti legati da comuni interessi e canoni generali da rispettare e possibilmente criticabili; dall’altra parte v’è il mondo nuovo che sta nascendo, quello dell’insoddisfazione dei privilegi di casta – e anche delle divisioni culturali, delle divisioni fra chi può accedere a una cultura vasta e viva (seppur, ovviamente, non necessariamente sempre profonda e acuta) e chi invece, per motivazioni economico-sociali e antropologiche, non vi può e non vi riesce ad accedere.

Qui si è formato il primo nucleo di quella cultura intermedia che Macdonald chiama Midcult, quel tipo di cultura che, più nelle intenzioni che nei mezzi, può parlare di qualsiasi cosa e con i toni più solenni possibili, ma senza mai arrivare da nessuna parte o infrangere alcunché.

Nel mondo contemporaneo si è raggiunta (per il momento) la massima espressione di questo “volere indeterminato” che trasforma tutto, dalla vita politica e sociale delle comunità all’esistenza e ai destini dei singoli individui, in un grande catalizzatore che assorbe qualsiasi impulso, qualsiasi tensione e forma dissipatrice e “forte” per privarle poi della loro stessa carica, trasformandoli in recipienti da riempire e svuotare continuamente di contenuti neutri, che anche nel loro dar gioia o terrore, critica o apologia finiscono sempre per non sconvolgere mai nulla.

Ne sono esempio la politica nazionale e internazionale: nell’emisfero euro-occidentale si combattono schermaglie su polarizzazioni divenute ormai il canone di un culto del progresso e della liberazione ma anche di un terrore bigotto-passatista e retorico; nel vasto mondo opaco dell’America Latina, dell’Africa e del Medio Oriente continuano a infrangersi vecchi sogni di speranza e libertà con i sempre nuovi e presenti revanscismi del conservatorismo, del fondamentalismo etno-religioso e del tribalismo paternalistico; nelle immense distese del sub-continente indiano e dell’Eurasia, tutto scorre silenziosamente, e le nazioni e le potenze della regione non sono che degli organismi la cui macchina della massificazione-consumo ha già infettato, e che guida in una competizione spietata con la sua contro-narrazione d’occidente – ma senza che vi sia una reale distinzione, come un immenso conflitto spasimante che avviene all’interno di un unico corpo schizofrenico.

Il Midcult, così, non è solo una forma culturale e spirituale di qualche cerchia di individui e di intere società, ma diviene persino lo specchio in cui tutti i popoli si guardano e che tentano di diventare: il fine è quello di massificarsi per 1) perpetuare il ciclo di consumo-autoreferenziale dell’Euro-Occidente; per 2) trovare continuamente dei piccoli punti di approdo e stabilità – comunque scricchiolanti – al di là delle carneficine e situazioni di indigenza del Terzo Mondo; per 3) assurgere a dominatori del mondo nuovo – quello della progettazione iperstizionale – e del suo novum organum – la Techné -, gli unici appigli, per giungere alla Singolarità.

Infine, il Midcult non è uno stato di coscienza o un mezzo per giungere a degli scopi di più alta e vasta portata, ma è anzitutto il depauperamento della volontà stessa, della coscienza intesa come conoscenza e percezione dei limiti spaziali e ontologici di ogni essere, del conflitto e della dialettica, ma, paradossalmente, anche della de-strutturazione e dei “corpi senza organi”, senza logiche e cattedrali.

Quella del Midcult, così, non è una scelta di stile, di sensibilità e di sacrificio, ma è l’alienazione autoindotta e protratta per garantire una sicurezza anzitutto metafisica per l’in-azione dell’uomo contemporaneo di concretizzare, in uno spirito uniforme, le proprie tensioni, e anche per la sua incapacità di frantumarsi – e frantumare, così, tutte le sue forme solide, classiche e definite.

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