Putin eterno (e perduto)

Recluso nel suo bunker, Vladimir, “lo zar di vetro”, sta inesorabilmente perdendo forza. La nuova riforma costituzionale più che renderlo un Augusto, lo elegge a burocrate máximo. Dialogo con Stefano Caprio
Recluso nel suo bunker, Vladimir, “lo zar di vetro”, sta inesorabilmente perdendo forza. La nuova riforma costituzionale più che renderlo un Augusto, lo elegge a burocrate máximo. Dialogo con Stefano Caprio

L’immagine di Putin recluso “nella residenza ‘segreta’… per tutti i tre mesi del terrore pandemico”, colto alla sprovvista dal Covid, tra una siepe di sosia (“se è uscito, come molti ritengono, in realtà non era lui, ma un suo sosia”), ha la natura del simbolo. All’eccezionalità del potere corrisponde la prigionia, per quanto dorata; all’uomo, il potente, si sostituisce la copia, la grezza replica. L’augustea ‘eternità’ di Putin, in realtà, sancisce la sua debolezza, la caduta, l’eco di un carisma smarrito. “Le modifiche alla carta costituzionale che permettono a Vladimir Putin di rimanere presidente almeno fino al 2036” sono il sintomo di un declino: “Putin non è più un leader reale, ma un’istituzione ormai codificata e immutabile, un’entità astratta di una Russia che si vuole ridotta all’eterna ripetizione di sé stessa”. Così scrive Stefano Caprio, nello studio sulla “Russia di Putin”, Lo zar di vetro (Jaca Book, 2020). Studioso di cultura russa – nel 2017 pubblica, con Giovanni Codevilla, La rivoluzione russa. Intellettuali e potere –, sacerdote in rito bizantino-slavo, già cappellano presso l’Ambasciata Italiana a Mosca, a Caprio, qualche anno fa, fu impedito l’accesso in Russia. “Sono rimasto per cinque anni senza poter ottenere il visto per la Russia, dal 2002 al 2007”, mi dice, “poi mi hanno ‘riammesso’”. E oggi? “Oggi visito la Russia due-tre volte l’anno per incontri e convegni. La mia espulsione faceva parte della reazione ‘nazional-ortodossa’ contro i missionari e gli influssi stranieri: oggi la Russia ha ridotto la libertà di espressione, anche religiosa, e non ha più il timore di essere invasa e ‘corrotta’ da noi occidentali…”. La figura di Putin – idolatrato, vilipeso, inafferrabile, divorato da ciò che rappresenta (dacché la Storia è una marcia di molossi) – mi porta a incrociare due autori dissimili. Eduard Limonov, in Limonov vs. Putin, che descrive lo zar con tono da burla, da teppista: “Putin è stato paragonato a una scatola nera. Come se fosse un enigma. Macché. Putin è l’uomo meno misterioso di tutta la Russia. Putin è l’assenza di una presenza. Un burocrate triste, solo, sterile. Una segretaria devota con un quaderno per gli appunti in mano. Gli manca un capo di talento”. Poi c’è Vasilij Grossman. Basta leggere Tutto scorre… per capire origini e ragioni della Russia, la sua tragedia: “Lo sviluppo russo ha mostrato una sua strana essenza: si trasforma in sviluppo della non-libertà… Dov’è mai la speranza della Russia, se perfino i suoi grandi profeti non distinguono la libertà dalla schiavitù?”. L’inquietudine arde, da Gogol’ in qua: “Russia, dove stai volando, da’ una risposta! Non dà risposta… vola accanto a tutto quel che c’è sulla terra”. Il destino della Russia, in qualche modo, ci appartiene.

Comincio dal titolo del suo studio. Lo zar di vetro. Dobbiamo intendere che il potere di Putin è in declino?

In effetti il dominio putiniano, dopo vent’anni, mostra segni di stanchezza e di debolezza all’interno del paese e sullo scenario internazionale, soprattutto nell’area dell’ex-impero sovietico. È come se Putin avesse raggiunto il massimo del suo potenziale, e ora si avvia perlomeno verso una forma di stagnazione. Dopo un primo decennio piuttosto grigio, Putin è riuscito a saldare i debiti con i creditori occidentali (grazie soprattutto alle contingenze favorevoli del mercato energetico) e poi ha tentato di rilanciare il ‘mondo russo’, a cominciare dai paesi ex-sovietici. Nel 2008-2011 c’è stato il primo conflitto con la Georgia per il controllo dell’Abkhazia, poi nel 2014 è scoppiata la rivoluzione ucraina di Euromaidan, che ha offuscato le glorie delle Olimpiadi invernali di Sochi. L’annessione della Crimea ha costituito l’apice della rinnovata grandezza russa, ma le sanzioni associate alla crisi economica mondiale, quindi al blocco della pandemia, stanno mettendo in crisi il regime putiniano, sia dal punto di vista economico che da quello del consenso sociale. Le proteste di questi ultimi tempi, dall’Estremo Oriente di Khabarovsk alla Bielorussia, dimostrano la debolezza attuale del putinismo.

Il ‘putinismo’, tuttavia, è lungi dal tramontare. In cosa consiste la riforma costituzionale e che poteri prevede per Putin?

Proprio la riforma in un certo senso ‘congela’ il puntinismo, garantendo un potere ancora più centralizzato e incontrastato al ‘nuovo zar’, e allo stesso tempo prevedendo meccanismi di organizzazione burocratica del potere che impediscano una vera successione. Non ci sarà un ‘erede’ di Putin, ma una continuità anonima, simile al periodo brezneviano.

L’inaugurazione della mastodontica – e pacchiana – Chiesa della Vittoria si è svolta ‘in minore’. Come mai? Specifico: che idea ha la Russia di sé stessa, in quale avvenire spera?

La nuova chiesa simbolica, insieme ad altri eventi e simboli della “Grande Vittoria”, sono stati ridimensionati dalla pandemia di Covid-19, che ha guastato i piani faraonici del Cremlino. L’idea era quella di mostrare la vera ‘identità’ della Russia nella sua grandezza storica, che è anche la speranza piuttosto pretenziosa per il futuro: riconquistare il ruolo strategico di superpotenza, e di leader morale della comunità internazionale.

Che ruolo ha, nel contesto politico, la Chiesa Ortodossa? È corretto vedere nella Russia un baluardo contro l’espansione cinese (posto che si possa arginare), l’ultimo avamposto dell’Occidente (posto che esista ancora un Occidente)?

La Chiesa Ortodossa ha di fatto sostituito il Partito Comunista, come struttura ideologica di sostegno al potere, ed esprime non tanto il ruolo di “baluardo occidentale”, ma quello di “mediazione tra Oriente e Occidente”, come risulta dalla prospettiva storica dello stesso cristianesimo russo. La Russia non si contrappone alla Cina, ma tenta di fare da filtro con il resto del mondo.

Che rapporti ha la Russia di oggi con il passato sovietico?

Proprio il putinismo esprime la nostalgia per la grandezza sovietica perduta, e tenta di proporre un’idea di continuità del periodo sovietico con tutta la storia russa, a livello politico, culturale e perfino spirituale, reinterpretando l’utopia comunista come una variante della sobornost ortodossa, l’ideale della comunione universale.

Sembra che il Covid abbia contagiato Putin: accelera il suo, non so quanto prevedibile, declino. D’altronde, i negazionisti hanno aperto una frattura nella chiesa. Come mai il virus ha creato questo sconquasso?

Il virus ha sconvolto tutta la comunità internazionale, non solo la Russia. Putin è rimasto destabilizzato, incapace di affrontare un nemico così oscuro e indefinibile. I negazionisti russi sono affini ai complottisti di molti paesi, aggiungendo un’interpretazione religiosa apocalittica, che fa parte della tradizione spirituale russa.

La Chiesa Ortodossa ha di fatto sostituito il Partito Comunista, come struttura ideologica di sostegno al potere, ed esprime non tanto il ruolo di “baluardo occidentale”, ma quello di “mediazione tra Oriente e Occidente”, come risulta dalla prospettiva storica del cristianesimo russo. La Russia non si contrappone alla Cina, ma tenta di fare da filtro con il resto del mondo

Stefano Caprio

In Tutto scorre… Vasilij Grossman compie un’analisi impietosa della politica russa: in Russia il potere dei satrapi, dei grandi capi è ineluttabile, passa dagli zar a Lenin, a Stalin e via scorrendo fino a Putin. Insomma, un ‘governo del popolo’ sarebbe pressoché impossibile, per questioni ‘di destino’. È così? Qual è, ora, il destino della Russia?

Il destino storico della Russia si snoda proprio attraverso le figure dittatoriali, come Ivan il Terribile alla fine del Medioevo, Pietro il Grande nel passaggio alla modernità e Stalin nel Novecento; Putin si inserisce in questo filone. È un destino legato alle condizioni storico-geografiche di un paese troppo grande per poter tenere a freno le minacce esterne, che provengono da ogni lato, ma proprio per questo è un destino che si presenta come profetico, descrivendo fenomeni che hanno analogie e conseguenze sul resto del mondo.

…qual è dunque il destino della Russia, la sua profezia?

Il destino profetico della Russia sembra realizzarsi nella crisi del globalismo, con la messa in discussione dei meccanismi democratici un po’ in tutto il mondo, e il passaggio a un multilateralismo in cui l’elemento ‘eurasiatico’ (quello predicato da Aleksandr Dugin) assume un grande significato strategico. Eppure, la Russia fatica ad assumere un ruolo dominante In questo processo, e rischia di rimanere schiacciata tra l’espansione cinese e i tentativi di resistenza dell’America e dell’Europa. Così il ruolo profetico russo, come spesso è accaduto, ispira gli altri, ma non riesce a realizzarsi in se stesso.

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