Confessione

Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin
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Come insegnano Riccardo Pugnalin e Antonio Pilati, la mitologia politica costituisce la dimensione poetica e simbolica del potere: non descrive la realtà, ma la trasfigura, mobilitando immaginari collettivi attraverso miti, simboli e narrazioni che agiscono a livello profondo, ancestrale, immaginifico. Più che spiegare o risolvere, essa filtra, mette in scena ed esorcizza i conflitti, offrendo un ordine simbolico in cui riconoscersi. Applicare questa chiave di lettura alla vita politica consente di coglierne strutture invisibili e continuità profonde, spesso trascurate dall’analisi storica tradizionale, ma decisive per comprendere il presente. Tale lente appare essenziale per capire la storia americana intrisa di miti e mitologie. La politica statunitense è, infatti, pregna di mitologie antiche e immaginari visionari: da Reagan come erede della tradizione del West pioniere, a Teddy Roosevelt come conquistatore delle terre selvagge sulla scia dei padri fondatori fino alle narrazioni di Trump che uniscono i miti della frontiera, della fondazione e quelli dell’odio antieuropeo unendo meme e linguaggio social. Dietro ad un tweet possono nascondersi miti ancestrali, dietro una battuta citazioni che affondano nelle vene dell’America. Per affrontare questi aspetti abbiamo raggiunto il massimo conoscitore delle mitologie americane: Richard Slotkin.

Slotkin è uno dei più autorevoli storici culturali statunitensi, noto per aver analizzato come le mitologie politiche abbiano plasmato l’identità degli Stati Uniti. Professore emerito alla Wesleyan University, membro della American Academy of Arts and Sciences, ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio della mitologia della frontiera. La sua opera più celebre è la monumentale trilogia composta da “Regeneration Through Violence” (1973), “The Fatal Environment” (1985) e “Gunfighter Nation” (1992), considerata un punto di riferimento negli American Studies ed un capolavoro dell’archeologia politica degli USA. Intellettuale di ampio spessore ha decodificato i nodi del presente nei suoi libri più come “A Great Disorder” (2024), nei quali applica la sua analisi mitologica alla politica contemporanea, dal Vietnam a Trump.

-Professor Slotkin nelle sue opere, forse più che in quelle di qualsiasi altro studioso, lei ha analizzato e raccontato le principali mitologie americane. In che misura le mitologie politiche possono cambiare, orientarsi e rappresentare il destino di un Paese?

I miti nazionali, le narrazioni politiche e le ideologie dei movimenti hanno in comune il fatto di nascere come risposte a crisi che mettono alla prova le basi dell’organizzazione sociale e dei valori culturali. I miti nazionali si formano attorno a grandi crisi e a questioni di importanza duratura per lo sviluppo di una nazione. Essi evolvono attraverso un uso di lungo periodo in ogni mezzo di espressione culturale: storie, libri di testo, giornali, pubblicità, sermoni, discorsi, cultura popolare. Plasmano la memoria storica e ci permettono di trasformare la storia in uno strumento di potere politico. In una situazione di crisi, uno dei nostri riflessi culturali è quello di scandagliare la memoria storica, il nostro lessico di miti, alla ricerca di analogie che ci aiutino a interpretare la crisi e di precedenti su cui modellare una risposta.

Sebbene le strutture mitiche siano durature, non sono immutabili. I miti che hanno successo sono quelli capaci di adattarsi a circostanze mutevoli. Nuove crisi possono produrre nuovi miti oppure screditare quelli esistenti.

-Quali sono le principali mitologie americane, e chi ne sono gli eroi e le figure centrali?

Quattro miti si sono dimostrati, nel tempo, i più duraturi e influenti. Ognuno presenta un tema centrale, una sorta di “narrazione-madre”, attorno alla quale si sviluppano numerose varianti, che riflettono cambiamenti significativi nella vita sociale, politica o culturale.

Il mito della Frontiera incarna una concezione tipicamente americana dello sviluppo capitalistico: l’idea che la straordinaria crescita del Paese sia dovuta alla scoperta e allo sfruttamento di abbondanti risorse naturali o di nuove tecnologie “magicamente” produttive, capaci di generare una straordinaria ricchezza per alcuni e una prosperità generale per tutti gli altri («una marea crescente solleva tutte le barche»). La conquista della frontiera ha però richiesto anche “guerre selvagge”, volte a espropriare i popoli indigeni non bianchi, rendendo la distinzione e l’esclusione razziale parte integrante del concetto originario di nazionalità. Gli eroi di questi racconti sono, in senso generico, i “pionieri”: figure come Daniel Boone, Buffalo Bill o il cowboy dei film western.

Il mito della Fondazione racconta, invece, la nascita dello Stato-nazione americano per opera di un gruppo straordinariamente eroico, intelligente e virtuoso di uomini bianchi, i Padri Fondatori – Washington, Jefferson, Madison. La Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione assumono il valore di vere e proprie Sacre Scritture nazionali.

La Guerra Civile ha generato due tradizioni mitiche contrapposte. Il mito della Liberazione, associato ad Abraham Lincoln, interpreta la guerra come una prova che non solo preservò un «governo del popolo, dal popolo, per il popolo», ma produsse una «nuova nascita di libertà» che incluse anche i neri precedentemente ridotti in schiavitù. Ma anche il mito della Causa Perduta che, al contrario, celebra il Vecchio Sud e giustifica una violenza estrema – linciaggi, terrorismo, presa forzata del potere – prima per difendere la schiavitù e poi per restaurare le strutture tradizionali. Il generale Robert E. Lee ne è l’eroe iconico.

In tutti questi miti, la nazionalità americana viene definita come “bianca”. Questa presunzione etnonazionalista sarebbe stata messa in discussione dalle crisi del Novecento: la Grande Guerra, la Depressione e la Seconda guerra mondiale. Tali eventi costrinsero le élite politiche e culturali del Paese ad accogliere come eguali le minoranze razziali ed etniche fino ad allora marginalizzate o escluse dal corpo politico. Il risultato fu la creazione del mito della Buona Guerra, che, attraverso la convenzione cinematografica del “plotone” multietnico e multirazziale, collegò la diversità del Paese al suo successo come “guida del mondo libero”. In questo caso, l’eroe rappresentativo non è una singola figura, ma il gruppo stesso, il “plotone”.

Altri due miti politici hanno una grande rilevanza, pur senza raggiungere lo status di miti nazionali. Il New Deal (1933–1940) e il Movimento per i Diritti Civili (1945–1980) costituiscono i principali riferimenti storici per i liberali e per il Partito Democratico. Il New Deal, personificato dal presidente Franklin Roosevelt, trasformò l’economia e la struttura dello Stato, creando le basi giuridiche e istituzionali del moderno Stato sociale e regolatore, e favorendo il movimento sindacale. Tuttavia, il New Deal non è diventato una fonte centrale di racconti e simboli della cultura popolare: non esiste un genere cinematografico che celebri i suoi successi come il western celebra la Frontiera. Lo storico Jefferson Cowie lo ha definito «la Grande Eccezione» rispetto alla tradizionale devozione americana per il capitalismo del “libero mercato”.

Ad esso si aggiunge anche il Movimento per i Diritti Civili, il cui eroe è Martin Luther King Jr., ha profondamente trasformato il diritto e la cultura americana. Tuttavia, esso ha funzionato soprattutto come modello mitico per i gruppi minoritari e marginalizzati in cerca di diritti all’interno di un’America neoliberale, piuttosto che come fondamento di una politica nazionale o di una definizione condivisa dell’identità del Paese.

-In tal senso come valuta l’attuale “Grande Disordine” americano e quali ne sono, a suo avviso, le cause profonde?

L’ascesa e il declino nell’uso di determinati miti rappresentano un indicatore dello stato della politica. Per quanto mi riguarda, uno dei segnali che la società americana si trovi in una condizione di profondo disordine è il fatto che miti un tempo capaci di unire siano diventati vessilli di divisione.

I grandi miti sono nati in risposta a grandi crisi – la Guerra d’Indipendenza, la Guerra Civile. Il paragone tracciato dal presidente Bush tra gli attentati terroristici dell’11 settembre e Pearl Harbor fu ampiamente accettato come un’analogia appropriata, e condusse a un vasto sostegno pubblico per una politica di guerra che seguiva il copione d’azione del mito della “Buona Guerra”. Il fatto che tale analogia fosse falsa non ne ha diminuito la forza.

La crisi del nostro tempo è più difficile da afferrare e da rappresentare simbolicamente. Gli Stati Uniti hanno faticato ad adattarsi alla progressiva affermazione di un nuovo ordine economico, caratterizzato dalla crescita esponenziale dell’automazione del lavoro industriale, da una politica commerciale globale che ha favorito la delocalizzazione della manifattura, e da politiche fiscali e regolatorie che hanno privilegiato le classi investitrici e finanziarie rispetto ai lavoratori salariati. Gli ultimi quarant’anni hanno visto la distruzione delle industrie tradizionali e delle comunità che le sostenevano, la trasformazione e il degrado del lavoro, il restringersi delle prospettive di mobilità sociale per la classe operaia, accompagnati da un’accumulazione senza precedenti di ricchezza e potere nelle mani dell’uno per cento più ricco della popolazione. Le stesse dinamiche hanno interessato anche l’Europa.

-Cosa è cambiato?

La cultura americana è stata profondamente trasformata da rivoluzioni nella sfera della sessualità, dell’espressione di genere, dell’integrazione razziale e da una straordinaria diversità dell’immigrazione – cambiamenti resi possibili dalle riforme liberali degli anni Sessanta e dallo sviluppo di una cultura popolare pluralista e permissiva, diffusa attraverso nuove forme di media.

Il malcontento verso questo nuovo ordine ha raggiunto livelli di crisi con il crollo economico e la Grande Recessione del 2008-2009, e con la pandemia di Covid del 2020-2021.

Il sistema politico americano si è dimostrato incapace e/o non disposto ad affrontare gli aspetti economici della crisi. Frustrate su questo piano, le passioni pubbliche si sono spostate verso le questioni culturali, i problemi di valori e identità, molto meno suscettibili di una discussione razionale o di un compromesso rispetto agli interessi economici. I due fronti contrapposti – il movimento MAGA a destra e la cosiddetta “Blue America” a sinistra – hanno adottato miti diversi dell’identità nazionale americana.

-Partiamo dal Maga e da un evento cardine come Capitol Hill?

Certo. Le bandiere e i costumi dei rivoltosi che assaltarono il Campidoglio il 6 gennaio 2021 simboleggiavano i miti su cui il movimento MAGA fonda la propria visione. Le bandiere con il volto di Donald Trump erano le più diffuse, ma altre avevano una forte risonanza storica. La classica bandiera “Betsy Ross”, con il cerchio di tredici stelle, richiamava l’aspetto rivoluzionario del mito della Fondazione. La cosiddetta “Gadsden Flag”, gialla con un serpente a sonagli arrotolato e il motto «Don’t Tread on Me», è uno stendardo della Guerra d’Indipendenza oggi prediletto dai movimenti anti-tasse e pro-diritti sulle armi. I cappelli da cowboy e i distintivi da sceriffo evocavano la Frontiera. La bandiera confederata “Stars and Bars” richiamava il mito della Causa Perduta. Trump ha finito per incarnare personalmente questi miti: la sua immagine viene spesso aggiunta alle bandiere – Trump in versione Rambo, Trump paladino delle armi, Trump redentore.

-E a sinistra invece?

Tre miti sono centrali per la “Blue America”: il New Deal, il Movimento per i Diritti Civili e il mito della Buona Guerra. Tutti e tre furono richiamati da Joe Biden nella sua vittoriosa campagna presidenziale del 2020. Per ragioni che affronterò più avanti, i primi due non hanno acquisito la stessa forza politica né lo stesso radicamento nella cultura popolare dei “quattro grandi” miti nazionali. Il mito della Buona Guerra resta di grande potenza simbolica, ma il suo fascino è stato indebolito dalle “cattive guerre” in Vietnam, Iraq e Afghanistan.

-La seconda vittoria di Trump rappresenta una svolta decisiva nella politica americana e nel più ampio mondo occidentale. Quali sono, secondo la sua analisi, le cause di questa vittoria? E che cosa rappresentano figure come J. D. Vance o Elon Musk nella nuova fase del trumpismo?

Trump è riuscito a farsi voce e incarnazione dei malcontenti e delle ansie prodotte dal nuovo ordine economico e dall’indebolimento delle autorità culturali tradizionali. Il movimento Make America Great Again (MAGA) si è coagulato attorno alla sua personalità. Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.

Ha inoltre reso socialmente accettabile l’uso del linguaggio dell’odio nel discorso politico ordinario. Questo perché considera l’“odio” sia un valore morale sia uno strumento politico. Nel 1989, quando sosteneva pubblicamente la pena di morte per i cosiddetti “Central Park Five” – adolescenti neri accusati di stupro e poi scagionati – scrisse: «Odio queste persone. E odiamoli tutti, perché forse l’odio è ciò di cui abbiamo bisogno se vogliamo ottenere qualcosa». Diffonde e consolida il linguaggio dell’odio ripetendo incessantemente gli stessi insulti: gli immigrati sarebbero «parassiti» che «avvelenano il sangue del nostro Paese»; gli avversari politici «folli comunisti della sinistra radicale» intenzionati a «distruggere il nostro Paese». Nel 2020, parlando a un comizio in Ohio, Trump dichiarò che Biden stava «seguendo l’agenda della sinistra radicale: togliervi le armi, distruggere il Secondo Emendamento. Niente religione, niente di niente, colpire la Bibbia, colpire Dio. È contro Dio, è contro le armi, è contro l’energia, il nostro tipo di energia [cioè i combustibili fossili]».

Le sue affermazioni in materia di politiche pubbliche mostrano ben poca razionalità o coerenza, se si eccettua il calcolo più grossolano del vantaggio economico. Tuttavia, in quanto leader di un partito conservatore, Trump è riuscito anche ad attirare l’adesione di un gruppo radicale di pensatori della destra, legati alla Heritage Foundation, al Claremont Institute e al movimento del cosiddetto “National Conservatism”.

-Cosa è cambiato col suo ritorno alla Casa Bianca?

Nel suo secondo mandato, figure di primo piano provenienti da questi ambienti (come J. D. Vance, Elon Musk, Peter Thiel) hanno elaborato, sotto lo slogan “America First”, quell’approccio sistemico alle politiche pubbliche che era mancato nel primo mandato. Ciò si è tradotto nello smantellamento della burocrazia federale, in una deregolamentazione su vasta scala e nella distruzione di alleanze internazionali e programmi di aiuto costruiti nell’arco di quattro generazioni – il tutto in nome della liberazione delle imprese da tasse e vincoli normativi e della libertà per Trump di esibire il proprio dominio personale sulla scena mondiale.

Sebbene si proclamino “populisti” e sostenitori delle classi lavoratrici, le loro politiche non fanno nulla per invertire la tendenza economica verso una crescente dominanza delle grandi imprese. I loro programmi culturali distolgono l’attenzione da questa contraddizione economica promuovendo una versione del nazionalismo cristiano; allo stesso tempo, le politiche migratorie e lo smantellamento delle norme sui diritti civili e contro la discriminazione favoriscono il ripristino di una supremazia culturale dei bianchi cristiani nativi.

La loro ammirazione per Viktor Orbán è rivelatrice: apprezzano la sua affermazione dell’autorità esecutiva, la sua opposizione all’immigrazione e la sua insistenza sull’uniformità religiosa. Tuttavia, in Ungheria un singolo gruppo etnico e religioso costituisce l’84% della popolazione, mentre gli Stati Uniti sono caratterizzati da una straordinaria diversità etnica, culturale, religiosa e razziale. La classe razziale ed etnica prediletta dal MAGA rappresenta appena una maggioranza, per di più in costante riduzione. Può governare soltanto imponendo un potere di minoranza attraverso il controllo del processo elettorale e dei media.

Roma, Dicembre 2025. XXX Martedì di Dissipatio

-Lei ha scritto una trilogia monumentale e magistrale sulla frontiera. Quali sono i pilastri fondamentali della mitologia della frontiera e in che modo hanno plasmato la cultura politica e l’immaginario americano negli ultimi due secoli?

Il mito della Frontiera nasce dall’origine degli Stati Uniti come Stato di coloni, che è cresciuto e ha prosperato espandendo gli insediamenti su tutto il continente – ed espropriando i popoli indigeni nativi di quelle terre. Il mito presenta dunque due componenti fondamentali. Da un lato, il conflitto tra nativi non bianchi e coloni bianchi definisce la nazione americana in termini razziali, come un Paese degli uomini bianchi, e giustifica lo sfruttamento dei non bianchi da parte dei bianchi. Dall’altro, la prosperità economica prodotta dall’espansione verso Ovest suggerisce una versione tipicamente americana del capitalismo: l’idea che una ricchezza immensa possa essere sfruttata attraverso lo sviluppo di terre “selvagge” e di risorse naturali, da parte di individui che agiscono al di fuori della portata della legge stabilita e liberi dalla regolazione governativa. La ricchezza così prodotta viene percepita come talmente abbondante da rendere superflui il conflitto di classe e lo sfruttamento. L’esistenza della schiavitù viene minimizzata all’interno del mito, poiché i neri sono assimilati agli indiani e considerati anch’essi soggetti allo sfruttamento.

Con l’industrializzazione dell’economia, l’immaginario specifico del mito si è adattato. La capacità produttiva delle nuove tecnologie (ferrovie, fabbriche) ha reso possibile concepire l’industria come un campo in cui individuare nuove “cuccagne”, grazie all’azione di imprenditori “pionieri”. E vi è sempre stata una cuccagna da scoprire nelle risorse naturali, come l’oro e il petrolio. Oggi l’intelligenza artificiale viene promossa come la prossima “frontiera” e la prossima “cuccagna”.

-E nel passato come è stato declinato questo mito?

La Frontiera è stata un termine centrale nel discorso politico dagli anni Sessanta a oggi. Il programma della “Nuova Frontiera” di John F. Kennedy invocava tagli fiscali e un’azione aggressiva contro il comunismo sulla “frontiera” del cosiddetto “mondo in via di sviluppo”. Ronald Reagan, facendo leva sulla propria carriera di attore nei film western, utilizzò il mito per promuovere un programma ancora più radicale di tagli alle tasse e deregolamentazione, che – secondo la dottrina del “trickle-down economics” – avrebbe dovuto portare benefici a tutti, rendendo inutile il conflitto di classe. Anche Reagan sostenne un’azione aggressiva contro il comunismo, questa volta in America Centrale. Bill Clinton individuò la Frontiera nelle nuove tecnologie e negli strumenti finanziari, da liberare attraverso la deregolamentazione, capaci di produrre «una marea crescente che solleva tutte le barche», una versione più democratica del “sgocciolamento” reaganiano.

-In che misura la mitologia della frontiera sta plasmando la retorica e l’immaginario del movimento MAGA? E in quali modi l’era Trump si ricollega alle tradizioni storiche e mitiche della frontiera?

L’ideologia economica del MAGA è profondamente informata dal mito della Frontiera. Come ha affermato Trump nel suo discorso inaugurale: «Soprattutto, ai nostri figli, in ogni comunità, deve essere insegnato che essere americani significa ereditare lo spirito di… persone che hanno perseguito il nostro Destino Manifesto attraverso l’oceano, nelle terre selvagge inesplorate, oltre le montagne più alte, e poi nei cieli, e perfino tra le stelle».

Trump abbraccia l’aspetto di “guerra razziale” del mito quando presenta l’immigrazione come un’invasione ostile da parte di persone descritte come “primitive”, “animali”, intrinsecamente ostili alla “civiltà” americana. Nel suo secondo mandato ha utilizzato metodi securitari per espellere gli immigrati irregolari e anche per identificare come estranei e indesiderabili i discendenti di immigrati latinoamericani e africani – persino quando si tratta di cittadini nati o naturalizzati negli Stati Uniti. Ha minacciato una guerra con il Messico e sembra avviarsi verso un conflitto reale nell’area dei Caraibi.

La sua adesione alla dimensione economica del mito si esprime in modo particolarmente evidente nella sua carriera di promotore di “cuccagne” immobiliari – un’attività classica degli sviluppatori di terre di frontiera fin dall’epoca coloniale. Essa emerge anche nella sua insistenza sull’espansione dell’estrazione petrolifera come fondamento della forza economica, così come nella minaccia di impadronirsi della Groenlandia, in quanto ricca di risorse minerarie di cui gli Stati Uniti avrebbero bisogno e che, secondo la logica del Destino Manifesto, tale bisogno legittimerebbe a conquistare.

-Dalla visione dell’espansione continentale (dall’Artico a Panama fino al Venezuela), ai fantasmi della Guerra Civile, fino al protezionismo e al sentimento anti-europeo, il nuovo corso trumpiano sembra fondere la Dottrina Monroe e il jingoismo, Theodore Roosevelt e la Causa Perduta, insieme a baroni feudali digitali. In che modo le diverse mitologie americane si intrecciano in questa nuova ondata trumpiana? E a chi, nella storia americana, Trump assomiglia di più?

Tre miti sono centrali per il movimento MAGA: la Frontiera, la Fondazione e la Causa Perduta. Ho già descritto l’uso che MAGA fa del mito della Frontiera.

La sua versione del mito della Fondazione ruota attorno al Secondo Emendamento, che MAGA (seguendo l’ideologia del movimento per i diritti sulle armi) interpreta come un’autorizzazione per i cittadini privati ad armarsi al fine di resistere a un governo ritenuto “tirannico”. Questo principio ha attirato alla causa di Trump vari gruppi estremisti bianchi – i Proud Boys, i Three Percenters e le numerose cosiddette “milizie” formatesi in quasi tutti gli Stati. È anche un mito che legittima tali gruppi, così come singoli individui, a ricorrere alla violenza o alla minaccia di violenza per intimidire giudici, consigli scolastici, funzionari pubblici, minoranze e avversari politici.

Il cuore della sua narrazione politica è però la Causa Perduta, che combina il programma razziale del mito della Frontiera con un’applicazione della teoria sui diritti delle armi e del Secondo Emendamento.

All’origine, il mito della Causa Perduta inquadrava il conflitto sulla Ricostruzione (1865-1875) come una lotta esistenziale tra le gerarchie razziali e reazionarie del Vecchio Sud e il liberalismo dei radicali del Nord. Il mito giustifica una violenza straordinaria e una repressione politica volta a salvare la civiltà cristiana bianca dai suoi nemici razziali e ideologici; giustifica il terrorismo del Ku Klux Klan e di organizzazioni affini per rovesciare i governi della Ricostruzione e impedire ai neri e ai repubblicani di votare. Ha legittimato il regime di segregazione e privazione dei diritti noto come “Jim Crow” e il linciaggio per mantenere la popolazione nera in uno stato di sottomissione; ha autorizzato “sommosse razziali” o veri e propri pogrom contro comunità nere, da piccoli centri rurali a grandi città come Wilmington (1898), Atlanta (1906) e Tulsa (1921). La Causa Perduta ha inoltre giustificato l’instaurazione di governi statali quasi autoritari, quando gli Stati del Sud (1890-1915) modificarono le proprie costituzioni per privare i neri del diritto di voto, ricorrendo a strumenti come i test di alfabetizzazione e la tassa elettorale, che finirono per escludere anche ampi settori dei bianchi poveri.

Il racconto di MAGA della storia recente rivisita il copione della Causa Perduta. Sostiene che l’America fosse “grande” quando le sue istituzioni politiche ed economiche erano gestite da uomini bianchi e i suoi standard culturali definiti da cristiani. Tale ordine sociale sarebbe stato sconvolto dalle trasformazioni politiche e culturali degli anni Sessanta, in particolare dall’integrazione politica delle minoranze razziali e dall’accettazione di atteggiamenti “licenziosi” in materia di razza, sessualità e ruoli di genere. Gli intellettuali liberali avrebbero messo in discussione i presupposti ideologici tradizionali e la stessa interpretazione della storia americana. L’immigrazione e la crescita della popolazione non bianca avrebbero suggerito che i bianchi sarebbero stati definitivamente sostituiti come maggioranza del Paese. L’elezione di Barack Obama come primo presidente afroamericano avrebbe infine indicato che i liberali e i loro “clienti etnici” controllavano ormai i centri del potere.

Trump si è fatto eroe di questo racconto presentando le elezioni del 2016 come una battaglia per salvare la civiltà americana. Se i repubblicani avessero perso, disse a un comizio elettorale, «non ci sarebbe stata un’altra elezione». Questa nuova versione della Causa Perduta sostiene anche che, per salvare la “civiltà” cristiana bianca, siano giustificati metodi straordinari, inclusa la violenza politica. L’adesione di MAGA alla violenza politica è stata segnalata dalla retorica della campagna del 2016, dal rifiuto di Trump di condannare le violenze dei manifestanti di Unite the Right contro la rimozione delle statue confederate a Charlottesville, Virginia (2017), dalla repressione violenta delle proteste di Black Lives Matter a Washington e, infine, dall’incitamento all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Nel suo secondo mandato ha scatenato una campagna violenta condotta da agenti dell’immigrazione incappucciati contro presunti “irregolari”, ha rivolto le leggi sui diritti civili contro le stesse minoranze che esse erano state concepite per proteggere e ha costretto governi, scuole e imprese a porre fine ai programmi di “Diversity, Equity and Inclusion” (DEI). Ha inoltre deliberatamente epurato donne e afroamericani dagli impieghi federali e dai ruoli di comando militare.

– E perché i Democratici sembrano aver perso non solo la battaglia politica, ma anche quella mitologica?

Il problema dei Democratici con il mito e quello con l’ideologia e l’elaborazione delle politiche hanno una radice comune. Come ho osservato in precedenza, la loro teoria fondamentale del governo deriva dal New Deal: regolazione e redistribuzione nell’interesse pubblico. Tuttavia, dagli anni Ottanta il partito si è progressivamente allontanato da questa eredità, adottando una propria variante del mito della Frontiera e una politica economica neoliberale – un regime favorevole alle imprese e alla deregolamentazione, tipico dell’amministrazione Clinton (1993-2000) e tuttora radicato nell’establishment del partito.

In quanto forza politica che si definisce attraverso l’idea di “riforma” della vita pubblica e del governo, il liberalismo ha posto maggiore enfasi sulla critica e sulla demistificazione dei miti e delle tradizioni, piuttosto che sulla loro costruzione e sul loro sfruttamento simbolico.

A ciò si aggiunge il fatto che, anche nei loro momenti migliori, i due miti centrali dei Democratici – il New Deal e il Movimento per i Diritti Civili – non hanno mai goduto della stessa ampia attrattiva culturale e mediatica dei “quattro grandi” miti nazionali. Nel loro mito della Fondazione, i Democratici fanno appello alla Dichiarazione d’Indipendenza e al principio secondo cui «tutti gli uomini sono creati uguali». Tuttavia, questo richiamo ha un carattere astratto, mentre brandire un fucile d’assalto e una bandiera confederata da battaglia incarna in modo spettacolare il mito dei diritti sulle armi del Secondo Emendamento e della supremazia bianca. Biden ha fatto appello a ciascuno di questi miti durante la campagna del 2020: al New Deal in un luogo simbolicamente associato a Franklin D. Roosevelt, e ai diritti civili a Gettysburg, teatro del celebre discorso di Lincoln. Tuttavia, Biden mancava di forza retorica e di presenza carismatica e, da presidente, non è riuscito a costruire su quelle premesse che la campagna elettorale aveva evocato.

Il mito della Buona Guerra è stato il più coerente e attraente tra quelli proposti dai Democratici, ma il suo fascino è stato logorato dalla serie di “cattive guerre” combattute in suo nome: il Vietnam, l’Iraq (dal 2002 a oggi) e soprattutto l’Afghanistan (2002-2021). In ciascuno di questi casi, gli americani furono messi in guardia contro il rischio di “appeasement” nei confronti di un nuovo “Hitler” – Mao e Ho, Saddam, bin Laden, i Talebani. Ogni volta, la minaccia si è rivelata infondata. Ora la fiducia dell’opinione pubblica in questo mito è stata scossa, consentendo a Trump di sottrarsi alla difesa dell’Ucraina e alla resistenza contro l’aggressione russa.

-Dopo la presidenza Biden, molti europei temono che un ritorno di Trump possa segnare la fine dell’atlantismo. Che ruolo ha avuto l’idea atlantista – e che ruolo ha ancora – nella storia delle mitologie americane? E quale futuro potrebbe avere?

Tra tutti i miti nazionali americani, soltanto il mito della Buona Guerra fa in qualche modo riferimento all’idea atlantista – ossia alla convinzione che Stati Uniti ed Europa siano uniti da valori democratici comuni e da interessi condivisi. E, come ho già osservato, questo mito è stato indebolito dalla sua associazione con una serie di “cattive guerre”. Tale debolezza emerge chiaramente nel rifiuto dell’amministrazione Trump di assumere un impegno fermo a sostegno della resistenza ucraina. Il crescente senso di vulnerabilità economica degli Stati Uniti – accentuato dopo il crollo finanziario del 2008 – contribuisce inoltre alla percezione che le esigenze militari dell’Alleanza stiano mettendo sotto pressione le risorse americane.

Anche i fattori economici giocano un ruolo. La politica estera “transazionale” di Trump, che tratta le relazioni internazionali come un’attività orientata al profitto, è stata giustamente criticata. Tuttavia, essa poggia anche su alcuni elementi di realtà. Il mancato adeguamento dei governi europei alla cortese richiesta del presidente Obama di aumentare il contributo alla spesa militare ha accresciuto negli Stati Uniti la sensazione di sostenere una quota eccessiva dell’onere difensivo. Trump, ricorrendo a pressioni e minacce, è riuscito a ottenere risultati, il che ha suggerito che questo fosse il modo più “efficace” di trattare gli alleati. Ciò ha reso l’Europa più disposta e più capace di difendersi autonomamente. Tuttavia, il denaro non è tutto, e il risultato complessivo è stato un indebolimento dei legami di fiducia su cui un’alleanza, in ultima analisi, si fonda. Anche l’Europa, dunque, porta una parte di responsabilità per questo esito.

Una parte della retorica e delle politiche anti-europee oggi visibili è espressione dei risentimenti personali di Trump e della sua messa in scena del potere. Tuttavia, l’apparente spostamento dell’impegno strategico verso l’America Latina potrebbe riflettere l’influenza di consiglieri come Stephen Miller e del segretario di Stato Marco Rubio, che mirano a ristabilire la supremazia americana nell’emisfero occidentale – Miller perché collega tale obiettivo alla sua ossessione per l’immigrazione, Rubio per la sua fissazione sul “liberare” Cuba.

Esiste inoltre, all’interno del MAGA, un movimento anti-atlantista più strutturato, guidato dal vicepresidente Vance e sostenuto da intellettuali e magnati della tecnologia associati a ciò che viene definito “nazional-conservatorismo”. Alcuni di questi auspicano la creazione di regimi nazionalisti autoritari (e filocorporativi) in tutto lo spazio atlantico; altri immaginano una divisione del mondo in sfere di influenza, ciascuna dominata da una singola grande potenza. Si tratta di tendenze tra loro conflittuali, non di un programma coerente, ma accomunate da un denominatore comune: l’ostilità all’atlantismo.

I Democratici e i Repubblicani non allineati al MAGA continuano invece a sostenere la NATO e l’Unione Europea.

-Il futuro dell’America dipende dalla creazione di un nuovo e alternativo mito nazionale? E, in caso affermativo, che cosa potrebbe comportare un simile mito?

Poiché la presenza di un mito unificante costituisce una delle basi fondamentali di un ordine politico stabile, la risposta è sì: il futuro dipende anche da questo. Tuttavia, i miti non possono essere creati a comando. Piuttosto, il discorso politico produrrà continuamente una gamma di narrazioni volte a interpretare la crisi in atto; sarà poi il corso degli eventi a determinare quali di queste acquisiranno la forza politica propria del mito.

È possibile immaginare una narrazione capace di sostenere un movimento di riforma democratica: una narrazione che ponga al centro l’ingiustizia economica e l’oligarchia, nonché le partnership tra grandi imprese e governo che rendono possibile tale assetto. La storia dei movimenti riformatori americani offre precedenti e simboli significativi: Theodore Roosevelt attaccò i «malfattori della grande ricchezza»; Franklin D. Roosevelt denunciò i «realisti economici». Tuttavia, la formulazione di un simile mito richiede la capacità di comprendere a fondo la crisi economica e sociale contemporanea e di immaginare un programma credibile per affrontarla e risolverla. Staremo a vedere…

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L'abbaio del DOGE

Il progetto di Elon Musk e Vivek Ramaswamy di tagliare più di duemila posti di lavoro nelle agenzie federali può essere avversato sia dal Congresso a maggioranza repubblicana, che da una ben più interessante rivoluzione silenziosa da parte degli stessi lavoratori, tramite il fenomeno del "quiet quitting", le dimissione silenziose. Un'espressione che indica il comportamento adottato dai dipendenti che, in opposizione ai loro responsabili, assumono una posizione passiva di fronte alle loro mansioni.

Joe Biden e il futuro del Medio Oriente

Diversi canali di informazione hanno descritto l'inizio dell'era Biden come il ritorno dell'America sulla scena internazionale. In realtà la supposta discontinuità geopolitica tra le due amministrazioni (salvo specifiche eccezioni strategiche) appare solo una ricostruzione giornalistica.

Operazione: Oak Ridge

Ogni sabotaggio inizia con un piano dettagliato, specialmente quando si tratta di turbine nucleari.

La coda che muove il cane

A dispetto dell’enorme risonanza mediatica, la fuga di notizie dal Pentagono non rivela nulla di eclatante. La vera notizia è tra le righe: il rapporto tra noi e Kiev è assai meno sbilanciato di quanto si potesse pensare.

Gruppo MAGOG