Mal d'Atlantico

A quasi un anno dall’invasione russa dell’Ucraina la NATO pensa in grande, ma le sue ambizioni globali si scontrano con le debolezze e le contraddizioni dei suoi membri.
A quasi un anno dall’invasione russa dell’Ucraina la NATO pensa in grande, ma le sue ambizioni globali si scontrano con le debolezze e le contraddizioni dei suoi membri.

L’avevamo lasciata in stato vegetativo, sospesa tra una vita che si prospettava menomata e una morte a metà tra il suicidio annunciato e l’eutanasia compassionevole. E invece, sfuggita contro ogni pronostico a quella che qualcuno diceva (e sperava) fosse una condizione terminale, la NATO  può tirare un momentaneo sospiro di sollievo. Merito, si fa per dire, dell’invasione russa dell’Ucraina: coi paradigmi della sicurezza globale post-11 settembre stravolti dal conflitto, l’alleanza pare avviata a smaltire la sbornia controinsurrezionale degli ultimi vent’anni in favore di una visione militare e politica nuovamente orientata alla competizione aperta tra grandi potenze. Riprende così la controversa espansione del blocco atlantico, che si appresta ad allargare i propri confini alla Scandinavia con l’implicita certezza di poter presto annoverare nei suoi ranghi Kiev e Tbilisi, mentre l’Europa va timidamente incontro ad una prolungata stagione di riarmo.

Negli orizzonti futuri dell’alleanza non ci sono però soltanto Putin e il suo regime. Ben conscia che la crisi ucraina rappresenta un rimedio temporaneo ai molti mali che l’affliggono, da necessaria la NATO punta a rendersi indispensabile, inserendosi a gamba tesa nella sempre più intensa rivalità tra l’Occidente la Cina. Il Concetto Strategico 2030, documento programmatico pubblicato lo scorso ottobre, non fa mistero della crescente ostilità di Bruxelles nei confronti della Repubblica Popolare, indicata senza giri di parole come il principale competitor a lungo termine della coalizione euro-americana. Non a caso al summit di Madrid che ha fatto da cornice alla presentazione del libro bianco hanno preso parte, in via eccezionale, anche rappresentanti di Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud: per battere il Dragone bisogna entrare nella sua tana.

Ma il novello Sigfrido potrebbe avere la spada spuntata. Se è vero che lo scontro con Mosca ha restituito alla NATO almeno parte di un vigore che si aveva ragione di credere fosse perduto per sempre, immaginare un ritorno ai fasti della Guerra Fredda è a dir poco prematuro. Tre decenni di ridimensionamento hanno inevitabilmente blandito il potenziale dell’Organizzazione, costretta ora a fare i conti con un’emorragia di materiale bellico che la sua risicata base industriale fatica ad arrestare. Gli arsenali sono vuoti: venti Paesi membri su trenta avrebbero esaurito il proprio surplus, divorato dal buco nero ucraino, e i restanti si sono visti costretti a tagliare significativamente gli aiuti inviati alla nazione assediata. Perfino i munifici Stati Uniti sembrano non riuscire a sostenere l’enorme livello di attrito; tenuta presente la rilevante eccezione di una batteria lanciamissili Patriot, il grosso degli stanziamenti approvati dal Congresso a dicembre è destinato a procurare mezzi leggeri e altre voci d’inventario secondarie, segno inconfondibile di un affaticamento che va diventando cronico.

Scarseggiano su tutto le munizioni per l’artiglieria, unico strumento utile in assenza di un numero apprezzabile di assetti aerei per tentare di rompere l’impasse calata sul fronte dopo le offensive dello scorso autunno. Semplicemente la produzione non tiene il passo della domanda: basti pensare che l’intero output mensile americano di granate da 155mm, circa 15mila unità, è a malapena sufficiente per un giorno di combattimenti. Sebbene interessi anche gli apparati logistici del Cremlino, in Occidente il problema degli approvvigionamenti è acuito dalla persistente riluttanza delle aziende del settore ad investire in impianti che si teme cadrebbero in disuso una volta terminata la guerra; i colossi degli armamenti non sono disposti a rischiare senza garanzie concrete da parte di classi dirigenti ovunque poco inclini ad intestarsi un aumento delle spese militari in tempi di recessione serpeggiante. 

Anche dove si è scelto di implementarli, questi nuovi stanziamenti rispondono sovente ad agende  interne svincolate dagli obiettivi di più ampio respiro della NATO. È il caso del Regno Unito, per il quale il rafforzamento delle proprie capacità di proiezione rappresenta un trampolino di lancio per riaffermarsi come potenza di rango mondiale, e della Polonia, che scommette su un impressionante processo di riarmo (tra il 2012 e il 2022 Varsavia ha pressoché raddoppiato il budget militare, oggi pari al 5% del PIL) per sbilanciare l’Unione Europea a proprio vantaggio e scalzare il duo franco-tedesco dalla posizione privilegiata che vi occupa. Piani ambiziosi, che tuttavia potrebbero sfumare con sorprendente facilità. È infatti assai plausibile che il laburista Keir Starmer, probabile rimpiazzo del neopremier Rishi Sunak al numero 10 di Downing Street, riporti i finanziamenti allocati alle forze armate di Sua Maestà a livelli antebellici, mentre resta da vedere se e come il bilancio pubblico polacco riuscirà ad assorbire il repentino incremento del deficit causato dalle compere pazze di questo ultimo periodo; difficile comunque credere che si sia disposti a portare indefinitamente avanti una linea di policy così dispendiosa, men che meno in un’ottica di contenimento della Cina.

Fatica a prendere piede pure l’adeguamento agli standard di spesa NATO della Germania, impantanata in un feroce dibattito su come impiegare i 100 miliardi di euro messi a disposizione dal Bundestag per ammodernare la trascuratissima Difesa teutonica. Introdurre sistemi d’arma all’avanguardia o assicurarsi quanto necessario ad impiegare quelli esistenti: cadute nel vuoto le richieste per un ulteriore aumento dei fondi, gli alti comandi e i loro corrispettivi civili si trovano a dover compiere una scelta prevedibilmente laboriosa. Preoccupa inoltre l’ambiguità dei tedeschi, dimostratisi in più occasioni restii a prestare pieno sostegno all’Ucraina in favore di un approccio diplomatico che consentisse loro di preservare gli importanti rapporti commerciali instaurati con la Federazione Russa. Per Berlino il mercantilismo è tanto una scelta quanto una necessità: lo sa bene Xi Jinping, che con l’acquisizione di una quota del porto di Amburgo può vantare un altro successo nell’incessante ricerca di teste di ponte europee per la sua monumentale Belt and Road Initiative.

L’avanzata della Nuova Via della Seta nel Vecchio Continente pone più di qualche dubbio rispetto alla professata fede atlantista di diversi Stati membri. Non fa eccezione l’Italia, a lungo terra di conquista dei danarosi magnati asiatici ora alle prese con due dossier — il porto di Trieste e la presenza di Huawei nel Paese — su cui pesano le simpatie filocinesi di alcuni elementi dell’attuale opposizione, Movimento Cinque Stelle in testa. Quella con Pechino è insomma una battaglia trasversale, e i nostri avversari l’hanno capito prima di noi. Forte di risorse apparentemente inesauribili, la Cina immagina di poter vincere senza sparare nemmeno un colpo; qualora poi si dovesse iniziare a sparare per davvero (i servizi USA prevedono un tentativo d’invasione di Taiwan già per il 2026), in un attimo l’Occidente si ritroverebbe impossibilitato a soddisfare anche i suoi più semplici bisogni manifatturieri

Il collasso delle filiere seguito allo scoppio della pandemia COVID-19 ha messo a nudo questo tallone d’Achille. L’intero sistema economico internazionale poggia su un unico mercato, per giunta assoggettato al volere di una minuscola oligarchia politico-burocratica e, in definitiva, di un solo uomo; uno scossone può far crollare tutto. Battere la Cina richiede allora di mettere fine a questo fenomeno di accentramento: la questione del decoupling non è più procrastinabile. Un primo, importante passo verso la reindustrializzazione lo ha mosso il Giappone, che ancora sotto il governo del defunto Shinzo Abe aveva introdotto una serie d’incentivi con cui premiare le imprese nipponiche che avessero fatto ritorno in patria; tuttavia, il Sol Levante è un’eccezione nella compagine del G7, ancora incapace di resistere all’attrattiva esercitata dal lavoro a basso costo di cui la Cina è il principale bacino. 

La barriera al nascente afflato autarchico è sì economica — rinunciare alla manodopera straniera avrebbe come effetto immediato un aumento notevole del costo finale della stragrande maggioranza dei beni di consumo — ma anche politica ed ideologica. La nostra dipendenza dall’Estremo Oriente è da ascrivere in buona misura alla decisione di lasciar entrare la RPC nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nonostante non ne avesse i requisiti, a sua volta presa in ossequio alla nozione che l’apertura economica avrebbe convertito la leadership comunista alla democrazia. Il pronostico non si è avverato, e s’inizia anzi a rendersi conto che all’errore commesso si può rimediare soltanto abbandonando la globalizzazione, divenuta la principale arma del gigante autoritario. Inutile sottolineare che un simile cambiamento sarà lento, doloroso, e dall’esito incerto.

È presto per decretare se il confronto con la Cina è già perso; gli scenari possibili sono troppi, le variabili infinite. Di una cosa soltanto si può star certi: tra le ambizioni della NATO e la loro realizzazione c’è una distanza grande quanto un oceano, il Pacifico, che si prepara ad essere la scacchiera della prossima grande sfida per l’egemonia planetaria.

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