Il senso del martirio e noi

Il concetto di martirio non ha mai abbandonato l'anima del popolo russo, Il nostro invece sembra un martirio in comproprietà: noi ci mettiamo le idee, gli ucraini, la vita.
Il concetto di martirio non ha mai abbandonato l'anima del popolo russo, Il nostro invece sembra un martirio in comproprietà: noi ci mettiamo le idee, gli ucraini, la vita.

Nella puntata di “Non è l’arena” dell’8 maggio è stato trasmesso un servizio contenente le affermazioni del giornalista russo ospite, tale Soloyev di Rossija 1, un e ultra milionario amico di Vladimir Putin. Non proprio una figura marginale nella macchina propagandistica russa. Alldilà del circo mediatico, un passaggio del servizio però merita di essere ricordato: i giornalisti della tv di Stato russa concordavano che in caso di guerra nucleare loro andranno in paradiso mentre “noi” (inteso come “noi occidentali”) moriremo tutti e basta. Non hanno parlato di vittoria ma di una mattanza a cui nessuno scamperà, con l’unica differenza che loro avranno San Pietro ad accoglierli dopo il trapasso. Queste affermazioni, essendo propagandistiche, fanno il paio con quelle di Putin nel 2018. Dopo 4 anni di guerra in Donbass e di sanzioni per la Crimea, il presidente russo pronunciò parole che appaiono folli a una sensibilità occidentale: 

«Qualsiasi aggressore dovrebbe sapere che la retribuzione sarà inevitabile e sarà distrutto. E poiché saremo le vittime della sua aggressione, andremo in paradiso come martiri. Loro cadranno semplicemente morti, non avranno nemmeno il tempo di pentirsi».

Un politico occidentale non direbbe mai tali parole. Il fantasma del martirio è un concetto oramai svuotato e privo di evocazione simbolica per gli europei. La possibilità di un martirio collettivo non viene minimamente presa in considerazione dalla narrazione occidentale, che anzi predilige un racconto in cui la Russia è in difficoltà, ergo si può ancora vincere. Ma per i russi il martirio, evidentemente dall’uso che ne fa la propaganda, conserva ancora un discreto coinvolgimento emotivo popolare; la grande partecipazione alle parate del 9 maggio per commemorare la vittoria sulla Germania nazista, una vittoria che ai russi costò oltre venti milioni di morti, lo dimostra. Albert Camus racconta, nel capitolo Terrorismo individuale de L’Uomo in rivolta,  la storia del terrorismo russo; una storia che comincia da quel «proletariato di liceali subentrato nel grande movimento di emancipazione dell’uomo» per terminare la sua parabola con la Rivoluzione d’Ottobre e il conseguente regime . Nell’ottocento la Russia era un paese ancora pervaso da una lunga tradizione cristiano-ortodossa; in questo lievito di mondo le idee di Shelling, Hegel e dei socialisti tedeschi da lui derivati arsero gli spiriti di generazioni di studenti e intellettuali. 

«La gioventù russa versa allora in quei pensieri astratti la smisurata forza di passione che le è propria e vive autenticamente queste idee morte. La religione dell’uomo, già posta in formule dai suoi dottori tedeschi, mancava ancora di apostoli e di martiri. I cristiani russi, distogliendosi dalla loro vocazione originaria, hanno sostenuto questa parte».

Albert Camus

La vocazione al martirio dei santi trova la sua continuità nei demoni evocati da Dostoevskij. Questo proletariato di liceali spinse all’estremo l’ideologia tedesca, e pagò tale coerenza con il suicidio, la pena capitale, i lavori forzati e la pazzia. Siamo lontani da queste mitologiche figure di martiri, ma in Russia si può continuare a parlare di martirio senza apparire folli. In sintesi, si può dire che la propaganda russa giustifichi l’invasione dell’Ucraina incolpando un Occidente minaccioso che si è espanso troppo a est. Per difendersi dall’aggressore occidentale si prende anche in considerazione il martirio collettivo, con la certezza di essere dalla parte giusta della storia. Di contro la cornice narrativa occidentale, per giustificare l’invio di armi all’Ucraina, condanna la dittatura russa e l’aggressione ad uno stato sovrano, dichiarando di voler indebolire militarmente ed economicamente Mosca, al fine di fermare le politiche imperialistiche di Putin e difendere così gli ideali democratici. 

Ogni propaganda vende la sua verità. Sia i popoli russi che quelli occidentali dovrebbero ragionare su quanto sia accettata e condivisa questa verità. Anche Dostoevskij subì l’influenza delle idee europee, considerate eversive dallo zar dell’epoca; nel 1849 fu condannato a morte, pena poi commutata il giorno stesso dell’esecuzione in 4 anni di lavori forzati. La drammatica tensione tra pensiero europeo e spirito russo vive in molti dei suoi capolavori. Una tensione che travalica i confini dello spazio-tempo per assumere i caratteri universali propri del genio. Il breve monologo che segue è tratto da Delitto e castigo:

«Ma voi che pensate? Pensate che me la pigli per le loro menzogne? Sciocchezze! Io gli voglio bene quando mentono! La menzogna è l’unico privilegio dell’uomo nei confronti di tutti gli altri organismi viventi. Se menti raggiungerai la verità. Io sono un uomo proprio perchè mento. Non sarebbero giunti ad alcuna verità se prima non avessero mentito. E tutto questo è, a suo modo, onorevole; e invece noi non siamo neanche in grado di mentire di testa nostra! Tira pure fuori delle menzogne, ma che siano farina del tuo sacco, e allora ti darò un bacio in fronte. Mentire alla propria maniera è quasi meglio che dire una verità che appartiene ad altri; nel primo caso tu sei una persona, ma nel secondo caso sei soltanto un pappagallo».

Fedor Dostoevskij

In questo frammento Dostoevskij ammonisce gli intellettuali del suo tempo, tanto pervasi da quella furia filosofica importata dall’Europa, da dimenticare le radici dello spirito russo. La colonizzazione americana nel secondo dopoguerra conferisce a queste parole una drammatica attualità europea. L’Europa dei popoli dovrebbe domandarsi se la verità propugnata dagli Stati Uniti per giustificare le guerre del passato e del presente, cioè la difesa degli ideali democratici, sia o no meritevole di martirio. O se sia lecito sospettare: si difendono gli ideali democratici o gli interessi statunitensi? E se difendessimo davvero gli ideali democratici: in quali termini può essere considerato “giusto” sacrificare la propria vita per un’idea? 

Nel ritornello del brano di Brassens, tradotto e pubblicato in Italia da Fabrizio De Andrè, Morire per delle idee si canta sarcasticamente: «moriamo per delle idee, vabbè, ma di morte lenta». La morte lenta, cioè la vecchiaia, non esclude l’importanza delle idee, evidenziata dall’esortazione a morire per esse. Sembra dire: viviamo pure di idee, ma cerchiamo di restare in vita. Il testo procede con esortazioni ad andare «all’altro mondo bighellonando un poco» e con le demistificazioni agli «apostoli di turno che apprezzano il martirio/ lo predicano spesso per novant’anni almeno». C’è un invito a prendere tempo. Un tempo narrativo, quello della guerra, troppo appiattito sul presente e contrassegnato da una progressiva escalation. La verità che l’Europa sta servendo ora è rifornire di armi Kiev «fino all’ultimo ucraino» e nel nome della democrazia. In fondo il nostro è un martirio in comproprietà: noi ci mettiamo le idee, loro la vita.

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