Il saggio “Tecnoluddismo. Perché odi il tuo lavoro” di Gavin Mueller, attualmente ricercatore di nuovi media e cultura digitale all’ateneo di Amsterdam, pubblicato da Nero Edizioni nel 2021, muove da una semplice provocazione: è pensabile una rivoluzione senza esaltazione acritica dello sviluppo vertiginoso delle forze produttive? Davvero l’avvenirismo tecnologico e la rincorsa all’automazione costi quel che costi rappresentano un necesse est? La tecnologia deve essere rimessa a camminare in piedi rispetto a camminare con la testa come nei cascami idealistici che la glorificano tanto, facendone un viatico di per sé verso il cambiamento sociale, cadendo nell’inganno del wishful thinking accelerazionista.
Nell’interpretazione di autori come Aaron Bastani (ma si potrebbe citare anche il Paul Mason di “Postcapitalismo”), quest’orientamento del dibattito mira ad un sovrasviluppo tecnico come antidoto alla crisi sociale ed economica (come scriveva il comunista della decrescita Kohei Saitō ne “Il Capitale nell’Antropocene” del 2020) col rischio di non distinguere tra tecnologie più o meno democratiche e avviare la società verso una tecnocrazia illuminata antidemocratica non diversa dai sogni di imprenditori come Peter Thiel. Senza dimenticare, come suggeriva alla voce “Tecnologia” il sociologo Otto Ulrich nel volume collettaneo “Dizionario del sottosviluppo” (1992) curato dal decrescista Wolfgang Sachs, che la tecnica non è neutra e che produce delle catastrofi negli ecosistemi socioculturali dei paesi non occidentali facendosi longa manus dell’imperialismo euroamericano. Anche nel lungometraggio “Still life” (2006), dedicato alla costruzione imponente della Diga delle Tre Gole del filmmaker Jia Zhangke, l’obiettivo della macchina da presa si concentra sulla devastazione ambientale e umana che si accompagna alla grande opera energetica, portandoci a problematizzare le ombre dello sviluppo.
Ribaltando l’angolatura prospettica, Mueller vuole sottolineare l’apporto delle lotte dei tessitori luddisti alla causa emancipatrice socialista, sottraendoli all’oblio cui sono stati costretti dalla storiografia tradizionale (con l’eccezione di studiosi quali Eric Hobsbawm ed Edward Palmer Thompson). Il luddismo, infatti, più che essere una protesta retrograda e tecnofobica incarnava la resistenza comunitaria alla trasformazione del lavoro in una merce fittizia, come ebbe a esprimersi Karl Polanyi un secolo dopo, comprimendo gli stipendi e sfruttando le macchine contro la working class. Sempre Enzo Traverso in “Rivoluzione. 1789-1989” (2021) li valorizza come anticapitalisti smaliziati, organizzati e istruiti, per niente abbarbicati al passato, mossi dal bisogno fondamentale di preservare dal disciplinamento biopolitico delle tecniche lo spazio vitale, senza con questo rifiutare la tecnologia a priori. Difendendo il marxismo come teoria del conflitto sociale volta a rinvenire le collisioni oggettive che lacerano una comunità per risolverle dialetticamente, l’autore interpreta il fronte tecnologico come uno snodo ineludibile per la class struggle, il terreno di battaglia per inaugurare future lotte sociali. Già il marxista e storico della filosofia Domenico Losurdo in un saggio del 2013 aveva interpretato il pensiero marxiano come un tentativo di riflettere sulle contraddizioni sottraendo il materialismo storico da lenti riduzionistiche che ne impoverivano lo spirito originario.
Su questa scia, Mueller intende demistificare la narrazione fatta propria dai movimenti sociali progressisti nel corso del XX secolo, che analogamente ai liberal (si pensi all’ode intonata alle “magnifiche sorti e progressive” da Steven Pinker e Michael Shallenberger e altri ecomodernisti) hanno dimenticato il fondale socioeconomico della tecnica e il suo substrato di classe. Contro tutto questo, intellettuali eretici e pionieristici alla William Morris, Walter Benjamin e Cornelius Castoriadis, esplicitamente evocati nelle pagine dell’autore, criticarono le visioni anti-dialettiche dello sviluppo tecnico, decostruirono la mitologia necessitarista del progresso, enfatizzarono il lato costrittivo dell’automazione imperante. Smentendo sonoramente l’opzione teorica del luxury communism e delle filosofie antilavoriste tecnoentusiaste da Toni Negri e le teorizzazioni sulla network society di Manuel Castells fino a Jeremy Rifkin, la sottomissione della forza lavoro ai macchinari tecnici ha significato la dequalificazione per i lavoratori e la loro atomizzazione. La seduttiva utopia della liberazione dal lavoro per il tramite dell’automazione oltreché ignorare i limiti fisici dell’intero processo (vedasi il carattere energivoro dell’AI) ha finito per coltivare una generazione di “felici e sfruttati” e “ingannati dalla rete” per dirla con le parole di Carlo Formenti e i suoi studi sulla cultura digitale. Nel concreto simili “utopie letali” per Formenti hanno ammansito i lavoratori con la vuota promessa di nuove classi rivoluzionarie incarnate dal cognitariato, messo sotto il tappeto la teoria del valore-lavoro marxiana illudendoli di trovarsi in una fase immateriale di sviluppo economico, fatto della tecnica una fede cieca. Pauperizzando così la sinistra delle sue idee forti in favore di fumisterie verbali postmoderne, il risultato è stato disarmarla intellettualmente contro le ideologie futuristiche che ne hanno corroso l’immaginario costringendo le masse a normalizzare la catastrofe in atto.

Il risultato, per Mueller, è consistito nella demolizione progressiva dei legami intersoggettivi tra lavoratori, nell’incremento della disoccupazione per gli afroamericani, nel dilatarsi della forbice della disuguaglianza di genere, nell’intensificarsi dello sfruttamento e polarizzando il mercato lavorativo più che sostituendone le mansioni più pesanti difficilmente surrogabili. Dopo aver fatto una panoramica di esempi storici di sabotaggi di tecnologie ritenute pericolose per la forza lavoro interpretate come lotte d’avanguardia da riscoprire, Mueller si sofferma poi sul mondo hig tech per studiarne gli aspetti alienanti e le trappole ammantate di ideologia per la domesticazione della classe lavoratrice dell’industria di silicio. Come è stato descritto anche da Luc Boltasnki ed Ève Chiapello ne “Il nuovo spirito del capitalismo” del 1999 il Capitale ha saputo endogenizzare la critica a suo vantaggio, riciclando i bisogni delle persone in suo favore, facendo “prendere il controllo” al computer come si esprime Mueller, frammentando la stessa attività lavorativa per renderla succube. La cultura hacker in questo senso sarebbe la punta di lancia di sabotaggi tecnoluddisti che volevano riaffermare l’uso collettivo e democratiche delle tecniche (tecnologie “aperte” come scriveva l’ecosocialista André Gorz nel 1977), diversamente da una vulgata che li dipinge ancap. Le battaglie sulla privacy, il copyleft, i commons digitali e lo stesso uso del deep web per evitare il tracciamento manifesterebbero altrettanti fronti dello scontro luddista contro una tecnica percepita estranea alle esigenze dei lavoratori, strumento di sussunzione capitalista più che occasione di disalienazione. Come in uno scritto recente di Valentina Tanni (“Antimacchine. Mancare di rispetto alla tecnologia” per Einaudi), l’affondo dell’autore verso la tecnologia non si risolve nel primitivismo o nell’incivilimento del sistema vigente, ma nel prospettare un originale doppio apprendimento marxismo-decrescita. Il marxismo, per Mueller, deve sposare una politica decelerazionista e anti-produttivistica senza perdere il fuoco sacro della rivoluzione smarrendola sulla strada spontaneista di cambiamenti dello stile di vita come vorrebbe una sinistra da opposizione controllata. La decrescita, a questo proposito, non deve significare l’adozione di folk politics, prassi politiche soggettive benintenzionate che evadono dai problemi collettivi, seguendo la critica di Nick Srnicek e Alex Williams in “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”: come ribadito dal padre nobile Serge Latouche in “Breve storia della decrescita. Origine, obiettivi, malintesi e futuro” non significa prendere la parti della regressione economica ma studiare percorsi di fuoriuscita dallo sviluppismo. In quest’ottica la degrowth non sarebbe un’utopia capovolta populistica, come scrive Domenico Losurdo in “La questione comunista. Storia e futuro di un’idea”, ma un progetto metapolitico che destabilizza e desitua l’immaginario economico trasversale alla destra e alla sinistra in favore di una transizione ecocompatibile verso una società dell’economia informale mutualistica.
Prendendo congedo dall’opera, rimangono delle domande inevase. Che il laboratorio filosofico-politico di Marx vantasse spunti ecologisti ante litteram è stato confermato da opere come “L’ecosocialismo di Karl Marx” sempre di Kohei Saitō, che sia avvicinabile alla decrescita è ancora materia di discussione (sullo stesso Saitō piovvero accuse di malthusianesimo su Jacobin). Si potrebbe difendere l’autore ricordando che che ciò che rende più duttile una filosofia e saper tentare l’ignoto mettendo in costante questione i suoi presupposti, accettando ibridazioni fertili. Un rischio della proposta del testo potrebbe essere dato dalla fiducia accordata al soggettivismo di queste lotte; infatti, per quanto in anticipo sui tempi queste battaglie difficilmente hanno avuto una base d’appoggio politica che potesse farsene promotrice, istituzionalizzandole. Sono stati perlopiù movimenti marginali, che agivano nelle retrovie del discorso pubblico, per quanto innovativi, “incontemporanei” perché percepivano le sfasature del proprio tempo per dirla alla Giorgio Agamben. In altri termini il luddismo tecnologico, senza una vera direzione partitica, potrebbe arenarsi (come fu per i Gilet gialli) in una rivolta irrazionalistica, fine a se stessa, ricadendo idealisticamente nella speranza in un cambio di passo affidato a soggetti facilmente adescabili dalle sirene del sistema. E’ vero però, anticipando la critica, che l’autore non ritiene, cadendo nell’utopismo facile, che i luddisti siano direttamente in grado di rompere le briglie del sistema, auspicando che lo stesso luddismo possa dotarsi di una progettualità tutta da costruire politicamente. Resta il problema del “Che fare”.
Forse potrebbe essere più realistica una proposta che preveda una transizione meno drastica ad un modello sociale alternativo come fu per il socialismo con caratteristiche cinesi, scorporando il mercato dal capitalismo (come insegnavano autori quali Fernand Braudel e Karl Polanyi) e costruendo un socialismo di mercato capace di forti politiche redistributive. Lungo questa linea si potrebbero indebolire le premesse della filosofia politica di Gavin Mueller, accettando anche il suo armamentario teorico messoci a disposizione ma studiando step intermedi e optando per riappropriarsi delle istituzioni politiche vigenti per poi valutare passi ulteriori (Proudhon, ad esempio, distingueva tra proprietà e possesso cercando una mediazione). Dato per assodato, come scritto dall’antropologo David Graeber nel 2011, che il rapporto di proprietà e il concetto stesso di valuta sono storicizzabili e non dei valori eterni prigionieri di una torre d’avorio, si tratterebbe di comprendere come costruire strutture politiche alternative senza “socializzare la miseria” come i neoliberal hanno sempre detto sarcastici. Resterà di questo testo coraggioso l’ardire di sfidare dogmi consolidati sul loro stesso terreno mostrando un Marx alternativo, tentando alleanze insolite e sfidando la credenza parareligiosa ereditata dalle forze di sinistra nello sviluppo senza se e senza ma. Solo per questo l’autore merita una lettura, per aver fatto violenza alle interpretazioni più dottrinarie del socialismo mostrandone spiragli inediti.