Il debito sovrano

Il capitalismo come religione, nella sua forma indebitante vissuta come una “colpa” e la sua fine apocalittica prevista da Benjamin, nel nuovo libro del sociologo e professore universitario Paolo Perulli.
Il capitalismo come religione, nella sua forma indebitante vissuta come una “colpa” e la sua fine apocalittica prevista da Benjamin, nel nuovo libro del sociologo e professore universitario Paolo Perulli.

La notizia che il Governo boliviano restituirà un prestito di 346,7 milioni di dollari al Fondo Monetario Internazionale (FMI) ‒ perché è “irregolare e oneroso a causa delle condizioni finanziarie” che generano “costi aggiuntivi e milionari per lo Stato”‒ è passata inosservata da tutti i principali quotidiani italiani. La Banca Centrale della Bolivia (BCB), non paga dell’inaudita affermazione, rincara la dose dichiarando che tale prestito ha condizionato il Paese, violato la costituzione e messo a rischio la “sovranità e gli interessi economici” dello Stato. In questa vicenda sono concentrati tutti i temi e i molteplici spunti di riflessione che il nuovo libro del sociologo e professore universitario Paolo Perulli offre al lettore. “Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo”, infatti, è un’analisi profonda delle relazioni sempre più stringenti, oseremo dire soffocanti, tra Stato, mercato, debito, sovranità e istituzioni internazionali.

L’oggetto del libro è il capitalismo indebitante, l’ultima trasformazione del sistema capitalistico che sta portando velocemente il mondo intero verso una catastrofica crisi ambientale e finanziaria. La diagnosi del problema si può spiegare in maniera banale e didascalica. Gli stati, per far fronte alle spese e ai costi dell’amministrazione pubblica, si indebitano ricorrendo ai mercati finanziari. Questi ultimi, esempio lampante dell’ipostatizzazione di un mezzo che si trasforma in entità reale e allo stesso tempo ineffabile, rispondono all’appello, ma chiedono in cambio opacità e autonomia di regolamentazione. In questo modo il ciclo del debito diventa un circolo vizioso: più gli stati si indebitano più hanno bisogno di debito, più i mercati producono debito più sono necessari per il sistema. Il debito diviene sovrano, causa e soluzione di fragorose cadute e incredibili ascese, unico strumento concepito per rispondere alle esigenze sociali, tecnologiche ed economiche che la contemporaneità pone di fronte alla politica.

Le pagine di Perulli trasudano riferimenti importanti che rendono la lettura non sempre semplice e lineare per un neofita delle questioni economiche e sociologiche. Marx e Weber, Schumpeter e Polanyi, Simmel e Benjamin, sono solo i più importanti tra i numerosi riferimenti che l’autore utilizza per costruire un dialogo ininterrotto con i grandi del passato,in grado di spiegare i meccanismi dell’attuale trasformazione del capitalismo. La “gabbia d’acciaio” di Weber è una metafora che riappare lampante per capire la struttura della nuova tecnologia dell’informazione; la “distruzione creatrice” di Schumpeter diviene un’occasione per chiedersi se quel ritmo cadenzato che da secoli accompagna la danza del capitale tra distruzione e innovazione non sia arrivato all’ultimo spartito; la “grande trasformazione” di Polanyi è riproposta come scenario attuale in cui le forze sociali della comunità appaiono sconfitte nell’eterna lotta contro gli impulsi individualistici e liberistici del mercato. 

Un ruolo importante nell’architettura del libro è riservato al frammento di Walter Benjamin “Capitalismo come religione” in cui il filosofo tedesco paragona il sistema economico occidentale a un fenomeno religioso. Il capitalismo, infatti, risponde alle stesse ansie, pene e inquietudini a cui rispondono le religioni. La religione-capitalismo, però, non ha né dogmi, né teologia, ma relega l’individuo a un culto permanente che si alimenta attraverso se stesso. Questo culto è formato dal debito colpevolizzante che, in assenza di espiazione non ha nessuna altra alternativa se non un accumulo infinito. L’uomo che non conosce dio, perché non ne esiste discorso (teologia) né comando (dogma), è abbandonato alla perpetuazione del culto utilitarista e al perenne indebitamento. Il debito del capitalismo coincide alla colpa del peccato delle religioni, ma si differenzia per un dettaglio che ne stravolge il significato: il debito-colpa del capitalismo non si può espiare, ma condanna l’uomo a un suo accrescimento infinito. Tutte le religioni ammettono la possibilità del peccato, dell’errore umano nei confronti della divinità, anzi spesso esso diventa la strada più veloce che conduce alla santità. Nel capitalismo invece, il debito è fine a se stesso, non porta a una salvezza futura ma conduce l’uomo in una spirale sempre più colpevolizzante.

“La nuova religione del capitalismo consiste in un culto, colpevolizzante e indebitante, in cui ciascun individuo è coinvolto. Debito e colpa coincidono. La nuova religione non è (come tutte quelle che l’hanno preceduta) riforma dell’essere, ma frantumazione dell’individuo. I sacerdoti di questa nuova religione sono i profeti dell’individualismo moderno: Nietzsche e Freud. Il superuomo è il primo che consapevolmente compie la religione del capitalismo. Dio deve restare nascosto in questa religione: vi è solo l’uomo nella sua assoluta solitudine.” (p.65)

La fosca visione di Benjamin è letta da Perulli come una profezia del destino del sistema capitalistico mondiale. L’accrescimento inarrestabile del debito sta traghettando le nostre società verso un futuro senza salvezza in cui l’imminenza di un crollo, o di una serie di crolli, come le varie crisi che ciclicamente intaccano il sistema, diventa sempre più vicina.

Tralasciando per il momento la lettura teologico/cultuale del capitalismo, possiamo evidenziare alcune opposizioni concettuali che nel corso delle pagine l’autore utilizza per analizzare la struttura del sistema. Per larga parte del secolo scorso il capitalismo e la democrazia sono stati visti come due facce della stessa medaglia. Negli ultimi trent’anni questa credenza sta iniziando a scricchiolare sotto i colpi di due fenomeni opposti. Da una parte, in Occidente, appare sempre più evidente come la sovranità democratica sia messa in pericolo dai dettami e dalle esigenze di un mercato incontrollabile. Il debito sovrano è un altro modo per esprimere la detronizzazione del politico in favore dell’economico. D’altra parte, in Oriente, l’esperimento cinese ci indica come il capitalismo si sia adattato anche a un regime autoritario e anzi, come possa trovare terreno fertile per germogliare in nuove forme ed essenze. Occidente ed Oriente, Politico ed Economico, Stato e Mercato, Democrazia e Autoritarismo, si intersecano disegnando un quadro di riferimenti e coordinate che risulta sorprendentemente stimolante se confrontato con le mappe concettuali di qualche anno fa.

Un altro argomento su cui vale la pena soffermarsi è l’analisi antropologica e sociale che diverse culture propongono del concetto di debito. Se, come abbiamo visto, una delle caratteristiche del debito è il suo legame con la colpa, a diverse latitudini queste relazioni acquistano significati diversi. In ambito anglosassone si ha un’accezione neutra in cui non è implicata nessuna considerazione morale. Il debito è una possibilità degli scambi commerciali e si può tranquillamente azzerare attraverso il dispositivo del fallimento. Nell’Europa continentale invece, esso è strettamente legato a quella colpa religiosa che da sempre accomuna i due termini. I debitori sono intesi come colpevoli che hanno degli obblighi nei confronti della comunità. Per espiare le loro colpe devono effettuare un sacrificio cultuale, unico modo per essere purificarti dell’impurità. Anche in Oriente esistono diverse interpretazioni del termine, tra cui quella del confucianesimo in cui il debito è visto come un peso che degrada l’individuo e di cui è meglio sbarazzarsene. Su questi punti, forse, l’autore avrebbe potuto spendere qualche parola in più e chiarire meglio la relazione tra interpretazione del debito e il suo uso finanziario. Non è un caso che le varie declinazioni del termine corrispondono ad atteggiamenti diametralmente opposti: Stati Uniti e Gran Bretagna sono le patrie del mercato finanziario globale e dell’abuso del debito capitalistico; l’Europa con la sua retorica moralista di falchi e colombe rischia di implodere in una lotta intestina tra giusti e dilapidatori; la Cina che divora bulimicamente il debito americano forse inizia a pensare a strategie più salutari di alleggerimento.

Le ultime pagine del libro sono dedicate a previsioni future sul destino del capitalismo. La minaccia più grande che Perulli vede all’orizzonte è la combinazione di una crisi del debito con una crisi ambientale. Se nel corso degli ultimi cento anni il capitalismo è riuscito a superare diverse crisi del debito, da quella archetipa del ’29, passando per quella del petrolio del ’73, per arrivare a quella dei subprime nel 2008, la prossima potrebbe essere la più devastante. Ad esempio, potrebbe collassare l’industria dei produttori di energia. Le industrie energetiche sono ai primi posti nella capitalizzazione mondiale, basterebbe il crollo di una grande multinazionale del settore per creare un drammatico effetto a catena. Un altro fattore sempre più importante nelle dinamiche debitorie sarà l’instabilità ambientale che potrebbe far vacillare la fiducia dei mercati. Il cambiamento climatico cambierà la previsione e la gestione del rischio. Nessuno potrà assicurare che i debiti trentennali a lunga scadenza potranno essere ripagati se le crisi climatiche intaccheranno la produzione di quegli stati che li dovrebbero ripagare.

Il tono con cui si accompagna il lettore verso le ultime pagine del libro non è per nulla rassicurante. L’instabilità politica mondiale che ha creato le basi per la nascita di tanti leviatani (Usa, Cina, Europa, Russia e in futuro, India e Brasile), le grandi sfide che nei prossimi anni la società globale nella sua interezza dovrà affrontare (boom demografico di Africa e Sud del mondo contrapposto a calo demografico dell’Occidente, urbanizzazione e migrazioni, polarizzazione della ricchezza ed emergenza climatica) e infine un collasso più che probabile del sistema finanziario, sono i segni di un finale apocalittico, che l’autore ‒ rileggendo il frammento di Benjamin ‒ sembra intravedere amaramente per il destino del capitalismo. 


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