OGGETTO: Cane sciolto
DATA: 24 Maggio 2024
SEZIONE: Storie
FORMATO: Racconti
La decisione di portare avanti il countdown nucleare, un anonimo funzionario amministrativo, un'azienda pronta a garantire laute ricompense, le proteste degli eco-attivisti. Un racconto di Giulio D'Alessandro.
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Meno ottantaseimila e quattrocento

Il sindacato degli orologiai era stato chiaro: nessuna azione eclatante e mantenere bassa la protesta, con l’anno nuovo avrebbero finalmente raggiunto l’intesa per il rinnovo del contratto collettivo.

«Tutte cazzate!» aveva detto V. mostrando un foglio durante la pausa caffè. «Questa è la bozza dell’accordo con il consiglio d’amministrazione del bollettino degli scienziati atomici. Nero su bianco si impegnano a togliere al countdown nucleare dieci secondi per i prossimi tre anni. Fatevi due conti e arriveremo a cinque secondi di margine sul giorno del giudizio. Meno tempo da gestire porta precarietà e tagli al personale… A quel punto cosa vuoi contrattare?».

Meno sessantottomila e settecentoventi

T. aveva passato il turno a pensare all’appuntamento che avrebbe avuto il giorno dopo con D., il consulente finanziario della banca. La somma richiesta era importante e il mestiere di orologiaio del bollettino degli scienziati atomici non era più il sicuro posto fisso come una volta, quando si lavorava con i minuti, o addirittura con i quarti d’ora. D. non si era sbilanciato, ma i tassi finanziari erano molto volatili, la situazione internazionale non aiutava… forse con le dovute accortezze ci sarebbero stati margini di manovra. Una cosa però era sicura, il bollettino degli scienziati atomici non doveva velocizzare il count-down nucleare, altrimenti la banca non avrebbe neanche preso in considerazione la richiesta.

Meno sessantacinquemila

T. spostò la lancetta un’ora indietro. Il turno stava per finire e se ne sarebbero accorti quando ormai era troppo tardi. Uscì dall’ufficio e il freddo della notte lo fece rabbrividire.

Meno trentaseimila e ottocento

«Che cazzo hai combinato?!» la voce di V. era eccitata. «Ma sei stato tu?! A lavoro è un casino, F. dice che ieri sera uno di noi ha spostato l’orologio principale un’ora indietro. È partita la caccia all’uomo per trovare il capro espiatorio. Dai sbrigati a venire hanno indetto una riunione sindacale d’emergenza alle 10.30». T. riagganciò il telefono ancora assonnato.

Meno ventottomila e duecento ventisette

T. scorreva le notizie sul suo cellulare tenendosi a un appoggio del vagone della metro. I principali giornali titolavano l’inaspettata inversione di tendenza nelle previsioni del bollettino. Articoli e articoli sulle cause che avevano portato la drastica decisione di spostare di un’ora indietro il count-down, e gli immancabili editorialisti che presagivano le infauste conseguenze. T. andò sul sito ufficiale del bollettino e vide che effettivamente l’orario era stato mutato, ma non era ancora uscito il comunicato ufficiale con la spiegazione del cambiamento. Uscì dalla metro e si avviò verso l’ufficio. Fuori all’entrata vide una folla di ragazzi con cartelli e manifesti che intonava cori di protesta. Un manipolo di loro stava di fronte a una telecamera e parlava con una giornalista: «Siamo stanchi dei giochi di potere! Il cambiamento climatico è una verità scientifica inoppugnabile. Troviamo inconcepibile che un’istituzione come quella del bollettino degli scienziati atomici azzardi una previsione così infondata. Siamo di fronte a un baratro e dobbiamo agire ora! Per questo facciamo un appello a tutti gli eco attivisti di mobilitarsi in tutto il Paese per lo sciopero climatico generale! SCIOPERO! SCIOPERO! SCIOPERO!». T. pensò che sarebbe stato meglio entrare dalla porta secondaria.

Meno ventisettemila

La sala era affollata e da sopra un banco urlava F. «Le azioni solitarie ci danneggiano più di ogni altra cosa. Il nostro compito è quello di presentarci compatti e contrattare il nuovo accordo sindacale da un punto di forza. Dobbiamo far in modo che quest’azione solitaria non venga emulata, ed esorto chiunque sappia qualcosa a denunciare e…». «Ehi guarda qui» V. attirò l’attenzione di T. mostrandogli lo schermo del suo cellulare «tutte le borse in picchiata dopo l’annuncio di ieri. Altro che accordo sindacale qui ci giochiamo tutto». In quel momento T. sentì una mano sulla spalla, si girò e un uomo, sussurrandogli all’orecchio, lo invitò a seguirlo.

Meno ventiseimila e novecento

«Ti chiederei se fai parte dei servizi segreti di qualche Paese nemico se non avessimo raccolto già tutte le informazioni necessarie a classificarti come un banalissimo e semplicissimo Cane Sciolto».

«Cane Sciolto?» T. si trovava in uno stanzino di fronte a tre uomini. A parlare era quello a sinistra.

«Sì, un individuo senza legami con alcuna organizzazione che per ragioni personali decide di lasciare una firma nella Storia. Ora, il nostro compito è quello di registrare, catalogare e rendere disponibile la descrizione degli eventi a chi è in grado di decifrarli. Il report sul tuo caso è già pronto, ma purtroppo ancora si ostinano a farci fare almeno un’intervista de visu con il colpevole. Quindi devi rispondere a un’unica domanda: perché lo hai fatto?»

T. era paralizzato. La franchezza dell’uomo gli suggeriva che era inutile cercare di negare.

«Io… il sindacato già si era messo d’accordo, la banca non mi dava il mutuo…»

«Movente economico, non ci sono più gli idealisti di una volta» disse il tizio sulla destra mentre prendeva dal portafogli una banconota e la porgeva all’uomo al centro che continuava a fissare T. senza fiatare.

«Penso sia superfluo ricordarti che questo incontro non è mai avvenuto. Tra poco sarai convocato dall’amministrazione. Buona fortuna signor T.»

Meno venticinquemila centotrenta

T. non era mai entrato nell’ufficio dell’amministratore delegato del bollettino degli scienziati atomici. Sulla parete dietro la scrivania c’era un gigantesco mosaico raffigurante una clessidra e la scritta latina In dies.

«Non so se ti rendi conto del casino che hai combinato. Da stamattina mi hanno chiamato 4 ministri, sette ambasciate e non so quante richieste di interviste sono arrivate alla mia segretaria. Guarda là fuori». L’amministratore delegato gli indicò la finestra da cui si vedeva l’entrata dell’edificio. I pochi eco-manifestanti si erano trasformati in una folla di centinaia di persone che a malapena la polizia riusciva a contenere.

«Tutto il mondo ci sta guardando e non aspetta altro che…» In quel momento squillò il telefono. «Pronto, che c’è? No… ho detto no! Non me ne frega niente se il presidente del comitato internazionale dei virologi dissente dalla nostra decisione, andasse al diavolo con tutte le sue epidemie! Non accettare più chiamate fino a che il comunicato non è pronto! Ti hanno risposto i ghostwriters? …In che senso non erano pronti al cambio di registro? …Voglio queste due pagine entro un’ora, non mi interessa cosa scrivono o chi le scrive, entro un’ora!».

L’amministratore guardò esausto T.

«Ormai è inutile continuare a parlarne. Qualcuno delle risorse umane ti contatterà e decideranno come procedere, puoi andare.»

T. si alzò e mentre usciva sentì nuovamente il telefono dell’amministratore squillare.

«Pronto… Ti ho detto che non voglio sentire nessuno! …Come l’emiro del Bahrein dal suo rifugio antiatomico nel deserto?!»

Meno ventiduemila ottocento sessanta due

Roma, Aprile 2024. XVII Martedì di Dissipatio

T. era seduto nella sala d’aspetto dell’ufficio delle risorse umane. Leggeva lo scroscio di notizie sul suo cellulare. Come si potevano sottovalutare le innumerevoli minacce globali che mettevano a repentaglio la vita sulla terra?! Sembrava che una previsione così ottimistica avesse innescato l’effetto contrario: sui social spopolavano video di influencer che spiegavano come sopravvivere a un inverno nucleare, oppure di supermercati che avevano finito le scorte di cibo, acqua e iodio, qualcuno mostrava colonne di mezzi militari pronte per imprecisate operazioni segrete. In mezzo a questa tempesta mediatica l’account ufficiale del presidente aveva annunciato che alle 16.00 ci sarebbe stata una comunicazione ufficiale a reti unificate. T. sussultò quando vide la notifica di un nuovo messaggio da parte di D. L’appuntamento per quel pomeriggio era confermato.

Meno diciottomila

Il capo delle risorse umane prese carta e penna e iniziò a disegnare uno schema.

«Noi, lei signor T. e l’opinione pubblica. Questi tre poli devono trovare un equilibrio affinché nessuno rechi danno all’altro. Noi non la licenziamo, lei non dice al mondo che ha spostato le lancette del count-down nucleare di sua spontanea volontà e l’opinione pubblica continua a fidarsi delle nostre previsioni. Mi sembra la soluzione più credibile. Per suggellare questo accordo le chiedo di firmare questo contratto privato tra lei e l’amministrazione del bollettino in cui si impegna a non divulgare la sua… “avventatezza” pena il pagamento di un’ammenda da un milione di euro. L’avvocato dell’azienda che è qui può chiarirle qualsiasi dubbio.»

T. si girò verso l’avvocato che iniziò subito a parlare.

«Signor T. lei è in una posizione delicata, ma allo stesso tempo vantaggiosa. L’azienda si è ampiamente tutelata facendo sparire qualsiasi prova della sua “avventatezza”. Se lei decidesse di non firmare incorrerebbe in problemi molto fastidiosi. Perderebbe il lavoro per giusta causa, verrebbe isolato. Ovviamente nel contratto non c’è scritto, ma firmandolo lei si garantirebbe una riconoscenza a TEMPO INDETERMINATO da parte dell’azienda. In fondo non è quello che desidera?»

Meno diecimila e ottocento

T. era stremato. Non mangiava dalla mattina, ma non aveva fame. Aveva la testa in confusione e il suo unico obiettivo era quello di arrivare lucido all’appuntamento con D. Si sforzò di scendere al bar dell’ufficio per prendere qualcosa.

Meno diecimila centoquaranta

«Ehi dove eri finito?» la voce di V. fece trasalire T. mentre mangiava un tramezzino. «Alla fine la solita fuffa sindacale si è risolta in un nulla di fatto. Ma a loro non interessa “andare compatti alla contrattazione”. L’unica loro preoccupazione è che sono ammanicati con il fondo pensione dell’azienda. E indovina in cosa investe principalmente? Industria militare. Se sposti le lancette dell’apocalisse vuol dire che le bombe non ti servono, e se non ti servono, le quotazioni scendono e i dividendi ancora di più. Fino a che non lanciano qualche bombetta per far ripartire la giostra… Chi ha spostato le lancette sapeva qualcosa, ma qualcosa di molto grosso. Guarda.» Sullo schermo del cellulare di V. era raffigurata una mappa del mondo in cui dalle principali metropoli partivano tante frecce con all’estremità l’icona di piccoli aeroplani. «Queste sono le rotte in diretta dei jet privati. In tutto il mondo chi può scappa senza neanche pensarci due volte. I topi abbandonano la nave» T. sentì un bruciore allo stomaco e decise di buttare l’ultimo boccone del tramezzino.

Meno ottomila cinquecento sette

Anche se mancavano ancora quasi due ore all’appuntamento con D., T. decise di partire per la banca. Se fosse arrivato prima avrebbe camminato un po’ nei dintorni per scaricare la tensione. All’uscita dell’ufficio però, vide le porte sbarrate e un grande frastuono provenire da fuori. Si ricordò della manifestazione degli ecoattivisti. Riprese le scale e provò dall’uscita secondaria, ma anche lì la situazione era identica. Il portiere vedendolo afflitto disse rassegnato: «Stasera se non ci tirano fuori con l’elicottero non si esce». T. iniziò ad agitarsi.

Meno settemila quattrocento ventidue

T. si era affacciato alla finestra all’angolo del terzo piano da dove godeva di una vista su entrambi i lati dell’edificio. La folla era gigantesca e faceva un grande baccano: cori, megafoni e urla riempivano di tensione il pomeriggio. Le entrate dell’edificio erano presidiate da cordoni della polizia. T. cercava una via di fuga da quella trappola imprevista, doveva arrivare in qualsiasi modo in orario all’appuntamento. L’unica possibilità era scavalcare il cancello del giardino interno, che separava l’edificio del bollettino degli scienziati atomici da quello dell’ufficio adiacente, e poi provare a uscire da li. Mentre escogitava il piano un silenzio assordante scese sulla folla.

Meno settemila e duecento

T. sentì vibrare il cellulare. Una notifica lo avvertiva che il presidente aveva iniziato il discorso. Le migliaia di teste che assediavano l’edificio erano chine sul proprio smartphone. Capì che non avrebbe avuto occasione migliore. Si precipitò giù per le scale e arrivò nel cortile interno, di solito stracolmo di colleghi tabagisti, ma ora deserto. Il cancello di ferro che separava le due aree era alto un paio di metri. Si appese alla sbarra orizzontale, si innalzò a cavalcioni e saltò dall’altra parte. Si avventurò in uno dei corridoi e dopo qualche minuto riuscì a guadagnare l’uscita. Appena fuori si incamminò velocemente tra la folla verso la metro e riuscì a carpire le ultime parole del discorso ripetuto in contemporanea su ogni dispositivo: «Ripeto, la situazione è sotto controllo. Si tratta di esercitazioni preventive che non comportano un pericolo imminente. Vi prego di attenervi alle direttive che…» T. ormai era dentro la stazione e si lasciò, con un po’ di inquietudine, quelle frasi alle spalle.

Meno tremila duecentocinquant’uno

T. si aggirava nei dintorni della banca da almeno quindici minuti. Davanti al bancomat si era creata una lunga fila di persone. Era agitato e non vedeva l’ora che quella giornata terminasse. Per distrarsi un po’ prese il telefono e rivide qualche spezzone del discorso del presidente. Parlava di inaspettate turbolenze internazionali e della salda fiducia negli alleati storici. Intanto dalla banca era uscito un impiegato per spiegare alle persone in coda che i contanti disponibili erano finiti.

Meno duemila cento novantotto

Finalmente T. entrò nell’ufficio di D. che lo fece accomodare.

«Signor T. non può capire che giornata complicata! Le borse impazzite, poi il discorso del presidente, la corsa agli sportelli… sembra un finimondo! La gente è suscettibile, basta qualche suggestione ben congegnata e le folle diventano ingovernabili. Ah che fatica… Ma veniamo a noi. La simulazione dell’altro giorno non prevedeva i sobbalzi finanziari delle ultime ore. Dobbiamo reinserire tutti i dati nel programma e vedere cosa esce fuori… Cos’è quella faccia signor T.?!»

Meno mille e ventidue

«Forse ha inserito qualche informazione sbagliata?» la voce di T. era un misto tra la paura e l’isteria.

«No, no è proprio il programma che non funziona. Sembra ci siano problemi di linea… proviamo a riavviare e reinserire di nuovo i dati.»

Meno cinquecento otto

«Premo invio per inoltrare la richiesta e… ecco fatto! La richiesta è stata presa in carico dal sistema. Andata, ormai il suo destino non è più nelle nostre mani!» disse D. con la faccia soddisfatta. «Di solito nel giro di qualche minuto la domanda viene elaborata e arriva la risposta. Quindi abbiamo un po’ di tempo da perdere… come è andata la sua giornata signor T.?»

Meno cento

«Da stamattina solo con mezzo tramezzino?! Ho capito che è stato molto impegnato, ma il tempo speso per mangiare bene è tempo guadagnato in salute e benessere! Oh ecco, è arrivata la risposta…» T. scrutò l’espressione di D. per cercare di intuire l’esito, aveva paura di scoprire la verità. D. distolse gli occhi dallo schermo del computer e fece un gran sorriso.

Meno ottantacinque

«Signor T. complimenti, ora l’unica cosa che lo separa dalla sua nuova casa è una dozzina di firme da mettere su queste quattro scartoffie. Mi dia qualche secondo per stampare il tutto e stasera, mi raccomando, si conceda una bella cena per festeggiare!»

Meno ventuno

D. prese la pila di fogli dalla stampante.

«Se vuole può anche non leggerli» disse sorridendo mentre porgeva la penna a T.

Meno nove

T. ci mise qualche secondo per realizzare che ce l’aveva fatta. Prese la penna, ma un lampo di luce invase la stanza annullandola. Alzò lo sguardo verso D. che terrorizzato muoveva la bocca, ma non riusciva a sentire le sue parole. Si volse verso la finestra e, in lontananza, vide un’enorme nuvola a forma di fungo salire verso il cielo.

Zero.

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