Lo specchio scuro dell’Occidente 

In realtà, la Russia di Vladimir Putin, in quella “dimensione orientale” non si è affatto “rinchiusa”, per la semplice ragione che non ne era mai uscita.
In realtà, la Russia di Vladimir Putin, in quella “dimensione orientale” non si è affatto “rinchiusa”, per la semplice ragione che non ne era mai uscita.

”Sovrana”, “recitativa”, “sfigurata” “manovrata” “plebiscitaria” “Potemkin”, “democratura”: sono solo alcuni degli appellativi creati in questi anni per fotografare, per dare un qualche senso allo status della Russia. Acrobazie lessicali più o meno fantasiose, più o meno astruse, accomunate tutte dalla necessità di rendere quel sistema commensurabile con quello capitalistico occidentale; tutte viziate però da un inevitabile, comune denominatore: un’approssimazione dovuta alla difficoltà di avere notizie certe e verificate da un luogo periferico non solo giornalisticamente, a conferma delle mai risolte ambiguità scaturite e denotate da quella parolina dal sapore quasi magico, “glasnost”, diventata di moda all’epoca -esaltante e tragica al contempo- di Gorbaciov, risucchiata presto dalla cresta dell’onda e sprofondata nel vortice di un indistinto modernariato. Un Paese la cui impasse esistenziale fu ben espressa tempo da Michail Khodorkoskij:

«Chi non si rammarica per il crollo dell’Unione sovietica non ha cuore. Chiunque pensi che possa essere ricostruita non ha cervello».

I tanti, fantasiosi quanto approssimativi neologismi partoriti dagli osservatori internazionali avevano anche una sorta di vantaggio incorporato: in un confronto per tanti versi impari, autorizzavano di conserva a mettere una bella “d” maiuscola alle nostre “Democrazie”, nonostante risulti sempre più problematico ricorrere alla canonica scappatoia churchilliana ossessivamente ripetuta dai difensori d’ufficio di turno: «la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre».  

Il bisogno si sa, può far miracoli, specie se unito all’ipocrisia che da sempre fa tanto rima con diplomazia. Ora, se è fin troppo facile prevedere che dopo l’invasione russa in Ucraina certe definizioni saranno sottoposte a una necessaria e probabilmente stavolta definitiva revisione, molto più difficile è immaginare che un’analoga attenzione possa essere riservata ad indagare il concetto di “democrazia” così come abbiamo imparato ad apprezzarlo in occidente, quello per intenderci divulgato nelle università americane degli anni Cinquanta sotto la fortunata formula from Plato to Nato. «Se la democrazia finisce in minoranza nel mondo, che futuro ci aspetta?», si chiedeva giorni addietro su Repubblica Ezio Mauro, con una formula dubitativa che molto sapeva di eufemismo. Troppe ricerche, troppi studi – ultimo quello di Freedom House relativo al 2021 – continuano a certificare infatti ciò che ogni persona mediamente informata e mediamente sensata ha realizzato per conto suo negli ultimi decenni, e cioè che il numero dei Paesi che si allontanano dalla democrazia continua a superare ampiamente il numero di quelli che vi si avvicinano; un deterioramento che solo nell’ultimo anno, secondo Freedom House, avrebbe coinvolto 60 soggetti. 

In questo clima paranoico molto simile a quello delle guerre intraprese da George W. Bush in Afghanistan e Iraq (il filoputinismo di oggi non è forse pari pari l’antiamericanismo di venti anni fa?) c’è chi come il direttore de La Stampa Giannini ha pensato bene di assumere la pazzia come criterio storiografico dimostrando senza volerlo quanta prossimità ci possa essere a volte tra l’informazione e una sala bar. Con maggiore accortezza, nel suo editoriale Mauro accusava invece il presidente russo di aver scelto di uscire dalla «cornice democratica». Dimenticandosi però di ragionare su come sia stato possibile considerare «cornice democratica» quanto avvenuto dopo la fine dell’impero sovietico in una parte di mondo che alla faccia di ogni globalizzazione continua a restare fasciata, fasciatissima nel mistero.

Quale sarebbe la «cornice democratica»? Quella di un Paese sdoganato ai tempi di Eltsin col ritorno in campo dall’estero (da Cipro, soprattutto) dei patrimoni degli ex burocrati del PCUS gestiti inizialmente da una cerchia di giovani e disinvolti amministratori di cui Abramov può in parte considerarsi un esponente definita da Vladislav Surkov “aristocrazia offshore”? Quella in cui uno sconosciuto ex agente del KGB (come già Andropov, meteorico protagonista proprio come Cernenko delle sorti del PCUS a inizio anni Ottanta) di nome Vladimir Putin, dopo aver svolto un ruolo decisivo tra il 1991 e il 1993 in un periodo che dire caotico è dire poco, viene eletto nel 1999 quale successore di Boris Eltsin, lo stesso Putin che, considerato da molti osservatori occidentali figura destinata a scomparire presto dalle scene, indica il 2008 come termine del suo mandato salvo industriarsi poi, con la complicità di “alias” come Medvedev, a restare a ogni costo sul trono? O quella di un’oscura oligarchia nazionale che dopo aver ingranato la marcia della forzata nazionalizzazione è stata capace di fare un tutt’uno di potere politico-militare e  privilegi personali in un sistema brachicefalo fiorito sulle ricchezze naturali come il gas e il petrolio? Quella di processi che dire sommari è dire poco conclusi talvolta in maniera se possibile ancor più misteriosa come nel caso di Khodorkosvskij, infine rilasciato e da un decennio in esilio in quel di Londra, insieme ad un gruppo di miliardari sulle cui attività continuiamo a sapere piuttosto poco? Quella di un capo di Stato dal cerchio magico cangiante e indecifrabile messo in discussione di volta in volta da un’opposizione incarnata da ex agenti del KGB, da miliardari dall’oscuro passato, campioni mondiali di scacchi, scrittori più o meno famosi, agguerriti giornalisti o, ultimo in ordine di tempo, avvocati-blogger come Aleksej Naval’nyj, il cui rientro in patria dopo il tentativo (?) di avvelenamento può spiegarsi solo ripensando a certa vocazione al martirio di mistici d’altri tempi? O quella di una “repubblica federale” da cui a ondate cicliche siamo abituati a ricevere notizie di delitti dimostratisi invariabilmente avari di colpevoli?

 I tanti scervellamenti in corso da remoto sulle condizioni psico-fisiche di Putin fioriti nelle ultime settimane, misere dimostrazioni di impotenza per non dire d’ignoranza, di questa strutturale lontananza sono solo il ridicolo precipitato, utili solo a far da chiacchieristico e stridente contraltare alle molte corrispondenze dirette che per la prima volta si incrociano e si accavallano da uno stesso campo di guerra. Una trentina di anni fa, nel saggio Verità narrativa e verità storica, Donald P. Spence provò a disvelare l’abilità di persuasione con cui gli psicanalisti coprono la mancanza di certezza dei vissuti del paziente. Un rapporto che somiglia molto da vicino a quello tra ideologia e storia, tra filosofia e realtà: non essendo raggiungibile la verità, quella narrativa diventa dominante, e se il mondo non è altro che l’insieme dei punti di vista, allora l’ermeneutica diviene la filosofia stessa. Il dogma ermeneutico vuole che non ci sia verità al di fuori della narrazione, ogni oggetto esiste solo in funzione della teoria che lo descrive.

Ecco, la narrazione che l’Occidente ha preteso di raccontarsi e di imporre all’indomani (ma probabilmente ancor prima) del crollo del muro ha coinciso perfettamente con la balzana «fine della storia» propagandata con tanta enfasi dall’allievo neocon di Allan Bloom Francis Fukuyama, che teorizzò un futuro senza più ostacoli per il capitalismo occidentale. Piuttosto che interrogarsi come chiedeva il “provocatore” Baudrillard sugli effetti che il virus dell’est avrebbe prodotto, o più pragmaticamente sulle conseguenze che la fine dell’impero sovietico avrebbe liberato in un mondo senza più cortine di ferro, l’occidente – le sue istituzioni, il suo apparato culturale – ha preferito cullarsi nella convinzione molto ideologica e assai poco realistica che il corso degli eventi fosse davvero giunto al capolinea, con un’aggravante incorporata dalle conseguenze potenzialmente sciagurate: che globalizzazione fosse sinonimo di americanizzazione. Così come la «fine dell’arte» per un Hegel fan sfegatato di Napoleone, così la fine del comunismo per Fukuyama. Di qui la fortuna del libro, paragonabile a quella goduta giusto un secolo fa (il secondo volume uscì nel 1922) dal Tramonto dell’occidente di Spengler, testo capace di mietere estimatori entusiasti oltreoceano (da intellettuali liberal degli anni Trenta come Lewis Mumford a uomini di Stato come quell’Henry Kissinger che negli anni Sessanta ne consigliava ancora la lettura a Nixon) e insieme, in un Europa nient’affatto disposta a ragionare sulla possibile fine della propria centralità, una nutrita schiera di illustri denigratori (a cominciare ovviamente in Italia da Benedetto Croce) i quali molto si impegnarono per emarginarlo, demonizzando il suo determinismo catastrofico senza nemmeno troppa fantasia, in nome di uno storicismo male (cioè idealisticamente) interpretato.

Nei confronti del mondo ex sovietico, ma prima ancora di tutto un popolo la cui «sfortuna, come ricordava spesso lo scrittore Solgenitsyn (morto nel 2008) è di lunga data», protagonista e insieme vittima di una rivoluzione storica capace di incidere profondamente le carni e le menti dell’intellighentsia mondiale, l’occidente ha finito così con l’assumere dagli anni Novanta in poi un atteggiamento ambivalente, maramaldesco e assolutorio allo stesso tempo, come se l’uscita dal comunismo potesse di per sé – miracolosamente – far premio su ogni altra nefandezza etica e civile (tentativi di golpe, manovre di palazzo, omicidi, restrizioni dei diritti civili, censura, arresti, ecc. ecc.). In ordine alla consueta superficialità cui il mondo politico ci ha abituati, la Russia restava sì «dalla parte sbagliata della storia» (così Obama, per esempio, da cui Biden sembra aver recuperato il testimone) ma allo stesso tempo era diventata parte integrante del sistema economico mondiale da G20. A smentire sonoramente il tentativo di lanciare in avanti il sogno “progressista” della filosofia della storia hegeliana, è arrivata poi quella cosa che si chiama realtà. E a poco sono valse le successive “correzioni” dello stesso Fukuyama, disposto ad ammettere qualche crepa nel modello democratico cui aveva previsto ampie fortune:

«Dà segni di decadenza in molte parti dell’Occidente e in modo particolare negli Stati Uniti: oggi registro limiti e involuzioni dei processi politici che non avevo visto nella festosa eccitazione del 1989».

Corriere della sera, 10 ottobre 2014

«Oggi la Russia si volta dall’altra parte, rinnegando la sua anima europea per rinchiudersi nella dimensione orientale», scrive Ezio Mauro. In realtà, il Paese di Putin, in quella “dimensione orientale” non si è affatto “rinchiuso”, per la semplice ragione che non ne era mai uscito. A meno di non voler ignorare la dimensione autenticamente religiosa, profondamente antimoderna (nel senso di antirinascimentale) e antioccidentale che ha segnato da sempre quella cultura, la stessa che ha avuto nel regista Andrej Tarkovskij e nel Solgenitsin autore di Una giornata di Ivan Denisovic i suoi più alti e prestigiosi esponenti. In fondo, è la stessa dimensione “rivoluzionaria-conservatrice” di cui Aleksandr Dugin, il filosofo “nazionalista”, presentato spesso e volentieri come “ideologo di Putin” si propone come epigono tutto politico, una sorta di personaggio-specchio dello Steve Bannon di Trump.

Una dimensione, un universo culturale e artistico “antico” che comprende le icone di Andrej Rubliov così come le astrazioni di un Malevic ma che l’Occidente non ha mai voluto approfondire: sabotato dall’ignoranza, poco disposto a confrontarsi con l’Altro da sé, incapace di riconoscere e dunque far tesoro delle differenze, stretto (si fa per dire) nella burocrazia di un’Unione europea che, sotto la rigida gabbia economica, continua a dimostrare un allarmante vuoto politico-culturale, orfana oltretutto dell’unica statista, Angela Merkel, riuscita in questi anni a tenere in un qualche equilibrio i rapporti est-ovest. Una dimensione troppo difficile da capire a quanto pare per un’intellettualità europea apertasi nel secondo Novecento alle cronache culturali d’oltre cortina per ragioni decisamente più politiche che letterarie: si pensi agli entusiasmi per Solgenitsin, l’autore de L’arcipelago Gulag che nel 1993, dall’esilio americano nel Vermont, parlava del suo Paese come di una «pseudodemocrazia, anzi peggio ancora, di un’antidemocrazia» (La Stampa, 18 settembre 1993) ma che poi, una volta tornato, negli ultimi anni ha accettò onorificenze pubbliche da Putin intervenendo anche pubblicamente a suo favore. Uno di questi interventi riguardava guarda caso proprio l’Ucraina, e precisamente i tagli alle forniture di gas a prezzo scontato: «perché quel Paese offende la cultura e la lingua russa e permette manovre militari della NATO nel suo territorio».

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