OGGETTO: Cavalli lenti e spie veloci
DATA: 17 Gennaio 2024
SEZIONE: Storie
FORMATO: Racconti
Slow Horses, serie americana e inglese su un gruppo di agenti dell’MI5 caduti in disgrazia (fra cui troneggia uno straordinario Gary Oldman), è un autentico gioiello venato di un irresistibile dark humour. In altre parole, il miglior prodotto di genere spy-thriller da molto tempo a questa parte.
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Jackson Lamb è senza dubbio il peggiore capo sezione che possa capitare nella vita, quello che da cui non udirete mai una parola d’incoraggiamento o una pacca sulla spalla. Trasandato, sboccato, incallito tabagista e disgustosamente flatulento, il personaggio magistralmente interpretato da un superbo Gary Oldman è l’esatto alter ego, un osceno doppio, di quel George Smiley (La Talpa, 2011) vice capo del Circus del romanzo di Le Carré. Quanto l’uno era educato, posato e carico d’aplomb, tanto l’altro si presenta unticcio, alcolizzato e sconsiderato. Entrambi però condividono alcuni elementi caratteriali: un’inguaribile malinconia di fondo, l’essersi fatti le ossa durante la Guerra Fredda e l’assoluta determinazione nel proteggere i propri uomini.

La differenza tra loro è d’altronde acuita dalle circostanze lavorative perché Lamb, a differenza di Smiley, si trova a gestire tutt’altro materiale umano: agenti dalle scarse qualità, i cosiddetti slow horses, letteralmente i ronzini dell’agenzia; i brocchi dello spionaggio e ciò non aiuta certo la sua congenita irascibilità. Nulla di più lontano dai muscolosi 007 con licenza d’uccidere e dalle affascinanti spie su tacchi a spillo; all’interno della “palude” – sezione distaccata dell’MI5 – si ritrovano  anziani agenti sovrappeso, giovani dediti a qualche “vizietto”, tutti declassati per errori in servizio, bloccati in un limbo che precede l’agognato pensionamento.

Il mondo delle spie “legali” operanti sul territorio inglese sembra a tutti gli effetti una giungla metaforica, una concrete jungle, dove tutti assumono tratti animaleschi: così all’apice troviamo i “cani” – agguerriti agenti che godono dei più elevati lasciapassare di sicurezza – e le “cicale” – pericolosi infiltrati dormienti – tiger team composti d’ambiziosi membri di private PMC e, ovviamente, i nostri cavalli azzoppati. Lo sfoggio muscolare durante il rapido dipanarsi dell’azione d’intelligence pare quindi favorire gli animali più pericolosi, quelli insomma alla sommità della catena alimentare ma, alla fine, immancabilmente l’accuratezza del pensiero logico e l’ingegno investigativo sono le indispensabili qualità che permettono di sopravvivere e prevalere in questo ambiente selvaggio.

Slow Horses è a tutti gli effetti il The Wire dello spionaggio, una serie iperrealistica e spietata che non edulcora ma, anzi, sviscera le complicatezze che si celano dietro la facciata di rispettabilità degli apparati di sicurezza dei Paesi democratici.

Egregiamente adattata per lo schermo dai romanzi di Mick Herron, la Slough House – letteralmente Casa del Pantano – è il purgatorio amministrativo riservato a tutti quegli agenti che per qualche motivo hanno fallito. Ognuno di loro ha un ingombrante scheletro nell’armadio, un fantasma che lo ossessiona, un antagonista che lo perseguita; retrocessi e declassati, figli di un Dio minore, si ritrovano immancabilmente dentro un gioco più grande di loro in cui non sono altro che spendibili pedine nelle mani di superiori senza scrupoli. Lo stesso concetto di sicurezza nazionale risulta infatti un termine plastico, facilmente espandibile fino a includere i privati interessi d’un potente rampante ministro o i giochi di potere interni ai vertici dell’MI5.

Roma, Giugno 2023. IX Martedì di Dissipatio

La cupa disillusione che accompagna Jackson Lamb è quella d’un uomo che ha imparato a proprie spese quanto spesso le regole del gioco cambino durante la partita e di come non ci si possa mai fidare di nessuno, a meno di non possedere qualche dossier compromettente che ne garantisca l’ubbidienza o, perlomeno, un complice silenzio.

In un mondo dove occorre guardarsi le spalle più dai colleghi che dai nemici, Lamb è un classico antieroe, un sopravvissuto deluso da istituzioni marce e disfunzionali, eppure determinato a vender cara la pelle senza far sconti a nessuno. Estraneo a qualsiasi ambizione lavorativa e refrattario a qualunque promozione, svolge il suo incarico di capo del Pantano sguazzandoci dentro con la consapevolezza di chi sa d’essere così libero e incorruttibile proprio perché all’ombra dai riflettori e distante dalle scrivanie importanti. Un osso duro consapevole che i suoi agenti hanno più probabilità di morire mentre compiono il “lavoro sporco” che in difesa della patria. Così, nell’arco di tre stagioni, assistiamo a un classico esempio di “false flag” deragliato, a una vendetta proveniente dal passato e, infine, al tentativo di esternalizzazione d’alcuni settori della sicurezza pubblica a un’ambiziosa società di contractor privati; consapevoli che mentre si segue una pista «c’è sempre un’altra partita in corso» ed è proprio quella a rivelarsi fatalmente decisiva.

La serie inglese che, oltre allo straordinario Gary Oldman e a Kristin Scott Thomas (Il paziente inglese, Gosford Park) si avvale anche della collaborazione dell’ottimo Jonathan Pryce (Brazil, Evita, Americani), ha già ricevuto la conferma da parte di Apple Tv in vista della quarta stagione, diventando non solo la serie più longeva sul canale dell’azienda di Cupertino ma anche quella più vista in streaming, a dimostrazione che anche i ronzini, una volta preso l’abbrivo, sanno correre dannatamente veloci.

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