OGGETTO: Un po' di numeri sull'arsenale iraniano
DATA: 09 Febbraio 2026
SEZIONE: Geopolitica
Il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln scivola tra le acque azzurre del Golfo Persico, carica di siluri e aerei pronti al decollo, un promemoria costante della presenza americana nella regione. Donald Trump segue ogni mossa, alternando segnali di apertura e minacce pubbliche all’Iran. Ma la Repubblica Islamica è caparbia. Teheran e Washington misurano la propria deterrenza in un confronto che intreccia arsenali, alleanze e tecnologia, con il rischio concreto che la diplomazia venga superata dalla logica della saturazione e della rappresaglia.
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L’Iran è tornato nel mirino degli Stati Uniti dopo la pausa bellica successiva alla Guerra dei 12 giorni, che ha visto fronteggiarsi la Repubblica Islamica con Israele e USA. Dopo l’operazione di arresto e rimozione dal potere di Nicolas Maduro da parte delle forze armate americane e una breve parentesi “groenlandese”, infatti, Donald Trump è tornato a rivolgere la propria attenzione e i propri strali verso Teheran. L’oggetto ufficiale del contenzioso è sempre lo stesso: la rinuncia dell’Iran al proprio programma nucleare militare, un consistente ridimensionamento di quello missilistico e la rinuncia al supporto delle proprie milizie alleate nella regione (Houthi, Hamas, Hezbollah). Più che un negoziato, una richiesta di capitolazione graduale.

Il regime prende tempo, assai provato dalla strategia della pressione americana e dalle grandi ondate di proteste di massa che lo fanno vacillare ormai da più di un mese e tristemente represse nel sangue di decine di migliaia di cittadini innocenti. Proprio in questi giorni, infatti, i delegati di Iran e Stati Uniti hanno discusso in tal senso un’ipotesi di accordo in Oman, non senza una cornice di tensione data dall’eventualità di un attacco americano ai centri del potere politico e militare di Teheran. Trump, infatti, sulla stregua del precedente venezuelano, ha ordinato la mobilitazione di asset militari imponenti, come il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln, di stanza ora nel Golfo Persico, oltre a caccia di ultima generazione accorsi nelle basi mediorientali, per mettere ulteriore pressione alla repubblica teocratica, la quale non sarebbe in grado di reggere un’ulteriore umiliazione militare. Khamenei e i Pasdaran, però, hanno ancora delle carte da giocare in risposta ad un eventuale attacco per preservare il potere. Ancor prima della minaccia di bloccare i traffici di idrocarburi nel Golfo Persico, vi è la deterrenza dell’arsenale missilistico prodotto negli ultimi anni, unico vero guardiano della rivoluzione, in grado di preoccupare non poco i propri nemici dopo le salve scambiate con Israele sei mesi fa.

Risalgono allo scorso giugno, infatti, le operazioni militari “Rising Lion”, da parte israeliana, e “Midnight Hammer” da parte americana, con cui sono state distrutte o gravemente danneggiate diverse infrastrutture di stoccaggio e arricchimento di materiale radioattivo destinato al programma nucleare militare dell’Iran. Oltre ai danni infrastrutturali, inoltre, è stata confermata l’eliminazione di alti ranghi del regime, tra cui l’ex capo di Stato Maggiore delle forze armate Bagheri e l’ex comandante dei Pasdaran Salami, nonché di alcuni importanti scienziati coinvolti nel programma nucleare del paese. Avendo da sempre escluso un poco realistico confronto terrestre, la rappresaglia di Teheran non è tardata a manifestarsi con il lancio di circa 200 missili balistici nei giorni immediatamente successivi, oltre anche a diversi droni, verso lo Stato Ebraico, di cui alcuni sono riusciti a penetrare le difese israeliane e ad infliggere danni limitati contro obiettivi civili.

Altri due attacchi simili da parte dell’Iran sono avvenuti rispettivamente nell’aprile 2024, in risposta al bombardamento israeliano del consolato iraniano a Damasco, e nell’ottobre dello stesso anno, con l’obiettivo di vendicare l’uccisione da parte di Tzahal dell’allora capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, avvenuta in territorio iraniano. Sommando a questi attacchi anche quelli dello scorso giugno, l’Iran ha impiegato complessivamente circa 600 missili balistici, ovvero circa un quinto del proprio arsenale totale, che secondo stime autorevoli di osservatori internazionali ammonterebbe a circa 3.000 unità, suddivise in diverse categorie a seconda della gittata. Considerando il fatto che alcuni centri di stoccaggio iraniani sarebbero stati distrutti dai recenti bombardamenti dell’aviazione di Tel Aviv, a Teheran resterebbero circa un migliaio di missili per compiere ulteriori attacchi di rappresaglia. Tuttavia, secondo analisi più recenti, le scorte sarebbero state riportate a 2.720 unità a partire da luglio scorso, con una produzione mensile prevista di 150–200 missili, resa possibile dai turni tripli del personale nelle strutture di Parchin e Khojir.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Secondo fonti di intelligence aperte, infatti, l’Iran dispone di un arsenale diversificato di missili balistici a medio raggio (MRBM) con gittate fino a 1.800-2.000 km, come i sistemi Ghadr-110 e Sejjil in grado di raggiungere molte infrastrutture militari americane collocate negli stati alleati nella regione. Proprio negli ultimi mesi, infatti, date le crescenti tensioni nella regione, l’attenzione degli analisti si è spostata non solo sulle capacità di lancio a medio e lungo raggio dell’Iran ma anche su quelle a corto raggio, in cui rientrano gli asset militari statunitensi dispiegati in Medio Oriente. Teheran detiene ancora consistenti scorte di vettori a corto raggio come i Fateh-110, i Zelzal e gli Shahab-1/-2, con gittate fra 300 km e 500 km, non ancora utilizzati. Questi sistemi, pur non essendo progettati per raggiungere obbiettivi entro il territorio europeo come anche israeliano, possonoinfatti colpire in modo efficace basi USA e siti logistici in Iraq, Siria, Kuwait, Qatar e Bahrain.

Un numero considerevole ma comunque limitato abbastanza da costringere il regime degli ayatollah ad una riflessione strategica sul loro utilizzo. Prima dei recenti danni infrastrutturali, infatti, l’Iran era in grado di produrre non più di 50 unità a medio e lungo raggio all’anno, ovvero il 5% dei missili analoghi di cui disporrebbe oggi. Un ritmo insufficiente per ricostruire in tempi brevi il proprio arsenale qualora decidesse di compiere attacchi di portata simile o superiore ai precedenti, senza contare che una buona parte di essi andrebbe inoltre conservata per questioni di deterrenza o di eventuale utilizzo contro altri attori.

Per tale motivo, è da segnalare la recente consegna dalla Cina di circa 2000 tonnellate di perclorato di sodio dallo scorso settembre, un componente chiave per la produzione di propellenti balistici. Questa fornitura è ritenuta sufficiente per la produzione di più di un migliaio di vettori missilistici, che potrebbero essere destinati anche alla fornitura verso alleati regionali come gli Houthi in Yemen e ciò che resta di Hezbollah in Libano (anche se la consegna verso questi ultimi ad oggi risulterebbe assai complicata, non potendo più contare sul corridoio terrestre siriano). Questa assistenza non si limita ai soli precursori chimici: osservatori strategici indicano che Pechino fornisce anche tecnologie dual-use come sistemi di guida, microelettronica e componentistica integrata che possono essere impiegate tanto nei vettori offensivi quanto nei sistemi di difesa. Tali tecnologie consentono di mantenere la sofisticazione operativa dei missili iraniani, migliorando precisione e affidabilità senza il trasferimento diretto di piattaforme complete.

A conferma di questo, lo scorso ottobre una squadra di forze speciali statunitensi ha effettuato un blitz a bordo di una nave che stava transitando al largo dello Sri Lanka, diretta verso l’Iran dalla Cina. Nel corso dell’intervento i militari Usa hanno sequestrato articoli militari destinati a Teheran, tra cui componenti utili per la ricostituzione del programma missilistico. Per quanto concerne le difese delle installazioni americane nella regione, esse funzionano bene contro attacchi limitati, ma non tanto quanto la difesa concentrata dell’Iron Dome, essendo sparpagliate su un’area vastissima e pertinente a più Stati, rischiando di essere messe sotto pressione in caso di attacchi simultanei e coordinati. Da Al Udeid in Qatar ad Al Asad ed Erbil in Iraq, fino ad Ali Al Salem in Kuwait e alle installazioni in Bahrain, Siria e Giordania, le basi USA si affidano a sistemi di difesa come i Patriot PAC3 per i missili a corto raggio, mentre al THAAD per quelli a medio raggio, ma la copertura ed il numero di intercettori rimangono limitati. Altri sistemi proteggono da droni e missili da crociera, ma sono meno efficaci contro vettori balistici. Vi sono infatti precedenti concreti di attacchi a distanza collegati all’Iran che hanno causato vittime tra le forze americane, come nel gennaio 2024, quando un drone lanciato da milizie legate all’Iran ha colpito la base statunitense di Al Tanf tra Giordania e Siria, uccidendo tre soldati americani e ferendone trentaquattro. 

Un altro elemento di rischio è dato dal massiccio numero di droni, kamikaze e non, di cui dispone l’Iran. Primo produttore dei droni Shahed, l’Iran avrebbe una flotta stimata tra le centinaia e le migliaia di unità, la cui produzione è molto più economica rispetto a quella missilistica. Fare una stima precisa sulla loro quantità così come sul dettaglio di impiego, infatti, non è al momento possibile data la segretezza delle informazioni, tuttavia tale strumento, sebbene sia molto più facile da intercettare, e quindi da abbattere, risulterebbe fondamentale nel saturare le difese dell’avversario. A maggior ragione, per aumentare le chances di intercettazione, a Washington non resterà che fare affidamento su Marina e Aeronautica dispiegate nel Golfo, massicciamente rinforzate negli ultimi giorni. Un conflitto, dunque, che non può prescindere dalla dimensione missilistica e dalle rispettive quantità di sistemi e munizioni impiegabili, sia in chiave offensiva che difensiva, oltre che dal supporto esterno dei rispettivi alleati, connotando ancora una volta un conflitto regionale con gli elementi, sempre più ricorrenti negli ultimi anni, di uno scontro fra blocchi su scala globale.

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