Il satellite Albania

Il premier albanese Edi Rami è camaleontico: a seconda dell’occasione può essere filoeuropeista, filoturco e mediatore della crisi diplomatica greco-turca. Ne abbiamo parlato con anche con Domenico Letizia, esperto in materia.
Il premier albanese Edi Rami è camaleontico: a seconda dell’occasione può essere filoeuropeista, filoturco e mediatore della crisi diplomatica greco-turca. Ne abbiamo parlato con anche con Domenico Letizia, esperto in materia.

Il tema del neo-ottomanesimo albanese è arcinoto ed è spesso trattato con molta superficialità. Si discute molto sulla collocazione geopolitica dell’Albania e, ad oggi, essa è considerata da molti più una provincia neo-ottomana che un candidato idoneo all’entrata nell’Unione Europea.  In questi ultimi anni sicuramente la Turchia è riuscita ad inserirsi nel contesto albanese come un paese chiave. La strategia turca volta all’espansione della propria influenza consiste nell’offrire servizi di ogni tipo e/o di inserirsi massicciamente in questo settore. Se in Libia, data la congiuntura attuale, ciò si traduce nel fornire servizi primari, in Albania ciò si realizza attraverso il controllo più o meno diretto di compagnie aeree e aeroporti, compagnie telefoniche, di credito e la fondazione di università. Si pensi rispettivamente al ruolo della Turkish Airlines e al peso del consorzio turco composto da Cengiz-Kalyon-Kolin (CKK) che aveva finanziato il primo tentativo di costruzione del secondo aeroporto albanese, nella città di Valona, alla compagnia turca Çalık Holding che controlla la AlbTelecom e la Eagle Mobile (la terza compagnia telefonica albanese), alla Banca nazionale del risparmio che è controllata da un gruppo turco e infine al Centro di Studi balcanici fondato dalla New York University di Tirana, di proprietà della fondazione Fondazione Maarif, ente turco (per quanto riguarda quest’ultimo caso è molto interessante la diatriba scaturita dalle rimostranze turche circa le università albanesi güleniste). Non bisogna inoltre dimenticare che l’offerta turca di servizi si realizza anche con l’addestramento e l’ammodernamento delle forze armate albanesi. 

Difronte a ciò la politica albanese è spezzata in due di fronti rispetto l’atteggiamento da tenere nei confronti della Turchia: la maggioranza socialista sembra guardare di buon occhio alla Turchia di Erdoğan, mentre l’opposizione, che è costituita dal partito democratico (cioè il centro destra albanese) è molto ostile alla turchizzazione di molti settori strategici. Penso per esempio alla querelle politica relativa al primo tentativo di costruzione dell’aeroporto di Valona (cioè del secondo aeroporto del paese) e alla lettera inviata al Commissario per l’allargamento Johannes Hahn in cui si esprimevano timore circa le possibili violazioni degli Accordi di stabilizzazione e associazione che preludono l’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea. Questa divisione è stata anche ben visibile nell’occasione dell’elezione del nuovo Presidente del Consiglio generale della comunità islamica albanese. Nel 2019 l’ha spuntata Bujar Spahiu, esponente della corrente filoeuropea, ma è bene ricordare che in lizza c’era anche il candidato filo- Erdoğan Ylli Gurra, che stando alle accuse dell’opposizione avrebbe goduto dell’appoggio del governo socialista e del sindaco di Tirana Erion Veliaj.

A complicare il tutto si aggiunge il camaleontico premier albanese Edi Rami che, a seconda dell’occasione, può essere filoeuropeista, filoturco e mediatore della crisi diplomatica greco-turca e un’Italia che non riesce a ricoprire un ruolo guida nelle situazioni di gravi crisi delle sue ex colonie e non sembra nemmeno provarci, eclatante è naturalmente il caso della Libia. Non a caso pochi giorni fa il neopremier libico Dabaiba si è rivolto direttamente agli italiani incitando un intervento attivo in ambito economico-commerciale. Per quanto riguarda invece l’Albania, sembra proprio che l’Italia non se ne interessi troppo e non sappia proprio che farsene. Parafrasando il nocciolo della questione in maniera televisiva, si tratta di capire se gli albanesi preferiscano ancora le famose immagini proibite di “Ok è il prezzo giusto” o le attuali “sitcom conservatrici” turche ambientate in un medioevo ottomano anticristiano come Diriliş: Ertuğrul (con buona pace dell’eroe nazionale Skanderbeg). 

A questo proposito Domenica Letizia, saggista e analista politico e geoeconomico, esperto di Balcani e soprattutto di Albania, ci ha aiutato a fare un po’ d’ordine. Letizia sostiene infatti che “in alcune missioni e in alcuni viaggi ho avuto la possibilità di incontrare alcuni esponenti del partito di maggioranza e del partito democratico e quello che posso dire è che se vi è un aspetto comune è proprio quello di volere incrementare e rafforzare le proprie relazioni nei confronti dell’Italia. La fiducia verso l’Italia e l’Europa è grandissima: il problema in realtà è nostro. L’Albania sta cercando di adempiere a tutti i propri doveri per entrare nel consesso europeo, il problema vero è un altro: l’indifferenza politica dell’Italia e dell’Europa. E come la geopolitica ci insegna, laddove ci siano attori che non si muovono e spazi vuoti da riempire, questi saranno necessariamente occupati da altre potenze, in questo caso da Cina, Turchia e Russia (quest’ultima con particolar riferimento alla Serbia). L’Europa e l’Italia dovrebbero muoversi politicamente per rinforzare la partnership con l’Albania: il terreno politico comune dal quale iniziare non manca. Infatti, oltre alla recente collaborazione con la Turchia in materia di ammodernamento delle forze armate, recentemente si sta sviluppando una cooperazione in tema di giustizia e diritti umani fra il governo albanese e il ministero della giustizia e altre organizzazioni istituzionali italiane: dinamiche estremamente importanti per aderire a tutti quei protocolli che precedono l’entrata nell’Unione Europa. Io capovolgerei la questione: piuttosto di chiedersi dove vuole andare l’Albania, ci dobbiamo chiedere verso quale direzione si muove e si vuole muovere l’Europa la quale, tra l’altro, ha già fatto aperture significative nei confronti di paesi che hanno sistemi molto diversi dal nostro e sono molto lontani dal contesto europeo in tema di diritti umani (si pensi ad alcuni paesi dell’Europa orientale); trovare rimostranze nei confronti di un paese come l’Albania è inaccettabile”. Il problema delle relazioni italo-albanesi è quindi del tutto politico. Infatti, continua Domenico Letizia “l’Albania dal punto di vista economico-commerciale è già importantissima per l’Italia: sono molti gli imprenditori che continuano ad investire in Albania. Essa è considerata dagli investitori italiani come un’altra Italia, come una Puglia dall’altro lato del mare. Immenso, infatti è il lavoro di Confindustria nel senso di elevatissime capacità industriali e manageriali portate avanti da Sergio Fontana. Il problema nelle relazioni dell’Italia nei confronti dell’Albania, come si è già detto, non riguarda il settore economico-commerciale, ma il livello politico. Negli ultimi anni le mancanze politiche da parte dell’Italia sono sistemiche. Questo è dovuto al fatto che la Farnesina negli ultimi anni ha guardato di buon occhio dinamiche filocinesi come la Via della Seta. I Balcani devono ritornare centrali nel discorso italiano. Stati come l’Albania e il Kosovo sono contesti geografici in cui l’Italia può incidere davvero tanto. L’Italia è molto apprezzata in questi contesti, ciò che manca è la volontà da parte degli attori italiani. Riformulando il tutto con un esempio linguistico: le nuove generazioni ora parlano l’inglese e nella maggior parte dei casi non studiano più l’italiano. Le nuove generazioni si stanno staccando dall’Italia non per colpa dell’Albania, ma per noncuranza dell’Italia.”

Ma Domenico Letizia non sembra essere totalmente pessimista, infatti “in ogni caso, appena l’Italia si sveglierà, troverà le porte aperte. Numerose società di consulenza albanesi invitano gli imprenditori italiani e sono in molti a guardare con vivo interesse all’Albania per i costi del lavoro, le prospettive economiche e la vicinanza culturale. La crescita economica dell’Albania è importante, le future proiezioni del suo PIL sono salutate positivamente da tutte le organizzazioni del commercio internazionale. Inoltre, dopo Malta anche l’Albania sta inseguendo molto le dinamiche commerciali ed economiche della tecnologia Blockchain già adattata a numerosi servizi. Se negli anni Novanta l’Italia era l’America degli albanesi, oggi è l’Albania ad essere diventata l’America degli imprenditori italiani. La politica italiana sta guardando verso altri focus che sono molto lontano da noi anche in termini di diritti umani. Dobbiamo evitare di lasciare un vuoto che può essere riempito da due potenze che sanno fare molto bene i propri interessi, cioè la Cina e la Turchia. Per la Cina i Balcani sono fondamentali per il prolungamento della via della seta. L’Albania, è bene ribadirlo, è un Paese multiculturale che accetta tutte le principali religioni e rispetta la libertà di fede, nella sua storia contemporanea ci sono esempi di grande amore verso gli ebrei. Il nuovo esecutivo vuole continuare a conservare tale approccio. D’altro canto, l’avvicinamento costante della Turchia attraverso sovvenzioni e finanziamenti di moschee e centri culturali influenza le scelte dei cittadini e del popolo albanese. Ciò è dovuto al problema principale di cui si è già parlato, cioè all’indolenza politica italiana. L’Albania guarda da decenni all’Italia, Brindisi ha aperto le porte al popolo albanese e ciò non è stato dimenticato. La Puglia è considerata una sorta di casa. Tutto ciò va perdendosi. Un invito alle istituzioni: conoscere approfonditamente il disegno politico dell’Albania ed entrare in questo contesto con missioni internazionali di cooperazione. L’Italia sta cedendo il proprio ruolo nel Mediterraneo alle altre potenze, al contrario ragionare in un contesto euro-mediterraneo è fondamentale. Il Mediterraneo è centrale non solo per il futuro dei Balcani e del Nordafrica, ma anche della stessa Europa”.

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