Il 2025 si chiude nei Balcani occidentali tra scandali politici, tensioni energetiche e incertezze istituzionali. In Serbia, la rinuncia di Jared Kushner all’acquisizione del Generalstab, storico edificio danneggiato dalla NATO nel 1999, evidenzia come la politica nazionale influenzi gli investimenti stranieri. La decisione di Affinity Partners, motivata da conflitti d’interesse e mancanza di trasparenza, arriva mentre la procura generale incrimina il ministro della Cultura Nikola Selakovic per abuso d’ufficio e falsificazione di documenti legati alla revoca dello status di bene culturale dell’edificio. L’episodio riflette le tensioni tra governance, patrimonio storico e interessi economici, segnando un ulteriore capitolo nella narrativa di instabilità istituzionale del paese.
In ambito energetico, il destino della NIS, detenuta al 56% da Gazprom e colpita dalle sanzioni USA, continua a generare ansia. La scadenza di 50 giorni imposta da Belgrado a Mosca per la cessione delle quote testimonia l’oscillazione strategica della Serbia tra Russia e Occidente, e il lento trasferimento di asset energetici verso la sfera europea potrebbe ridimensionare la narrativa propagandistica della “fratellanza” con Mosca. Il presidente Aleksandar Vučić, nel frattempo, cerca di presentarsi come garante della stabilità in un contesto di razionamento del carburante e crescenti tensioni sociali.
In Albania, la Procura Speciale contro la Corruzione e il Crimine Organizzato (SPAK) accelera la pressione sulla vicepresidente Belinda Balluku, coinvolta in diversi casi di interferenze negli appalti pubblici stradali. La richiesta di revoca dell’immunità parlamentare e i sette nuovi procedimenti segnalati da SPAK evidenziano un sistema politico in cui la linea tra protezione politica e accountability giudiziaria è fortemente contestata. Il premier Edi Rama, forte della maggioranza del Partito Socialista, sostiene la vice, generando uno scontro tra istanze anticorruzione e logiche di partito che rischia di polarizzare ulteriormente l’opinione pubblica.
In Kosovo, la campagna elettorale lampo in vista del voto del 28 dicembre chiude un anno di stallo politico. Il partito Vetevendosje del premier uscente Albin Kurti non è riuscito a formare un esecutivo, mentre le opposizioni spingono per tornare alle urne. L’assenza di sondaggi affidabili e la tradizionale bassa affluenza rendono difficili le previsioni, ma la polarizzazione politica e l’incertezza sulle alleanze internazionali – in particolare con gli Stati Uniti – delineano scenari di instabilità protratta anche nel 2026, con impatti sul budget pubblico e sul coordinamento dei fondi internazionali.
Accanto alle tensioni politiche, la vicina Bosnia-Erzegovina ricorda i trent’anni dagli Accordi di Dayton, celebrati in un contesto segnato dall’elezione anticipata del presidente della Republika Srpska Sinisa Karan, fedele a Milorad Dodik. Le accuse di brogli e la polarizzazione tra comunità serbe e bosniache sottolineano come le divisioni storiche restino un fattore centrale nelle dinamiche interne del paese. Sul piano sociale, la rotta migratoria balcanica continua a mietere vittime: la tragedia del fiume Sava, tra Bosnia e Croazia, con tre migranti annegati recentemente, dimostra come i rischi e le ingiustizie legate ai flussi migratori non siano diminuiti, ricordando l’urgenza di politiche europee di gestione e protezione dei migranti. Infine, Macedonia del Nord affronta il processo per l’incendio del locale Pulse a Kocani, che causò 63 vittime. La tragedia mette in luce un intreccio di abusi edilizi, negligenza e corruzione locale, riflettendo un pattern ricorrente nei Balcani: la combinazione tra fragilità istituzionale e impunità che mina fiducia e sicurezza dei cittadini.
In sintesi, mentre il 2025 volge al termine, i Balcani occidentali si presentano come una regione dove instabilità politica, sfide economiche e tensioni internazionali si intrecciano. La Serbia naviga tra interessi russi e pressioni occidentali; l’Albania mostra la fragilità del sistema anticorruzione di fronte alla protezione politica; il Kosovo resta in bilico tra elezioni anticipate e polarizzazione interna. Il futuro prossimo appare segnato dalla necessità di equilibrio tra governance efficace, trasparenza e gestione dei rapporti internazionali, senza dimenticare le tensioni sociali e le emergenze umanitarie che continuano a caratterizzare la regione.